Toyboy - Teaser

Toyboy - Teaser

lunedì 21 settembre 2015

SCANDALOSI LEGAMI - VENTUNESIMA PUNTATA

*Attenzione!* Per gli argomenti trattati, questo racconto è riservato ad un pubblico adulto.

Tutto ciò aveva dell’incredibile. Andrea si appoggiò allo schienale per stare più comodo e passò un braccio attorno alle spalle di Diana, attirandola contro il proprio petto. Si trovava a casa di una donna incredibilmente attraente e, invece di fare sesso, se ne stava su uno scomodo divano a guardare uno di quei film sdolcinati che di solito evitava come la peste. E ci stava pure prendendo gusto!
Cazzo, chi l’avrebbe detto?
Lanciò un’occhiata di sbieco alla donna conturbante che gli sedeva di fianco e trattenne il respiro. La vestaglia che indossava si era aperta sul davanti, lasciando intravvedere un babydoll rosa confetto, semitrasparente. Mantenersi indifferente stava diventando difficile, se non impossibile. Si sforzò di concentrarsi sul film, ma non riusciva a capire le battute; nella testa un solo pensiero costante.
Controllati, Andrea.
Si schiarì la voce. – Fammi un riassunto delle puntate precedenti.
Lei rise di nuovo. Da quando la risata di una donna gli faceva quell’effetto? Avrebbe voluto stringerla a sé e baciarla fino allo sfinimento. – Non è uno sceneggiato a puntate, stupido – gli rispose lei, stiracchiandosi un poco.
– D’accordo. Ma cos’è accaduto prima?
Diana parve rianimarsi mentre gli parlava del film. Si intuiva che era uno dei suoi preferiti: doveva averlo visto almeno un centinaio di volte. Un tempo lo avrebbe giudicato ridicolo, ma in quell’occasione gli fece una gran tenerezza. Diana Ricci, la temibile prof del liceo classico Gioberti, la stessa donna che lo stava tenendo a distanza da giorni, era in realtà una gran romanticona.
E diamine, quel lato di lei gli piaceva da impazzire.
Si accorse di trovare davvero piacevole la sua compagnia. Guardarono il film, risero, si punzecchiarono e riuscì a non toccarla nemmeno con un dito. Be’, di tanto in tanto lanciava qualche sbirciatina alla sua scollatura. Ma quello non contava, giusto? Cioè, quale uomo sano di mente non avrebbe sbirciato?
Andrea si ritrovò a chiedersi quando fosse stato così bene con una donna senza fare sesso. Non ricordava. O forse non era mai successo. Con la madre di Viola era accaduto tutto così in fretta: per lei aveva provato una folle attrazione che si era esaurita, tuttavia, in un battito di ciglia. E dopo di lei era stato ben attento a non lasciarsi coinvolgere. I suoi rapporti col gentil sesso si esaurivano tra le lenzuola di un albergo e il più delle volte non ricordava neppure i nomi delle donne che si era portato a letto.
Strano che tutto ciò adesso gli apparisse squallido e triste.
Il film terminò coi protagonisti che si baciavano su una scala antincendio mentre una voce fuoricampo diceva: – E voi ce l’avete un sogno?
Diana sospirò con le lacrime agli occhi, soffiandosi energicamente il naso arrossato in un fazzolettino di carta. Andrea invece scosse il capo sconcertato. – Cosa diavolo ci trovi di così romantico in questa storia? Voglio dire, lei non era altro che una puttana!
In risposta ricevette una gomitata nello stomaco. – Non capisci proprio niente, Andrea Sartori.
– D’accordo, spiegami.
– Questo film apre una porta di speranza a tutte le donne. Se una prostituta può realizzare il suo sogno e sposare un miliardario, allora vuol dire che ciascuna di noi può avere una possibilità. Prima o poi.
Andrea le indirizzò un sorriso malizioso. – Be’, la tua possibilità è qui davanti a te. Ora. Sono o non sono un miliardario in carne e ossa, a tua disposizione?
Lei gli diede un’altra gomitata. – Sei proprio scemo!
Una risata spontanea gli sgorgò dal petto. Non riuscì a evitarlo: afferrò Diana per la nuca cercandole le labbra. Fu un bacio dolce, incredibilmente lento. Ma poi si tramutò in qualcos’altro. Lei gli avvolse le braccia intorno al collo, i seni premuti contro il suo petto. Poteva percepirne il calore attraverso gli spessi strati dei vestiti che aveva addosso. E Andrea perse completamente il controllo. Le mani scivolarono verso il basso, slacciarono la vestaglia aprendola del tutto. Quindi si tuffarono all’interno della scollatura del babydoll, mentre la sua bocca divorava quella di lei con piccoli morsi, la lingua che entrava e usciva famelica. Le dita si strinsero intorno a un capezzolo, pizzicandolo e strappando a Diana un gemito.
Dio, adorava i versi che faceva con la gola durante gli amplessi.
Eppure Andrea sapeva che doveva fermarsi. Si era imposto di rispettare i suoi tempi e lei non era ancora pronta a infrangere le regole. – Aspetta – disse, sottraendosi all’abbraccio. – Si è fatto tardi e domani devi alzarti presto.
Diana lo fissò come se avesse appena detto qualcosa senza senso. – Come?
– Buonanotte, dolcezza. Dormi bene.
Si alzò, cercando di nascondere la propria erezione che premeva contro i pantaloni. Diamine, niente gli era sembrato così difficile come quella ritirata strategica. Ma se voleva acquistare dei punti con Diana Ricci, doveva imparare a giocare secondo le sue regole.
Lei sbatté le lunghe ciglia scure. – Buo-buonanotte – rispose titubante.

E Andrea capì di aver vinto la battaglia.



Viola entrò nel locale affollato, cercando di ignorare la musica ad alto volume che le rimbombava nelle orecchie. Quella sera aveva approfittato dell’assenza di suo padre per partecipare alla grande festa del liceo, organizzata da alcuni compagni di scuola. Il suo vecchio probabilmente non le avrebbe dato il permesso di restare fuori fino a tardi, ma lui non era in casa e, se lo conosceva bene, non sarebbe rientrato prima dell’alba. Non era la prima volta che faceva le ore piccole e che tornava a casa con addosso il profumo dozzinale di qualche donna.
I primi tempi Viola ne era stata infastidita. Ora non più. Pensava che suo padre avesse il diritto di vivere la propria vita, dopo che sua madre l’aveva lasciato per inseguire la sua stupida carriera di modella. Non stava a lei giudicarlo.
Sorrise a Stefano che l’aveva accompagnata e staccò con disinvoltura la mano dalla sua. – Io vado a sedermi a quel tavolo laggiù. Potresti andarmi a prendere qualcosa da bere al bancone del bar?
Lui annuì adorante e corse via. Era una delle cose che non sopportava di Scarpati: sembrava un cagnolino scodinzolante. Non aveva personalità. Nulla a che vedere con un certo professore dagli occhi ipnotici, che baciava da dio. Proprio mentre pensava a Jacopo, lui apparve all’improvviso, un ciuffo ribelle sulla fronte spaziosa e lo sguardo tenebroso.
Era bello da impazzire.
Viola rimase imbambolata a fissarlo, il cuore che le faceva le capriole nel petto. Sapeva che qualcuno della classe lo aveva invitato alla festa, ma era convinta che non si sarebbe fatto vedere. Invece, eccolo lì. I jeans scoloriti che gli fasciavano le natiche sode e una semplice maglietta nera sotto la giacca di pelle. Le ricordò la frase di una vecchia canzone di Paola e Chiara.
Mi fa morire. Quando lo vedo io sto male.
Sembrava scritta apposta per lui.
Quasi senza accorgersene, come se fosse attratta da una calamita, Viola si fece largo tra gli invitati e lo raggiunse. Per l’occasione aveva indossato un abito da sera con un’ampia scollatura. Si augurò di destare la sua curiosità.
Ti prego, fa che mi noti!
Jacopo la squadrò in silenzio, lo sguardo indecifrabile. – Sei venuta insieme a lui?
– Se con “lui” intendi dire Stefano, la risposta è sì. Per te è un problema?
Il professore d’inglese si irrigidì. Distolse lo sguardo e imprecò, ma le sue parole si persero nel baccano del locale. – Ci sto provando, Viola. Mi sto sforzando di vederti solo come una mia allieva, ma è difficile. Quando ti vedo insieme a Scarpati, vorrei spaccargli la faccia. Mi rendo conto che è un comportamento poco professionale, ma è più forte di me.
Viola sentì un tuffo al cuore. Jacopo era geloso di Stefano?
Oddio, non riusciva a crederci!
Accorciò la distanza tra loro e sorrise. – Balla con me.
– Viola, noi non dovremmo…
– Ti prego.
Lui sospirò e la prese per mano per portarla al centro della pista da ballo. In quel momento stavano suonando un lento e Viola si aggrappò al suo collo, dondolando i fianchi contro i suoi, a tempo di musica. Chiuse gli occhi aspirando l’odore del suo dopobarba. Avrebbe voluto restare così per sempre: abbracciata a lui, la testa appoggiata al suo petto. Riusciva persino a sentire i battiti del suo cuore, che sembrava impazzito esattamente come il proprio.
– Sei bellissima stasera – fece a un tratto Jacopo, accarezzandole una guancia col dorso della mano. Il suo tocco era leggero come quello di una piuma. Le fece venire i brividi.
– Anche tu.
Lui rise piano. – Viola, cosa devo fare con te?
– L’amore. Facciamo l’amore, Jacopo. Smetti di pensare a me come a una tua alunna e guardami come si guarda una donna.
Lui la trafisse con uno sguardo rovente, la linea della mascella tesa. Sembrava che stesse ingaggiando una lotta interiore, e forse era proprio così. Non disse nulla e lei gli sfiorò la nuca con le dita.
– Ti prego, non respingermi di nuovo. Non potrei sopportarlo.
I muscoli di Jacopo si tesero e quando parlò, la sua voce era profonda, quasi minacciosa. – Non sai quello che mi stai chiedendo, Viola. Credimi, non sono così forte da riuscire a respingerti. Non stasera. Non mentre muovi i tuoi fianchi contro i miei in questo modo. Cazzo, sono fatto di carne e sangue anch’io.
– E allora lasciati andare. Se non perderò la verginità con te, stanotte, lo farò prima o poi con un altro. Cosa cambierebbe? Non sono più una bambina, Jacopo.
Lui inspirò e si strinse maggiormente a lei, quasi temesse di vederla fuggire via all’improvviso. Che idea sciocca. Lei non lo avrebbe lasciato. Mai. Poi la prese di nuovo per mano, con una stretta decisa. – Andiamocene da qui. Ti porto nel mio appartamento. Lì staremo più tranquilli.
Il cuore di Viola perse un battito.
Sì, sì, si.
Si sarebbe messa a saltellare per la gioia, ma si limitò a un semplice sorriso di trionfo.


venerdì 18 settembre 2015

SCANDALOSI LEGAMI - VENTESIMA PUNTATA

*Attenzione!* Per gli argomenti trattati, questo racconto è riservato ad un pubblico adulto.

Viola servì il tè e si lasciò cadere sulla sedia. Sul tavolo di cucina aveva sistemato un vassoio pieno di biscotti e merendine del Mulino Bianco; non conoscendo i gusti della professoressa Ricci, aveva tirato fuori un po’ di tutto, anche se la sola idea di mangiare qualcosa le faceva rivoltare lo stomaco. Si sentiva ancora sottosopra per i baci di Jacopo ed era difficile concentrarsi sul cibo.
In realtà, avrebbe preferito non invitarla a salire. Ma doveva fugare in ogni modo i sospetti che la prof nutriva nei confronti suoi e di Jacopo. Non voleva nel modo più assoluto che lui passasse dei guai a causa sua.
Calmati, Viola. Andrà tutto bene.
Inspirò e mise una zolletta di zucchero nel tè, rigirando con furia il cucchiaino. – Io e Scarpati ci siamo innamorati – disse, sforzandosi di essere credibile. La Ricci la guardò in silenzio, portandosi la tazza alle labbra. Aveva labbra carnose e rosse. Tutto sommato non era così squallida come aveva sempre pensato. Ultimamente la stava rivalutando. – So che le sembrerà sciocco, ma alla mia età una storia d’amore è qualcosa di serio. Ti toglie il respiro e il sonno. Ti fa venire voglia di piangere e ridere allo stesso tempo.
La professoressa sorrise. Un sorriso spontaneo, per niente forzato. Viola quasi si pentì delle bugie che le stava raccontando.
Quasi.
In fondo, erano bugie solo a metà. Lei era davvero innamorata, solo non di Scarpati.
– Ti capisco, Viola – La Ricci parlò con voce limpida e soave. Il suo tono aveva un non so che di tranquillizzante, che la fece sentire subito meglio. – Ho avuto la tua età anch’io.
– Lei è mai stata innamorata? – La domanda le fuoriuscì senza riflettere, ma non si scusò della propria invadenza. Dopotutto anche la prof si stava intromettendo nella sua vita. Se dovevano essere amiche, era giusto che si confidassero i loro piccoli segreti.
Lei arrossì. – Sì, sono stata innamorata. E so cosa voglia dire avere il cuore infranto. Per questo mi preoccupo quando vedo una mia alunna che non si impegna come dovrebbe. L’amore è una cosa bellissima, ma studiare è importante.
– Lo so – Viola prese un biscotto e lo tuffò nel tè. – Ma è difficile concentrarsi, quando la mente va in un’altra direzione.
Fece una pausa, poi chiese di nuovo a bruciapelo: – Quanti anni aveva la prima volta che ha fatto l’amore?
La prof arrossì nuovamente. Distolse lo sguardo e bevve un altro sorso di tè. – Avevo vent’anni – ammise, dopo un po’. – Mi ero presa una cotta per un compagno di università ed ero convinta di essere ricambiata, che una volta laureati ci saremmo sposati e avremmo formato una famiglia insieme.
– E cosa accadde?
La Ricci poso la tazza sul tavolo e si asciugò le labbra con il tovagliolino di carta. – Lui andò a letto con la mia migliore amica. Fine della storia.
Viola restò a bocca aperta. – È per questo che si nasconde dietro a vestiti fuori moda e pettinature che non le donano affatto? Per nascondersi e rifuggire l’amore?
La prof trasalì. Rimase in silenzio per un istante, infine rise piano. – Sì, forse è proprio come dici tu. L’amore è una cosa bellissima, ma può distruggerti.
– Già. Ma vale la pena di rischiare, non trova?
A quell’ultima provocazione lei non rispose. Ripiegò con cura il tovagliolino di carta e tornò a guardarla negli occhi, un velo di malinconia a offuscarle lo sguardo. – Si è fatto tardi e ho rubato anche troppo del tuo tempo – disse risoluta, alzandosi da tavola. – Ora è meglio che tu vada a studiare. Domani interrogo su Leopardi.
Viola la seguì con lo sguardo. Sì, l’aveva giudicata male: in modo affrettato e superficiale. La nuova Diana Ricci in realtà le piaceva. Molto. – Le prometto che mi impegnerò di più – disse, alzandosi a sua volta e accompagnandola alla porta. – E grazie per la visita.
– Grazie a te per il tè e la chiacchierata.
La guardò allontanarsi giù per le scale, la gonna al ginocchio che ondeggiava a ogni passo. Le sarebbe piaciuto avere una madre così, pensò Viola all’improvviso. Qualcuno che la ascoltasse e con cui confidarsi. Ma ricacciò quel pensiero inopportuno all’istante e andò a chiudersi in camera sua.



Diana sentì il campanello suonare con insistenza e sollevò la testa irritata. Chi poteva essere a quell’ora? La lancetta dell’orologio segnava le nove di sera. Imprecò mentalmente scivolando giù dal divano e sbattendo il telecomando sul tavolino rotondo della sala.
Chi osava interromperla mentre guardava uno dei suoi film preferiti? Se era la vicina di casa che aveva dimenticato di comprare lo zucchero per una delle sue torte, le avrebbe detto il fatto suo.
Si infilò una vecchia vestaglia e calzò un paio di pantofole logore, prima di correre alla porta e guardare dallo spioncino. Il cuore le si fermò. Non era la vicina di casa, bensì Andrea Sartori in tutta la sua prorompente sensualità. Aprì la porta quel poco che bastava per sporgersi con la testa, le guance in fiamme per l’imbarazzo. – Perché sei venuto?
Andrea fece un sorrisino. – È questo il modo di accogliere un ospite, professoressa Ricci?
– Saresti così gentile da rispondere alla mia domanda?
Un altro sorrisino. Andrea Sartori aveva una gran faccia da schiaffi, ma doveva ammettere che era bellissimo.
– Viola mi ha detto che sei passata da lei dopo la scuola – Andrea la fissò con i suoi occhioni ipnotici, togliendole il respiro. – Volevo ringraziarti per aver parlato un po’ con lei.
– Avresti potuto telefonarmi.
Diana era consapevole di risultare brusca e un po’ acida, ma non poteva farci nulla. Diamine, si trovava davanti a un dio greco e lei era in vestaglia e pantofole, coi capelli che sembravano una massa indistinta di riccioli. Per fortuna non si era messa anche i bigodini!
Lui allungò una mano e le sistemò un ciuffo ribelle dietro l’orecchio. – Avevo voglia di vederti.
Come poteva una voce suonare così dolce e armoniosa? Diana non lo sapeva, ma bastarono quelle poche parole a farla sciogliere come un cono gelato nel deserto del Sahara.
– Non mi fai entrare?
Oddio, questo proprio no!
Assunse un’espressione severa e risoluta. – Mi dispiace, ma stavo andando a dormire.
Lui aggrottò la fronte e si grattò la punta del naso. – Alle nove?
– Perché? Hai qualcosa in contrario?
– Oh, sì. Ci sono un mucchio di cose interessanti che si possono fare a quest’ora e dormire non è fra queste.
Diana deglutì. Come riusciva quell’uomo a farle venire la palpitazioni in quel modo? – Per esempio? – chiese con un filo di voce.
– Per esempio… – fece un passo verso di lei, facendola indietreggiare. A quel punto spalancò la porta. – Per esempio, potremmo sdraiarci sul divano e guardarci un buon film.
Lei fu certa di aver capito male. Sgranò gli occhi. – Hai detto guardare un film?
– Esatto. A cosa stavi pensando, mia piccola perversa? – La sua risata riecheggiò nel corridoio. Diana avrebbe voluto unirsi alla sua ilarità, ma non poteva. Se ne stava lì, fasciata in una vestaglia che aveva visto tempi migliori, mentre lui la esaminava da cima a fondo. Se avesse potuto, si sarebbe lasciata inghiottire dal pavimento: tutto, pur di nascondersi al suo sguardo. Tuttavia, lui non parve badare al suo abbigliamento ridicolo. Si avviò in direzione della sala, come se conoscesse il suo appartamento a memoria.
Be’, in realtà aveva già collaudato il suo divano. Diana si fece paonazza al solo ricordo e gli trotterellò dietro, il cuore che batteva a mille contro lo sterno. – Ehi, aspetta! Chi ti ha dato il permesso di entrare?
– Non fare la difficile, dolcezza. Non ho intenzione di costringerti a fare nulla che tu non voglia.
Lei roteò gli occhi senza essere vista. Il problema era che lei avrebbe voluto fare quelle cose. Solo che non poteva. Non poteva proprio!
Quasi non andò a sbattere contro quel fascio di muscoli, non appena lui si fermò davanti alla porta aperta della sala. Dalla tv arrivavano le immagini di Pretty Woman e Richard Gere, seduto in macchina con Julia Roberts, le stava lanciando un’occhiata seducente. – Si è gonfiato – disse con la sua voce sexy mentre lei si affrettava a rispondere: – No, ma ci si può lavorare.
Andrea si voltò di scatto, un sopracciglio inarcato. – Che film stavi guardando, piccola sporcacciona?
Ecco uno di quei momenti in cui Diana avrebbe voluto sparire. Volatilizzarsi. Con le guance in fiamme abbozzò un sorriso che sembrava più una smorfia. – È Pretty Woman. Non c’è niente di indecente in questo film, te lo posso assicurare.
Andrea entrò nella stanza e si lasciò cadere sul divano, come se si trovasse a casa propria. – Tu dici? Sbaglio o lei ha appena allungato una mano per toccargli il pene? Se questo è solo l’inizio...
Diana rise e si accoccolò al suo fianco. – Sul serio non hai mai visto Pretty Woman?
– Non ho molto tempo per i film: spesso lavoro fino a tardi. Questo però ha il suo perché, devo ammetterlo. E pensare che ho sempre detestato le commedie romantiche… devo rivalutarle!

Diana scosse la testa incredula. Sul serio si trovava sul divano, in compagnia dell’uomo più sexy del pianeta, a guardare film romantici? Se glielo avessero detto non ci avrebbe creduto. – E non hai ancora visto niente, Sartori – lo provocò, dandogli un leggero pizzicotto.


lunedì 14 settembre 2015

SCANDALOSI LEGAMI - DICIANNOVESIMA PUNTATA

*Attenzione!* Per gli argomenti trattati, questo racconto è riservato ad un pubblico adulto.

Non ebbe il tempo di ragionare su ciò che stava accadendo: le mani di Jacopo erano dappertutto: sul suo sterno, sui seni; le dita che sfioravano i capezzoli attraverso il tessuto sottile del reggiseno.
Viola ebbe la sensazione che ogni cosa intorno a lei si sgretolasse. Aveva coscienza solo di quei polpastrelli che si muovevano sulla sua pelle, provocandole brividi in tutto il corpo. Era certa di non aver mai provato nulla di simile in vita sua. Chiuse gli occhi nel preciso istante in cui Jacopo le fece scorrere le mani lungo la schiena, per slacciarle il reggiseno. Trattenne il fiato. Lui le sollevò la maglia e lei l’aiutò a sfilargliela dalla testa. Poi anche il reggiseno volò via.
Dio mio, non riusciva a credere che stesse succedendo davvero!
L’aria fresca di quel pomeriggio invernale la investì, facendole inturgidire i capezzoli. Ma fu solo un attimo. Subito dopo la bocca di Jacopo fu su di lei; avvolse una delle punte eccitate, stuzzicandola a lungo con la lingua, e un fuoco inarrestabile le divampò dentro.
Dalle labbra riarse di Viola fuoriuscì un gemito prolungato. Le dita si strinsero ancor di più sul maglione del professore, quasi volesse trattenerlo, impedirgli di smettere quella dolce tortura.
Invece tutto finì.
Viola si ritrovò a fissare gli occhi di brace di Jacopo su di lei, il petto scosso da respiri affrettati. – Ti prego, non fermarti – supplicò con un filo di voce.
Lui si lasciò sfuggire un’imprecazione. – Vuoi perdere la verginità qui, in una fottuta macchina? È questo che vuoi?
Viola dovette fare uno sforzo tremendo per riordinare i pensieri. – Voglio perdere la verginità con te. Non mi importa dove.
Jacopo rise piano. Una risata secca, senza allegria. – Non sai quello che dici. Meriti molto di più di una sveltina sui sedili posteriori di una Peugeot di seconda mano. Tu meriti di essere coccolata e viziata. Meriti paroline dolci sussurrate all’orecchio, su un letto ricoperto di petali di rose. Cazzo, Viola… stiamo parlando della tua prima volta!
Lei aveva quasi le lacrime agli occhi. Cavolo, era stata così vicina al raggiungimento del suo sogno più grande. Le si erano persino bagnate le mutandine e, nonostante la propria inesperienza, sapeva cosa volesse dire: era pronta per lui. E non era sicura che con un altro avrebbe provato le stesse cose. Si asciugò una lacrima col dorso della mano, ma non fiatò. Cosa poteva dire?
Jacopo raccolse il suo reggiseno che era finito sul tappetino, ai propri piedi, e glielo porse. Lo indossò in silenzio, un’ondata gelida sul cuore. – Rivestiti – le disse a un tratto lui, distogliendo lo sguardo. – Ti riporto a casa.




Diana tamburellò le mani sul volante, nella testa un turbinio di pensieri confusi. Dov’era finita Viola? Era passata a casa Sartori per parlare con lei, ma non aveva trovato nessuno. Si chiese se fosse il caso di sentire Andrea, ma non voleva metterlo in apprensione.
Forse era andata a studiare da qualche compagno di scuola.
Stava per riavviare il motore, quando una Peugeot grigia si immise nel vialetto d’accesso e si arrestò proprio davanti all’elegante stabile in cui vivevano i Sartori. Diana trattenne il respiro. Sapeva a chi apparteneva quell’auto: Torre l’aveva riaccompagnata a casa con quella, dopo l’ultimo collegio docenti. Gocce di sudore le scesero lungo la schiena e rimase immobile a fissare la figura esile di Viola che scendeva dall’auto, lo zaino in spalla e un’espressione smarrita sul volto pallido.
Merda.
     Si impose di restare immobile, nonostante il suo primo istinto fosse stato quello di raggiungerli e pretendere dal suo collega una spiegazione esauriente. Cosa diavolo ci faceva in compagnia di Viola?
Non essere impulsiva, Diana. Calmati.
Trattenne il respiro finché l’auto non si fu allontanata. Solo allora scese dalla propria e raggiunse Viola, i tacchi che scricchiolavano sulla ghiaia del vialetto.
– Viola! – chiamò, agitando una mano e mettendosi a correre.
Lei si arrestò di colpo, la fronte leggermente corrugata. – Professoressa Ricci, cosa ci fa qui?
Prese una boccata d’aria, prima di riuscire a rispondere. – Sono passata per chiederti se ti andava di fare un po’ di shopping insieme. Così chiacchieriamo un po’.
Viola esitò. Poteva immaginare il suo sconcerto. Forse era addirittura spaventata dalla sua improvvisata. Decise di tranquillizzarla. – È stato tuo padre a chiedermelo.
Lei calciò via un sassolino e si adombrò. – Quando la smetterà di trattarmi come una bambina? Non ho bisogno di una baby-sitter!
– E di un’amica? Puoi considerarmi solo questo: un’amica.
– Lei non è mia amica. È la mia prof di italiano.
Diana mantenne lo sguardo fisso su di lei cercando di non intimorirla, ma allo stesso tempo di apparire dura e inflessibile. – Anche il professor Torre è un tuo insegnante, eppure sembrate in ottimi rapporti. Ti ho vista scendere dalla sua auto, poco fa.
Se era sorpresa dalla sua domanda diretta, Viola non lo diede a vedere. Si limitò a mordersi il labbro inferiore e a sistemarsi lo zaino sulla spalla. – Stiamo lavorando insieme a una recita scolastica. Tutto qui.
– Sicura? – Diana la incalzò, ben decisa a farsi dire la verità. – Non lo stai coprendo, vero? Vi ho visti insieme anche stamattina, nei bagni della scuola. Dubito che vi siate chiusi in bagno per parlare di una rappresentazione scolastica.
La vide arrossire e un po’ le fece tenerezza. Viola non era molto brava a mascherare le proprie emozioni. – In realtà è lui che sta coprendo me.
Questa proprio non se l’aspettava. Sgranò gli occhi. – Come? In che senso?
– Mi ero chiusa in bagno con Scarpati. Il professor Torre ci ha visti mentre ci baciavamo e ha promesso di non dirlo a nessuno. Ma non abbiamo fatto nulla di male io e Stefano. È stato solo un bacio.
Diana era interdetta. Stava dicendo la verità?
Si sentì stupida per aver sospettato in quel modo del professor Torre. Era sempre stato un bravo collega: serio, gentile e disponibile. Lei poteva dire altrettanto? Non ci aveva messo molto a infilarsi nel letto di Andrea, sebbene tecnicamente non si fosse trattato di un letto, e in fatto a serietà sul lavoro era di certo lei a trovarsi in difetto.
Rammaricata, rivolse a Viola uno sguardo colpevole. – Okay, mi scuso per essermi intromessa. Sono solo preoccupata per te. Ultimamente sei così distratta a scuola. Cosa ti sta succedendo?
Viola tornò a mordersi il labbro. – Che ne dice di salire di sopra? Parleremo meglio di fronte a una tazza di tè. O se preferisce una cioccolata calda.
– Un tè sarebbe perfetto, grazie.
– Mi promette che ciò che le dirò resterà tra noi e non correrà a spifferarlo a mio padre?
Trattenendo un sorriso, Diana annuì convinta. – Promesso.

– Avanti, mi segua.


martedì 8 settembre 2015

SCANDALOSI LEGAMI - DICIOTTESIMA PUNTATA

*Attenzione!* Per gli argomenti trattati, questo racconto è riservato ad un pubblico adulto.

Diana controllò l’orologio da polso e accelerò il passo. Era in ritardo. Di nuovo. Aveva trascorso la notte a pensare ad Andrea, addormentandosi solo alle prime luci dell’alba. E ora aveva gli occhi che sembravano due palle da bowling. Si sentiva a pezzi.
     Accidenti!
     Doveva trovare un sistema per togliersi Sartori dalla testa, una volta per tutte. Proprio in quello stesso momento, mentre si avviava quasi correndo verso la III B, notò Viola che usciva a spron battuto dai bagni, le guance arrossate e le labbra gonfie come se… come se avesse trascorso gli ultimi minuti a baciare qualcuno.
     Si immobilizzò, le membra diventate all’improvviso pesanti.
     Cosa doveva fare? Una vocina interiore le suggeriva di non intromettersi. Non erano fatti suoi, dopotutto. Ma un’altra voce, ancora più pressante e insistente, le gridava nella testa il proprio coinvolgimento con Sartori. Non poteva certo lavarsene le mani. Viola era la figlia di Andrea, lo stesso uomo che l’aveva fatta godere sui sedili di un’auto e per cui lei ancora spasimava, nelle lunghe notti solitarie.
     Deglutì, senza riuscire a muovere un solo muscolo. Un attimo dopo, la porta dei bagni si spalancò e apparve Jacopo Torre, il collega di inglese. Era trafelato, gli occhi che sembravano schizzare fuori dalle orbite e un’aria colpevole, tormentata.
     Dio mio, non poteva essere!
     Diana non riuscì a resistere alla tentazione di fissargli le labbra, mentre attirava la sua attenzione avvicinandosi. – Ehi, Torre. Anche tu in ritardo?
     Lui trasalì, lo sguardo decisamente colpevole. – Ciao, Ricci. Ho dovuto fare un salto in bagno. E tu?
     Lei esitò. Nessun accenno a Viola e alla sua uscita di scena, solo pochi istanti prima. E anche le labbra di Torre apparivano tumide. Erano labbra che avevano appena finito di baciare, quello era poco ma sicuro. – Io ho avuto una nottataccia. Soffro spesso di insonnia.
     Evitò di dire che era stata colta da una smania incontrollabile: una voglia di sesso che l’aveva lasciata annichilita e ansante. Inutilmente aveva cercato soddisfazione da sola, toccandosi e portandosi a un orgasmo veloce e insoddisfacente. Il solo pensiero la fece avvampare, ma per fortuna Jacopo non lo notò, perso com’era nei suoi pensieri.
     Diana si schiarì la voce. – C’era qualcuno con te, in bagno?
     Un sopracciglio scuro scattò verso l’alto. Jacopo la fissò pallido in volto. – No, perché?
     – Niente. Mi sembrava di aver visto qualcuno uscire di corsa, ma mi sarò sbagliata.
     Lui si passò una mano fra i capelli e le indirizzò un sorriso imbarazzato. – Forse qualche alunno che si è chiuso nei bagni a fumare. Io comunque non ho visto nessuno.
     Diana cominciò a sentire un peso allo stomaco. – Ma sì, sarà come dici tu – fece una pausa, poi aggiunse, come se il pensiero le fosse sopraggiunto all’improvviso: – Come mai non hai usato il bagno dei professori?
     Jacopo si mosse in direzione delle aule, le mani sepolte nelle tasche dei jeans. – Mi sono infilato nel primo che ho trovato, Ricci. Ma la prossima volta farò più attenzione. I cessi dei ragazzi fanno veramente schifo.
     Diana lo osservò avanzare lungo il corridoio con lunghe falcate atletiche. Torre era un bell’uomo, non poteva negarlo. Ma aveva almeno una decina d’anni più di Viola, presumibilmente anche qualcuno di più. Era possibile che…?
     Se Andrea fosse venuto a saperlo sarebbe scoppiato il finimondo e forse era meglio tenerlo all’oscuro. Dopotutto, non aveva nessuna certezza. Ma avrebbe tenuto gli occhi aperti, questo glielo doveva. E poi stava cominciando a prendere a cuore la situazione di Viola, sola, senza una madre che si occupasse di lei.

     Con il cuore in tumulto, si avviò a sua volta verso la propria classe.


Quando la campanella che annunciava la fine delle lezioni risuonò con insistenza, Viola tirò un sospiro di sollievo. Non era stato facile concentrarsi. Non col sapore di Jacopo ancora sulle labbra. Abbordare Stefano davanti ai bagni della scuola si era rivelato un grosso errore. Adesso si sentiva ancora più confusa e incerta.
     Cosa doveva fare? Andare a letto con Scarpati?
Ma come, se in testa aveva un unico uomo? Qualcuno che le faceva contrarre lo stomaco appena con uno sguardo?
– Viola, tutto bene? – le chiese a un tratto Daniela, la fronte corrugata. – Sei strana.
Lei ficcò il diario nello zaino e se lo mise in spalla. – Stamattina ho baciato Scarpati – rispose con un filo di voce. Aveva la gola secca.
– Ma è fantastico! – Daniela le diede una pacca sulla spalla, in un goffo tentativo di incoraggiamento. In realtà, tutto ciò che provava Viola era un profondo imbarazzo.
– Fantastico un accidenti! – Non era da lei imprecare, ma non riuscì a farne a meno. – Dopo è arrivato Jacopo ed è scoppiato un gran casino.
– Si è ingelosito? Dai, non farmi stare sulle spine! Racconta.
Viola non era certa che fosse gelosia quel che aveva provato il professor Torre, vedendola tra le braccia di Stefano. Forse era davvero preoccupato solo del fatto che lì, nel corridoio, tutti potessero vederli. Anche se ancora non riusciva a spiegarsi quel bacio.
Cos’era stato? Una punizione?
Sospirò e uscì dall’aula, seguita da una sempre più curiosa Daniela. – Allora? Vuoi dirmi che è successo?
Viola roteò gli occhi. – Mi ha baciata. Di nuovo.
– Oh, mio Dio! E com’è stato?
Non aveva voglia di raccontarle le emozioni che si agitavano dentro di lei. Anche se Daniela era la sua migliore amica, c’erano cose che desiderava tenere per sé, racchiuse nel proprio cuore. Quel bacio era una di quelle. Affrettò il passo lungo il corridoio e cominciò a scendere le scale. – È un gran casino, Dani. Non ce la farò mai. Non riuscirò a fare sesso con Scarpati.
– Sciocchezze! Andrà tutto alla grande, invece. Se vederti tra le sue braccia ha spinto il professore a baciarti, cosa accadrà quando scoprirà che ci sei andata a letto?
Viola non osava chiederselo. – Non lo scoprirà perché non accadrà mai.
Rovistò nello zaino alla ricerca del cellulare mentre varcava l’uscita dell’edificio scolastico. Il display segnalava un messaggio da leggere. Un messaggio di Jacopo.
Il cuore le balzò in gola all’istante mentre scorreva velocemente le parole, dimenticandosi addirittura di respirare.

“Dove sei? Ti aspetto nel piazzale della scuola.”

Le ginocchia cominciarono a tremare. Ignorando le chiacchiere continue di Daniela, lo cercò con lo sguardo e a un tratto lo vide. Era appoggiato alla fiancata della sua auto, una Peugeot 208 grigio metallizzato, le mani infilate nelle tasche dei jeans. Viola arrossì e mormorò una debole scusa a Daniela.
Gli si avvicinò cauta, i passi che sembravano muoversi al rallentatore. – Volevi vedermi?
Lui sollevò la testa di scatto e lei pensò di non aver mai visto un uomo più affascinante di quello. Il pullover di lana aderiva al suo busto tornito, mettendo ancora più in evidenza i muscoli. Sembrava quasi finto con le spalle ampie, il torace che pareva scolpito nel marmo e le gambe lunghe e atletiche. Non appena la vide, il suo sguardo si fece più intenso. – Sì, ho bisogno di parlarti. È importante. Dai, Sali.



Viola deglutì. Fissò l’auto e poi di nuovo lui. – Dove hai intenzione di portarmi?
– In un posto tranquillo dove potremo parlare. Ti riaccompagno io a casa, dopo. Non ti preoccupare.
Non doveva preoccuparsi? Lei e Jacopo da soli sulla sua auto. Le venivano le palpitazioni al solo pensiero. Dopo un attimo di esitazione, si riscosse. – Okay – disse mentre lui le apriva la portiera della Peugeot. – Ma devo essere a casa al più tardi tra un’ora.
Non era vero niente, ma non intendeva fare la figura della ragazzina disposta a tutto pur di compiacerlo. Aveva il suo orgoglio.
Jacopo annuì. – Promesso.
Si lasciò cadere sul sedile del passeggero, sforzandosi di ignorare il battito frenetico del proprio cuore. L’auto partì a grande velocità, diretta verso le zone collinari. Viola attese che si fermasse in un luogo un po’ appartato, prima di chiedere: – Be’, cosa mi dovevi dire di tanto urgente?
– La professoressa Ricci per poco non ci ha scoperti stamattina, nei bagni – rispose lui infilandosi le mani tra i capelli. – Dobbiamo farla finita, Viola.
– Farla finita? – La voce le uscì alquanto arrochita. – Non mi pare che tra noi sia mai cominciato qualcosa. O sbaglio?
– Viola…
– No, ascoltami. Stefano mi ha chiesto di diventare la sua ragazza e penso che gli dirò di sì.
Lui trasalì, gli occhi che sembravano laghi incandescenti. – Che cosa? Sei impazzita?
– Visto che non posso avere te, ho pensato che fosse meglio frequentare qualcun altro. Non ho intenzione di chiudermi in un convento perché tu non hai le palle per stare con me – Le parole le erano uscite senza controllo, ma adesso che gli aveva vomitato addosso la propria frustrazione si sentiva meglio.
O quasi.
– E così hai deciso di buttarti tra le braccia di Scarpati?
– Non sei stato tu a suggerirmi di fare esperienza?
Jacopo scosse la testa. – Ti sei messa con Scarpati per fare esperienza? – Le lanciò un’altra occhiata di fuoco. – Se è fare esperienza che vuoi…
Non terminò la frase. Fece uno scatto in avanti e le afferrò la nuca per avvicinare le labbra alle sue. La baciò come se non esistesse un domani, con fame, necessità. Viola era stordita dalla voracità di quel bacio. Avrebbe voluto mostrarsi superiore. Negarsi a lui. Invece si ritrovò premuta contro il suo petto a ricambiare il bacio con la stessa passione, le lingue che si sfioravano, lambivano, assaporavano.
Viola ebbe la sensazione che il cuore le stesse schizzando fuori dal petto. Quando Jacopo la lasciò ansimava, le dita aggrappate al suo maglione. Quando le aveva messe lì? Non se ne era nemmeno resa conto. Intanto lui aveva insinuato una mano sotto al suo golfino di cachemire e le stava accarezzando piano lo stomaco, per poi risalire verso l’alto. Un sospiro le uscì dalle labbra dischiuse. – Co-cosa hai intenzione di fare?
– Volevi fare esperienza, giusto? – Il suo tono era duro, brusco. Ma a Viola sembrò la cosa più dolce del mondo.

lunedì 31 agosto 2015

SCANDALOSI LEGAMI - DICIASSETTESIMA PUNTATA

*Attenzione!* Per gli argomenti trattati, questo racconto è riservato ad un pubblico adulto.

– Non è voluto venire a letto con te? Sul serio? – la voce di Daniela le trapanò l’orecchio, attraverso il cellulare. Viola strinse il telefono fino a far sbiancare le nocche e trattenne le lacrime di umiliazione che le serravano la gola.
     – Sì, sul serio. Secondo lui sono troppo piccola.
     – È perché sei ancora vergine – sbottò allora Daniela con convinzione. – Agli uomini piacciono le ragazze con un po’ più di esperienza. Forse se facessi sesso con qualcuno…
     – Sei pazza? – A Viola vennero le palpitazioni. Non che nelle parole della sua amica non ci fosse una logica. In realtà, lei aveva pensato esattamente la stessa cosa.
     – No, ti sto solo dicendo quello che dovresti fare se vuoi conquistare il professore di inglese.
     – E con chi dovrei andare a letto, secondo te?
     Non che volesse davvero farlo, la sua era pura curiosità. Anche se… il pensiero che fosse davvero l’unica soluzione al suo problema la tormentava. Daniela tacque per un istante. Stava riflettendo, ormai Viola la conosceva bene. La sua amica era un vulcano di idee ed era praticamente impossibile fermarla, quando si metteva in testa qualcosa.
     – Ho trovato! – esclamò infatti, poco dopo. – Potresti provarci con Stefano. È da un po’ che ti ha messo gli occhi addosso.
     – Ma chi? Scarpati?
     – Proprio lui.
     La sola idea era rivoltante. – E sentiamo, tu come sai che mi ha messo gli occhi addosso?
     – Andiamo, lo sanno tutti! – Daniela scoppiò a ridere. – Non vorrai farmi credere che non te ne sei accorta? Ha ragione il professor Torre: sei proprio una bambina!
     Viola arrossì violentemente. In effetti, il sesso era un terreno in cui si trovava impreparata. Vedeva Scarpati tutti i giorni, a scuola, eppure non si era mai resa conto che nutrisse un interesse nei suoi confronti. Si mordicchiò piano un’unghia. – Quindi, secondo te, se gli facessi capire che voglio farlo con lui…
     – Viola, a quello basta che gliela fai annusare e va in brodo di giuggiole. È pazzo di te. E tutto sommato non è affatto male, ti pare?
     Lei sospirò. Scarpati non era certo il suo tipo. Però doveva ammettere che Daniela non aveva tutti i torti: era un bel ragazzo. E quasi tutte, a scuola, avrebbero voluto una storia con lui. Non sarebbe stato un gran sacrificio portarselo a letto, no? E poi si trattava di farlo solo una volta o due, giusto per perdere la verginità e poterlo sbattere in faccia a Jacopo alla prima occasione. Ma allora perché quella decisione le pesava addosso come un macigno?
     – Il fatto è che pensavo che la mia prima volta sarebbe stata con qualcuno di cui ero innamorata. Così è talmente squallido!
     Daniela fece schioccare la lingua. Viola fu certa che stesse alzando gli occhi al cielo, anche se non poteva vederla. – Se vuoi Jacopo, è bene che tu non faccia troppo la schizzinosa. La domanda è: ci tieni abbastanza a lui da andare fino in fondo?
     Dio mio, sì!
     La risposta le risuonò nelle orecchie come uno sparo. Per Jacopo sarebbe stata disposta a tutto. Anche a perdere la verginità con Scarpati.




Jacopo salì le scale di corsa, una ridda di pensieri confusi che gli si agitavano in testa. Aveva sbagliato con Viola. Non avrebbe dovuto cedere alla tentazione di baciarla. E di certo non avrebbe dovuto trascinarla sul suo divano, per divorarle le labbra come un cane affamato. Adesso come avrebbe fatto a guardarla negli occhi senza ricordare quel bacio? Senza pensare a come fossero morbide e calde le sue labbra contro le proprie?
     Merda.
     Era proprio fottuto.
    Svoltò a destra nel corridoio del secondo piano e si fermò, all’improvviso raggelato. Viola era appoggiata alla porta del bagno, la bocca incollata a quella di Scarpati che sembrava volesse succhiarle anche l’anima. Il suo cuore perse un battito, mentre una rabbia cieca e improvvisa gli attanagliava le viscere. Come spinto da una forza inarrestabile si avvicinò e afferrò Scarpati per il bavero della camicia. Il ragazzo trasalì e si voltò a guardarlo, gli occhi sgranati e pieni di confusione.
     – Avete preso la scuola per un locale notturno? – tuonò Jacopo, sforzandosi di non strattonarlo. In fondo, era sempre un ragazzo. Un suo alunno. Lo lasciò andare, ma mantenne il contatto visivo. – Avanti, di corsa in classe. E che non si ripeta più, mi sono spiegato?
     Scarpati ebbe il buonsenso di arrossire, mentre Viola ricambiava il suo sguardo sfrontata. – Ci scusi professore – disse lui avviandosi in direzione della III B. Dopo qualche passo si bloccò e si volse verso Viola, rimasta immobile.
     – Viola? – la chiamò corrugando la fronte.
     Jacopo sollevò una mano come per fermarlo. – Vai avanti, Scarpati. Devo scambiare ancora due parole con la Sartori. Adesso.
     Obbediente, Stefano corse via e lui si ritrovò solo con Viola nel corridoio deserto e silenzioso. Jacopo ebbe la sensazione di riuscire a sentire i loro respiri affannati. – Cosa diavolo pensavi di fare? – l’apostrofò con rabbia.
     Lei sollevò il mento con aria di sfida. Era dannatamente bella con le guance arrossate e le labbra tumide. – Sto solo seguendo il suo consiglio. Perché se la prende tanto, professore?
     Calcò volutamente la parola professore, come se desiderasse rammentargli che lui era il suo insegnante e non aveva il diritto di intromettersi nella sua vita.
     Fanculo.
     – Quale consiglio? Non mi sembra di averti suggerito di pomiciare davanti ai bagni della scuola. O sbaglio?
     – Ma come? Non è stato lei a dirmi che dovrei fare esperienza coi ragazzi della mia età?
     Jacopo deglutì. L’aveva fatto davvero? Cazzo, sì. Ma con quelle parole non intendeva spingerla tra le braccia del primo ragazzo arrapato che incontrava. E poi a lei Scarpati non piaceva. O forse sì?
     Strinse i pugni e mosse un passo nella sua direzione, torreggiando su di lei. – Di certo non a scuola, dove tutti possono vedervi.
     – Oh, capisco – La voce di Viola suonò lievemente sarcastica. – Quindi se andassi a letto con Stefano fuori dalla scuola, non ci sarebbe niente di male. Giusto? L’importante è che non ci veda nessuno.
     – Non ho detto questo – Viola stava diventando troppo insolente. Avrebbe voluto sculacciarla fino a farle entrare un po’ di buonsenso in quella testolina ribelle. E poi avrebbe voluto baciarla. Baciarla fino a perdere l’uso della ragione, fino a sentire dove iniziava la propria’ bocca e finiva quella di lei, fino a bearsi di quei versi che faceva con la gola, così erotici e sensuali.
     Era veramente fottuto.
     E invece di fare la cosa giusta, quella più sensata, Jacopo si ritrovò a sospingerla all’interno del bagno, richiudendo la porta alle loro spalle. La schiacciò contro la parete e si impossessò delle sue labbra, sfiorandole appena per assaporarne la morbidezza. Poi aumentò la pressione baciandola sul serio, gustandola lentamente, in profondità.
     Invece di ribellarsi lei si sciolse tra le sue braccia come cioccolato fuso. I piccoli gemiti che uscirono dalla sua gola lo eccitarono ancora di più e Jacopo intensificò il bacio, in modo famelico, come se il bisogno di lei fosse impossibile da domare. Non voleva fermarsi. Non voleva che tutto ciò finisse. E invece doveva.
     Si staccò da lei con un ansito che sembrò un lamento disperato. – Vattene – le bisbigliò contro le labbra. – Vattene o non rispondo di me.
     Viola lo cercò un’ultima volta con gli occhi, quel pizzico di ribellione ormai completamente svanito. Infine, si mosse come al rallentatore e uscì dal bagno lasciandolo solo, con un’imbarazzante erezione a premergli contro i calzoni.
     Cazzo.
     Jacopo chiuse gli occhi e inspirò. Non poteva andare avanti così. Sarebbe di certo impazzito.


sabato 15 agosto 2015

SALDI DI FINE ESTATE

Carissimi lettori,
è arrivato Ferragosto e ci si appresta a tornare dalle vacanze. Forse qualcuno deve ancora partire, ma ad ogni modo si spera che il caldo afoso che questa estate ha messo tutti in ginocchio, ora stia per finire. Ebbene, quale momento migliore per fare un regalo a tutti voi, che mi seguite con tanto affetto?
Pertanto, ho deciso di mettere in offerta il mio romanzo storico/erotico "La dama misteriosa". Sarà in vendita a 0,99 €, su tutti i principali ebook store, fino al 30 settembre.
Se c'è qualcuno che ancora non l'ha acquistato e cerca qualcosa da leggere durante gli ultimi giorni di vacanza, questa è l'occasione giusta. ;-)
Per invogliarvi alla lettura vi lascio in compagnia dell'incipit:

Bedfordshire, giugno 1795

Sedeva davanti alla toeletta, le mani posate in grembo in una posa rigida e innaturale. Tremava un poco, ma non perché facesse realmente freddo in quella stanza. Anzi, dalle alte finestre aperte filtrava una piacevole brezza, considerata la stagione.
     Julia sospirò, lanciando un’occhiata ansiosa alla porta che metteva in comunicazione la sua camera da letto con quella di sir Jonathan Drake, il suo sposo. Aveva la gola secca e un rivolo di sudore le scendeva lungo il collo. Non era certa di riuscire a tenere a bada l’agitazione, non la sua prima notte di nozze.
     Si umettò le labbra, tornando a fissare lo specchio davanti a sé ed esaminando per l’ennesima volta la propria figura snella, fasciata in un’impalpabile camicia da notte che poco celava del suo corpo ancora acerbo. Avrebbe desiderato possedere forme più arrotondate e seducenti per poter compiacere meglio il proprio marito; invece era alta, magra e spigolosa, senza alcuna attrattiva.
     Le dita corsero all’acconciatura. I nastri con cui aveva legato i capelli si erano disfatti e ora sgradevoli riccioli ramati sfuggivano al rigido chignon sopra la nuca, dandole un aspetto sciatto e  disordinato. La cameriera si era offerta di scioglierle le lunghe chiome e pettinarle per lei, ma Julia  si era rifiutata. Odiava i suoi capelli color carota e tenerli sciolti sulle spalle sarebbe servito unicamente a farla rassomigliare a uno spaventapasseri.
     Un rumore di passi la fece irrigidire. La porta cigolò aprendosi, mentre Sir Drake faceva il suo ingresso nella stanza nuziale, dopo essersi congedato dagli amici che, giù da basso, avevano brindato in onore degli sposi fino a tarda sera. Jonathan era un giovane di bellezza innegabile. Irradiava una forte mascolinità che a Julia non era certo indifferente. Alto, di corporatura atletica, dimostrava più dei suoi venticinque anni. Quando irruppe all’interno, lo fece con una disinvoltura naturale, certamente pronto ad assolvere i propri doveri coniugali senza la minima esitazione o imbarazzo. Vestiva con eleganza informale, una giacca blu scuro fatta su misura, dei calzoni color crema che lo fasciavano come una seconda pelle e un paio di stivali lucidi. I serici capelli biondi contrastavano con il nero del fazzoletto da collo, annodato in maniera impeccabile.
     – Vediamo di portare a termine il nostro ingrato compito, milady – le disse, lasciandosi cadere su una poltrona per togliersi gli stivali, lo sguardo che percorreva la sua intera figura rischiarata dalla flebile luce di una candela.
     Julia deglutì, seguendo i movimenti bruschi del marito con apprensione. Sembrava irritato e forse anche un po’ brillo. Avrebbe voluto dirgli che per lei non vi era nulla di ingrato in tutto ciò, ma le parole non vollero uscire, costringendola a restare in silenzio.
     Poi lui si chinò a sfilarsi le calze. – Sarò sincero con voi fin dall’inizio: vi ho sposata unicamente perché vi sono stato costretto. Mio padre pensa che la figlia di un duca possa essere un buon affare per me. Tuttavia, non illudetevi. Non sono innamorato di voi, né mai lo sarò.
     – Come fate a dirlo? – Istintivamente Julia ritrovò la voce. Incatenò gli occhi ai suoi, sforzandosi di capire se fosse serio o se quelle parole crudeli fossero il risultato dei troppi bicchieri di vino che si era scolato durante il ricevimento di nozze. – Ancora non sapete nulla di me. Forse, conoscendomi meglio…
     La sua bassa risata la fece irrigidire. – Non vi illudete, milady. Non credo nell’amore e sono convinto che qualsiasi illusione romantica possiate nutrire nei miei confronti sia solo il frutto di fantasie sciocche e infantili.
     Con un movimento repentino, Jonathan si alzò sfilandosi da sopra la testa la candida camicia di lino, per poi abbandonarla sul pavimento insieme al resto degli indumenti. Julia sgranò gli occhi, fissando senza fiato la gloriosa distesa del petto e i capezzoli ritti che risaltavano sulla pelle abbronzata. Poi, le mani di Jonathan scesero sull’allacciatura dei calzoni. Il suo primo istinto fu quello di voltarsi e distogliere lo sguardo, ma si fece forza e rimase inerte, senza muovere un solo muscolo. Si impose di guardarlo mentre si abbassava le braghe sulle cosce muscolose, finché non fu completamente nudo di fronte a lei.
     Allora sentì stringersi lo stomaco e serrò i pugni conficcandosi le unghie nei palmi. L’asta del sesso era lunga e spessa e sembrava crescere sotto il suo sguardo fino a svettare contro i muscoli dell’addome.

     Accorgendosi del suo sbigottimento lui rise di nuovo, piano. – Be’, come vedete sono perfettamente in grado di consumare questa unione, quali che siano i miei sentimenti per voi – Fece una pausa durante la quale Julia ebbe l’impressione che tutto l’ossigeno le venisse risucchiato dai polmoni. – Allora, vogliamo andare a letto?


BRIVIDI AD ALTA QUOTA

Vi informo che oggi sul blog "La mia biblioteca romantica" trovate il mio racconto "Brividi ad alta quota".
Buona lettura e buon ferragosto a tutti!

http://bibliotecaromantica.blogspot.it/2015/08/summer-loving-brividi-ad-alta-quota-di.html?m=0