Toyboy - Teaser

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domenica 5 agosto 2018

SENZA FIATO - RACCOLTA RACCONTI ROMANTIC SUSPENSE

Cercate dei racconti in cui amore e suspense si alternano? Qualcosa di elettrizzante ed emozionante allo stesso tempo?
Vi ricordo che questa raccolta  contiene anche un mio vecchio racconto e si può scaricare su Amazon.
Cosa aspettate?

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sabato 9 settembre 2017

CON L'AMORE NON SI SCHERZA

Ciao a tutti,
vi è piaciuto il racconto Brividi ad alta quota? Se vi siete lasciati conquistare da Katie e Luke, ecco a voi il sequel del racconto. Stavolta l'ambientazione è natalizia, ma vi regalerà emozioni e risate a volontà.
Buona lettura!



Katie strofinò il naso contro il collo del suo uomo, dopo una performance di sesso da urlo. Il profumo di lui, un aroma intenso di sudore e acqua di colonia, le invase le narici.
Divino.
Lui le accarezzò piano la schiena, scendendo ad afferrarle i glutei. – Signorina Wilson, stavolta ha dato il meglio di sé. Se lo lasci dire.
Lei sorrise divertita. Le piaceva quando la chiamava signorina Wilson. Era una delle sue ricorrenti fantasie erotiche quella di fare sesso con uno sconosciuto. Qualcuno che non sapesse nulla di lei.
Oddio, a dire il vero tra lei e Luke era nato tutto così. La prima volta che erano finiti a letto non conosceva neppure il suo nome. Anzi, lo credeva addirittura qualcun altro. Per un attimo le parve di rivivere quell’incredibile weekend a Parigi.
– Ascolta… – Luke si sollevò su un gomito, gli splendidi occhi azzurri puntati su di lei. – C’è una cosa che devo dirti.
Ahi.
Di solito, quando un uomo esordisce in quel modo, è per darti una brutta notizia: confessare un tradimento, o peggio per dirti che ti vuole lasciare.
Katie trattenne il respiro. – Quale cosa?
– Mia madre verrà a Chicago per Natale.
– E allora?  
La madre di Luke viveva in Canada e vedeva il proprio figlio solo durante le festività. Quindi, nulla di strano che volesse raggiungerlo a Chicago, ora che lui si era trasferito da quelle parti.
Luke si passò una mano tra i capelli spettinati. – Le ho detto che vi avrei fatte conoscere.
Katie si sollevò di scatto, il cuore che sembrava schizzarle fuori dal petto. – Che cosa? Io non sono pronta a conoscere tua madre. Ricordi cosa avevamo deciso? Di andare per gradi. Goderci il nostro rapporto senza impegni, senza doverlo gridare al mondo intero.
Luke sollevò un sopracciglio. – Katie, ci frequentiamo già da cinque mesi ormai. Mi sembra di averti concesso tutto il tempo necessario per abituarti all’idea. E mia madre non è esattamente il mondo intero.
– È la stessa cosa! – Katie era turbata. Anzi, no. Terrorizzata. Quest’ultima parola rendeva meglio l’idea. Strinse gli occhi, puntandogli un dito contro. – Sai bene che non voglio che si sappia in giro che io e te andiamo a letto assieme.
– Potrei trovarlo offensivo – Luke fece scattare in alto anche l’altro sopracciglio, segno che era indispettito. Molto indispettito. – E per inciso, io e te non andiamo a letto insieme. Siamo una coppia. È differente.
Katie non riusciva a capire quale fosse la differenza. O forse non voleva accettare l’idea di essersi legata sentimentalmente al plurimiliardario più noto del Paese. La notizia di una storia tra loro sarebbe stata sbattuta in prima pagina, e nonostante lei fosse una giornalista, odiava l’idea di apparire sui rotocalchi. Specie per una cosa così intima e personale.
– A ogni modo, se si sapesse di noi due, al giornale tutti penserebbero che, se sono riuscita a ottenere un’intervista esclusiva da te, è solo merito del fatto che mi sono infilata nel tuo letto. Sarebbe estremamente umiliante.
Luke roteò gli occhi. Pareva frustrato, ma non in collera. – Prima o poi dovremo dare la notizia. Non ce la faccio più ad andare avanti così. Costretto a nascondermi ogni volta che ci vediamo.
– Hai sempre detto che lo trovavi eccitante.
– Le prime due settimane, forse. Ora non più. Ora voglio ufficializzare il nostro rapporto.
– È un ultimatum?
– Chiamiamolo così – Luke incrociò le braccia sul petto muscoloso, appoggiandosi ai cuscini. – A Natale tu pranzerai con me e mia madre. Altrimenti, considera conclusa la nostra storia. Mi sono spiegato?
Katie sbuffò.
Eccome se si era spiegato.
Cercò di mostrarsi indifferente, ma il mondo le stava crollando addosso. Non era pronta a rinunciare a Luke Anderson. Non ancora.


***

Non avrebbe voluto metterla di fronte a una simile decisione. Luke sapeva che non sarebbe riuscito a rinunciare a lei in ogni caso. Tuttavia, non aveva avuto scelta. Era stufo di tutti quei sotterfugi: intrufolarsi a casa sua di soppiatto a notte fonda, per poi andarsene all’alba. Nessuna cenetta romantica nei ristoranti della città. Nessuna serata al cinema. E che dire delle passeggiate al chiar di luna? Impensabili.
Non ne poteva davvero più. Aveva un orgoglio da difendere.
Senza contare il fatto che lui desiderava sul serio ufficializzare il loro rapporto. Le aveva persino comprato un anello con un diamante grosso come una noce, e contava di darglielo proprio il giorno di Natale. Dopo di che avrebbero fatto l’amore. Intensamente. Con una rinnovata passione.
Aveva pianificato tutto.
E non aveva intenzione di rinunziarvi, solo perché la donna che amava se la faceva sotto dalla paura.
Si mise a sedere sul letto mentre Katie si rivestiva in fretta, sulle labbra un broncio infantile. Avrebbe voluto mangiarsela di baci, ma si trattenne. Invece rimase a fissarla beandosi del suo corpo perfetto, fasciato in un abito talmente aderente da non lasciare nulla all’immaginazione.
– Hai intenzione di andare al lavoro vestita così? – borbottò con un pizzico di gelosia. – Non sei un po’ troppo sexy?
Lei gli rivolse uno sguardo torvo. Era ancora arrabbiata. – Sai com’è… se mi devo trovare un nuovo amante, è bene che mi dia da fare. Manca appena una settimana a Natale.
Piccola vipera.
Quest’ultima frecciata poteva risparmiarsela.
Luke fece un grugnito e si alzò a sua volta, raggiungendola e abbracciandola da dietro. – Ma fino ad allora sei mia – Le sollevò l’orlo dell’abito, scoprendo le cosce rivestite da un paio di autoreggenti nere. Infilò un dito sotto il pizzo delle calze, massaggiandole la tenera carne con lenti cerchi. – Soltanto mia.
Katie si lasciò sfuggire un sospiro. – Farò tardi al lavoro.
Lui la baciò proprio sotto la nuca, scendendo lungo il collo vellutato. – Cercherò di concludere in fretta.
Il dito risalì fino all’elastico delle mutandine, insinuandosi all’interno.
Cristo, era già bagnata.
– Sì, credo che non mi ci vorrà molto.
I sospiri di Katie si trasformarono in gemiti veri e propri, mentre le strofinava il dito sul clitoride gonfio e desideroso delle sue attenzioni.
Un lento sorriso gli incuneò le labbra.
Forse non era detta l’ultima parola.

***

Era in ritardo. Tremendamente in ritardo.
Katie spalancò la porta della redazione col respiro affannato, nella mente il ricordo dell’ultimo amplesso con Luke. Arrossì avviandosi verso la propria scrivania, i tacchi degli stivali che risuonavano sul pavimento.
– Ehi, Katie – La voce di Sylvia, una delle sue colleghe, la fece voltare di scatto. – Il capo vuole vederti nel suo ufficio. Immediatamente.
Lei deglutì, arrestandosi di colpo.
Ecco, lo sapeva.
Adesso avrebbe ricevuto una bella lavata di capo. E tutto per colpa di Luke.
Con la coda tra le gambe mutò direzione e si ritrovò davanti a una porta a vetri. Bussò, trattenendo il respiro finché una voce tuonò: – Avanti!
Timidamente infilò la testa all’interno. – Sono io, Katie. Desiderava vedermi?
– Ah, Wilson. Era l’ora che si facesse vedere. Entri.
Mordicchiandosi il labbro, Katie si fece avanti richiudendo la porta alle spalle. Le tremavano le ginocchia, ma non voleva far capire che era in ansia. Quindi, si piazzò davanti alla scrivania del grande capo, in attesa.
Lui si appoggiò allo schienale della poltrona, studiandola in silenzio. Solo dopo un esame approfondito – Dio mio, come minimo doveva avere i capelli in disordine e le labbra ancora gonfie dei baci di Luke – si decise a parlare.
– L’ho convocata per assegnarle un compito che solo lei può portare a termine.
Lei sbatté le palpebre più volte. La stava prendendo per i fondelli? Era vero che, dopo la famosa intervista esclusiva ad Anderson, la sua posizione all’interno del Chicago Sun-Times era decisamente migliorata. Ma non fino a questi punti.
Aggrottò la fronte. – Quale compito, signore?
Lui si grattò la testa pelata. – È trapelata la notizia che Anderson trascorrerà il Natale in compagnia della madre e della fidanzata.
Fidanzata?
Da quando era diventata la fidanzata?
Katie sentì il proprio cuore rimbalzarle nel petto mentre si imponeva di restare calma. Non poteva permettersi il lusso di giocare a carte scoperte. – Non sapevo che fosse fidanzato.
Il grande capo si appoggiò coi gomiti alla scrivania, le mani unite a piramide. – Non lo sapeva nessuno, Wilson. È stato molto bravo a celarne l’identità fino a adesso. Ma lei scoprirà di chi si tratta. Voglio sapere tutto di questa donna: nome, età, professione… persino che taglia di reggiseno porta. Siamo intesi?
Katie si sentì svenire all’idea che la sua taglia di reggiseno venisse sbandierata su tutti i giornali.
Era decisamente troppo.
Arrossì. – Ehm… e cosa le fa pensare che io riesca nell’intento? Non vedo Anderson da mesi. Dopo quella famosa intervista non ho più avuto contatti con lui.
Bugiarda.
Eccome che li aveva avuti e anche piuttosto intimi. L’ultimo quella stessa mattina, a essere precisi. Ma il capo non poteva saperlo, giusto? Lo vide scuotere la testa con rassegnazione e s’irrigidì.
– Senta, Wilson… mettiamola così… o mi porta le informazioni che le ho chiesto e mi scrive un articolo coi fiocchi, in esclusiva, oppure si consideri licenziata.
Fece per deglutire, ma aveva un groppo in gola e la saliva quasi le andò di traverso. – Licenziata, ha detto?
– Sì, ha capito bene. Li-cen-zia-ta.
Oh, merda.
Era proprio il caso di dirlo.

***

Luke osservò Katie che si avvicinava con passo spedito, un orrendo paio di occhiali da sole a celarle lo sguardo e un cappello a larghe falde sulla testa.
Come diavolo si era conciata?
La risata gli morì in gola nel momento in cui l’ebbe abbastanza vicina da accorgersi che era nervosa. Anzi, no… incazzata nera.
– Che è successo? – le chiese un po’ preoccupato. – Questa è la prima volta che accetti un appuntamento alla luce del sole, in mezzo alla gente.
Lei si guardò intorno, quasi volesse sincerarsi di non aver attirato l’attenzione degli altri clienti del locale. Un po’ difficile, visto il modo in cui si era vestita. Poi gli puntò contro un dito accusatore.
– Come hai potuto farlo?
– Fare che cosa?
Luke era perplesso.
Non le staccò gli occhi di dosso mentre prendeva posto al tavolo che aveva riservato per loro due, calcandosi quell’orribile cappello sulla testa. Katie parve ritrovare la calma e gli indirizzò un gelido sorriso.
– Avanti, a chi lo hai detto?
– Tesoro, ti giuro che non riesco a capirti.
– Di noi due. A chi lo hai detto?
Luke cominciava a comprendere quale fosse il problema. Tossicchiò. – A nessuno, te lo giuro. Ti avevo promesso che non l’avrei fatto e mantengo sempre le mie promesse. Nemmeno a mia madre ho fatto il tuo nome… per ora.
Lei si tolse gli occhiali e i suoi incredibili occhi da cerbiatta si strinsero fino a scomparire. – Al giornale è trapelata la notizia che trascorrerai il Natale con la tua fidanzata. Fidanzata, hai capito bene. Com’è possibile, se come dici hai tenuto la bocca chiusa?
Luke cominciò a innervosirsi, suo malgrado. Rifletté sugli ultimi avvenimenti e si schiarì la voce. – Be’, ho prenotato un tavolo nel migliore ristorante di Chicago. Un tavolo per tre. Forse mi è sfuggito il fatto che avrei pranzato con mia madre e un’altra donna. Ma non ho mai detto…
Katie grugnì qualcosa di incomprensibile e si infilò nuovamente gli occhiali. – E da questo avrebbero dedotto che l’altra donna è la tua fidanzata? Non un’amica o una lontana parente. La fidanzata.
Luke si deterse la fronte sudata col fazzoletto. Non faceva particolarmente caldo in quel locale, soprattutto considerato che la temperatura esterna era scesa a tre gradi sotto lo zero e si prevedeva una bella nevicata. Ciononostante lui si sentì avvampare. In realtà, c’era un motivo per cui doveva essere trapelata la notizia del fidanzamento. C’era la questione dell’anello. Aveva comprato quel dannatissimo anello, solo che a lei non poteva dirlo. Avrebbe rovinato la sorpresa.
Si protese in avanti ostentando uno dei suoi sorrisi migliori. Quelli che di solito mettevano in ginocchio le signore. – Non ne ho idea, piccola. Ma tu sai come sono i giornalisti. Da una cosa piccola così, ne fanno una montagna. Avranno lavorato un po’ di fantasia.
Katie iniziò a tamburellare sul tavolo con un grazioso ditino. La conosceva e sapeva che stava riflettendo sulle sue parole.
– E sia – la sentì rispondere dopo un po’. – Accetterò di pranzare con te a Natale.
Luke si illuminò all’istante. Il cuore perse un battito mentre prendeva la mano di Katie tra le sue, accarezzandole piano l’interno del polso. – Fantastico, piccola. Non te ne pentirai, lo giuro.
Lei tolse la mano e lo studiò con diffidenza. – Lo spero bene. Comunque non ho finito… desidero un po’ di collaborazione da parte tua.
– Collaborazione? – La voce gli uscì un po’ stridula. – In che senso?
Katie strinse gli occhi e avvicinò il viso al suo. – Nessuno deve sapere che io sono la tua fidanzata. Se un giorno dovremo mai dare una simile notizia, voglio essere io a informare amici e parenti. Nonché i colleghi. Non desidero finire sulle prime pagine delle riviste di gossip. Intesi?
Luke assentì. Non poteva darle torto. – Ma certo, tesoro. Terrò la bocca cucita, te lo giuro.
Lei parve rilassarsi. Tornò a sorridere e gli scoccò un bacio su una guancia. – Bene. Ci tenevo a chiarire questo punto. Ora che ne dici di ordinare? Ho una fame da lupi!
Luke fece segno al cameriere di avvicinarsi. Si sentiva molto più tranquillo anche lui.
Sarebbe andato tutto bene.
O almeno lo sperava.

***

Il giorno di Natale


Katie si rimirò allo specchio e fece una smorfia. Per l’occasione aveva indossato una parrucca bionda che le dava l’aspetto di una donna sexy e sofisticata. Poi si era infilata un abito d’alta moda, di quelli che indossano i vip alle serate di gala. Okay, aveva dato fondo a tutti i suoi risparmi per acquistarlo, ma così era certa che nessuno avrebbe visto in lei la giornalista squattrinata del Chicago Sun-Times, bensì una dama dell’alta società.
Chiuse gli occhi.
Respira, Katie. Respira.
Si passò un filo di trucco sulle guance pallide e applicò delle lenti a contatto azzurre per cambiare il colore degli occhi. Poi si passò una generosa dose di rossetto sulle labbra. L’effetto non era male: persino sua madre avrebbe stentato a riconoscerla.
Ottimo.
Dopo aver calzato un paio di scarpe tacco dodici – e tutti sapevano che lei odiava i tacchi alti – s’infilò un cappotto col collo di pelliccia e afferrò una borsetta firmata, in cui aveva riposto i propri effetti personali.
Era pronta.
Il cuore le batteva a mille, ma ce l’avrebbe fatta.
Inspirò nel tentativo di darsi coraggio e scese giù in strada, dove un taxi l’aspettava. Era stata indecisa se noleggiare una limousine per l’occasione, ma poi aveva pensato che fosse un’esagerazione. A ogni modo, le sue finanze non glielo avrebbero permesso.
Durante il tragitto in auto fece un paio di telefonate e si incipriò di nuovo il naso. Infine, rivolse lo sguardo fuori dal finestrino, rimirando la città coperta di neve e le persone sorridenti lungo i marciapiedi, con sacchi pieni di regali e dolci natalizi.
Quello era il primo Natale che Katie trascorreva lontana dalla famiglia, ma sarebbe stato complicato invitare a quel benedetto pranzo anche i suoi genitori e la sorella minore. Era già difficile gestire la cosa così.
Tornò a ripetersi per la centesima volta che avrebbe sistemato tutto e, una volta calmate le acque, si sarebbe decisa a presentare Luke ai suoi. Lo avrebbero adorato, ne era certa.
Il taxi si fermò di fronte al ristorante. Era uno dei migliori della città, cosa che non avrebbe dovuto stupirla affatto: Luke Anderson sceglieva sempre il meglio. Ancora non si capacitava del fatto che avesse deciso di legarsi a lei. Dopotutto, Katie era una donna ordinaria: poco appariscente e un po’ imbranata. Era una frana nei rapporti sociali. Di certo non aveva nulla da spartire con le dame brillanti dell’alta società.
Si accorse che le ginocchia le tremavano un poco nel momento in cui fece per scendere dal taxi. Una sferzata di vento le colpì il viso, scompigliandole la parrucca, e per poco non inciampò, rischiando di finire a culo all’aria in mezzo alla neve.
Tutta colpa di quei maledetti trampoli che aveva ai piedi!
Sbuffò contrariata, sistemando la capigliatura meglio che poteva e calcandosi un cappello a larghe falde sulla testa. Imprecando sottovoce si diresse a passo spedito verso l’ingresso, dove un cameriere in livrea le aprì la porta facendola accomodare all’interno. Un piacevole tepore l’avvolse e un altro cameriere le si avvicinò con un sorriso a trentadue denti, pronto a prendere in consegna il suo cappotto.
Katie esitò. Doveva fidarsi? Cavolo, quel capo le era costato un occhio della testa!
Alla fine si decise. Abbozzando un sorriso tirato gli consegnò il proprio indumento e si fece scortare fino al tavolo.
Il respiro le si mozzò in gola non appena vide Luke sollevare lo sguardo su di lei e aggrottare la fronte. Forse avrebbe dovuto avvisarlo del fatto che avrebbe modificato leggermente il proprio look ordinario. O forse no?


***


Non appena posò gli occhi su quell’algida bellezza bionda, un brivido gli scese lungo la schiena. Era bellissima, fasciata in un abito d’alta moda che esaltava le sue forme sinuose, una profonda scollatura a mettere in evidenza il seno perfetto. Continuò a fissarla, incuriosito dal fatto che si stava dirigendo proprio verso il suo tavolo.
Era certo di non averla mai vista prima, sebbene avesse un’aria familiare.
Un vero enigma.
Fu quando parlò che la riconobbe e quasi non gli cascò la mascella.
– Vogliate scusare il mio ritardo – disse con una voce morbida e vellutata che era inconfondibilmente quella di Katie. – C’è un traffico tremendo a Chicago il giorno di Natale. Hanno tutti la pessima abitudine di andare a festeggiare.
Un sorriso smagliante si profilò su quelle labbra a cuore, sottolineate dal rossetto.
Luke si rese conto di essere rimasto a fissarla a bocca aperta per una manciata di secondi e si riscosse. Si alzò di scatto dalla sedia e le baciò la guancia, prima di presentarla alla madre: – Mamma, questa è…
– Sandra Smith – lo interruppe lei, lanciandogli un’occhiata ammonitrice. – Piacere di conoscerla.
Luke era sempre più confuso. Osservò le due donne più importanti della sua vita stringersi la mano mentre una sensazione di panico lo assaliva. Si protese verso Katie nell’atto di scostarle la sedia e le alitò sul collo: – Come diavolo ti sei conciata? Quasi non ti riconoscevo!
Lei fece una smorfia soddisfatta, quasi ne fosse compiaciuta. – Ottimo. Era proprio quello che desideravo. Quindi, il mio travestimento ha funzionato?
Travestimento?
Luke ebbe un cattivo presagio.
– Stai fingendo di essere un’altra perché non vuoi farti vedere insieme a me? – le sussurrò all’orecchio. Era indignato. E anche un po’ incredulo.
Katie lo trafisse con un paio di occhi azzurri che non erano i suoi. – Non è che non voglia farmi vedere con te. Non desidero che si sappia chi sono. E se non sbaglio avevo chiesto la tua collaborazione, no?
Luke strinse i denti. Ignorò gli sguardi curiosi di sua madre e tornò ad accostarsi al suo orecchio, una collera strisciante che gli invadeva le viscere. – Sì, ma non avevi accennato al fatto che ti saresti presentata con una parrucca bionda e delle lenti a contatto azzurre. Io pensavo solo che volessi evitare i giornalisti, non che ti vergognassi di me.
La vide mordersi il labbro, quasi fosse nervosa.
Be’, era giusto che lo fosse. Cazzo, gli stava rovinando il pranzo di Natale!
– Io non mi vergogno di te – rispose, il tono di voce lievemente stridulo. – Mi vergogno di me. Perché non possiamo fingere che io sia un’altra? Un’affascinante dama dell’alta società, per esempio?
Stavolta Luke imprecò ad alta voce prima di tornare a sussurrare: – Perché io volevo trascorrere il Natale con Katie Wilson, non con questa Sandra Smith che nemmeno conosco. È chiedere troppo?
Un cameriere si avvicinò al tavolo e lui dovette scostarsi da Katie fingendo una tranquillità che non provava. L’ultima cosa che voleva era dare scandalo il giorno di Natale, davanti a sua madre.
Cominciarono ad arrivare le prime portate e Katie o Sandra, o come diavolo doveva chiamarla, si mise a parlare a raffica. Del suo lavoro, della sua famiglia, delle sue amicizie… già, peccato che fosse tutto inventato! Da quelle labbra adorabili non uscì una sola parola che non fosse stata studiata a tavolino.
A Luke venne la nausea.
Tamburellò con le dita sul tavolo, sempre più nervoso.
Arrivati al Christmas pudding, Katie si alzò porgendo il proprio smartphone al cameriere. – Ehi, ci può scattare una foto ricordo?
Luke aggrottò la fronte. Katie odiava le foto. Dove diavolo era finita la sua ragazza? Era stata rapita dagli alieni e sostituita con quella bionda provocante? Non che gli dispiacesse vederla indossare abiti di classe con profonde scollature, intendiamoci. Quello che non sopportava era tutta quella messa in scena. Lasciò che il cameriere lo immortalasse con un broncio che non finiva più e alla fine si alzò da tavola a sua volta.
– Katie, devo parlarti.
Lei sbatté le lunghe ciglia a suo beneficio. – Sandra. Mi chiamo Sandra, tesoro. Non confonderti.
Era veramente troppo.
– Senti, non mi importa come vuoi farti chiamare. Muovi quel culo e seguimi.
Si diresse verso la Toilette con un diavolo per capello, controllando con la coda dell’occhio che lei lo stesse effettivamente seguendo. Se non fosse stato così in collera, si sarebbe messo a ridere per il modo buffo in cui si muoveva su quei trampoli che aveva ai piedi.
Quando lo raggiunse era trafelata e bellissima. In un altro momento e un’altra situazione Luke l’avrebbe stretta a sé per baciarla fino a toglierle il respiro. Invece, strinse gli occhi puntandole un dito contro. – Stavolta hai veramente esagerato, Katie.
Lei sbuffò. Sembrava non rendersi conto che la sua sceneggiata era davvero fuori luogo. – Esagerato? Mi sono solo trasformata in una donna sensuale e raffinata. Se solo prendessi questa storia con un filo di umorismo, potremmo riderci su.
Luke non aveva voglia di riderci su. Proprio per niente. – Cazzo, Katie. Proprio non vuoi capire? Seduta a quel tavolo c’è mia madre e tu le hai propinato un sacco di balle. Volevo farle conoscere la donna della mia vita e invece tu hai imbastito questo teatrino assurdo. Ora come faccio a spiegarle che niente di quello che hai raccontato corrisponde al vero?
Lei sgranò quegli occhioni azzurri fasulli. – Sul serio mi consideri la donna della tua vita? Non me lo avevi mai detto.
Per un attimo Luke pensò a quelle che erano state le sue intenzioni: farle la dichiarazione, mettersi in ginocchio e darle l’anello. Ma adesso non ne era più così sicuro. Scosse la testa. – Hai rovinato tutto, Katie. Volevo ufficializzare il nostro rapporto, chiederti di sposarmi… ma come faccio a fidarmi di una donna talmente imprevedibile? Saresti capace di presentarti all’altare travestita da Wonder Woman e comunicarmi la tua intenzione di lasciarmi per Superman!
Lei aprì la bocca e la richiuse di scatto. Inspirò. – A-avevi intenzione di chiedermi di sposarti?
– Quelle erano le mie intenzioni, sì.
– E hai cambiato idea?
Luke deglutì. Non avrebbe voluto arrivare a quei punti, ma Katie aveva davvero superato il limite. – Mi dispiace, ma non me la sento più di continuare. Non alle tue condizioni.
– Io non ti lascerei mai per Superman!
Un tempo una frase del genere lo avrebbe divertito. Si sarebbe fatto una risata e poi l’avrebbe stretta a sé per baciarla fino a mozzarle il fiato. Ma aveva perso la capacità di ridere.
Scrollò le spalle. – Dirò a mia madre che sei dovuta andare via per un impegno improvviso. Addio, Katie.
Poi si voltò, allontanandosi in fretta da lei. Non si girò a guardarla. Temeva che, se lo avesse fatto, avrebbe provato quel familiare nodo allo stomaco che solo Katie riusciva a suscitare in lui. E voleva evitarlo. A tutti i costi.


***

Seduta davanti al camino, Katie non riusciva a smettere di piangere. Aveva gettato alle ortiche la storia più importante della sua vita e solo ora se ne rendeva conto. Cielo, lui aveva intenzione di sposarla! La amava. Fin dall’inizio aveva voluto fare sul serio con lei e Katie lo aveva ricambiato nel modo peggiore: nascondendosi dietro alle proprie paure e mentendo.
Si vergognava da morire.
Tirò su col naso e buttò giù un altro pezzo di Mince Pies, annaffiandolo con un sorso di brandy.
Aveva ancora quello stupido articolo da scrivere. Come se la sarebbe cavata, adesso? Non poteva continuare a mentire.
Si asciugò le lacrime col dorso della mano e cercò di riordinare le idee. Okay, avrebbe perso il lavoro. Non era forse peggio perdere l’amore della sua vita? Ormai aveva toccato il fondo, quindi perché non farlo con stile?
Afferrò il proprio pc portatile, posato sul tavolino, e lo avviò. Aprì un nuovo documento mentre la sua mente era in pieno fermento.
Adesso sapeva cosa doveva fare.
Aveva mentito per mesi. Era giunto il momento di dire la verità.
Mentre digitava frenetica sulla tastiera sentì il proprio cuore farsi leggero.

***

Luke si lasciò cadere sul divano e fissò l’albero di Natale che addobbava il suo salotto. I regali accatastati sotto erano ancora intatti, perfetti nella loro carta colorata. Non se l’era sentita di aprirli. Non se l’era sentita di festeggiare.
In fondo, per cosa avrebbe dovuto far festa? Per la fine della sua storia con Katie?
Ancora non riusciva a credere di averlo fatto davvero.
Aveva lasciato la donna che amava. L’unica in grado di farlo ridere a crepapelle, l’unica che riusciva ad accendere in lui una passione sfrenata e duratura. Di tanto in tanto fissava il telefono chiedendosi se non fosse il caso di richiamarla, di farsi spiegare le ragioni del suo assurdo comportamento durante il pranzo di Natale; ma poi il suo stupido orgoglio aveva la meglio su di lui e lo faceva sprofondare di nuovo nella malinconia.
Sospirò.
Come se non bastasse sua madre lo aveva riempito di domande. A lei Katie, o per meglio dire Sandra, era piaciuta da morire. Sosteneva che fosse una delle poche persone in grado di metterlo in riga, lui che era sempre abituato a dare ordini e ad avere intorno esseri striscianti, interessati solo al suo denaro.
Era vero, naturalmente.
Una delle prime cose che lo avevano colpito di lei era stata proprio la sua capacità di vedere in lui l’uomo, piuttosto che il miliardario. Oddio, Katie manco sapeva che fosse un miliardario quando si erano conosciuti. Lo aveva scambiato per un giornalista. Al ricordo, inevitabilmente gli sfuggì un sorrisino.
Pensieroso, afferrò una copia del Chicago Sun-Times e se lo rigirò tra le mani. Una foto in prima pagina attrasse la sua attenzione. Sgranò gli occhi incredulo. Si trattava della stessa foto che il cameriere del ristorante aveva scattato loro durante il pranzo di Natale. Sopra di essa il titolo dell’articolo a lettere cubitali: LA VERA STORIA DELLA FIDANZATA DI LUKE ANDERSON di Katie Wilson.
Luke deglutì stropicciandosi gli occhi e tornando a fissare il quotidiano, quasi convinto che fosse tutta opera della sua fantasia: Katie aveva sbattuto la loro storia sui giornali.
Il primo istinto fu quello omicida. Avrebbe volentieri afferrato la sua ex fidanzata – sempre che fosse corretto definirla così – per strozzarla. Ma poi vinse la curiosità e cominciò a leggere.

Salve, sono Katie Wilson e sono una bugiarda cronica.
Per mesi ho nascosto a tutti la mia relazione con Luke Anderson: parenti, amici, colleghi… non l’ho detto neppure al mio vicino di casa, quello che mi presta sempre lo zucchero quando mi dimentico di comprarlo. Davvero imperdonabile da parte mia.
Il motivo?
Avevo paura.
Paura di non saper gestire le cose in maniera adeguata. Paura che al giornale tutti pensassero che l’intervista che avevo fatto al famoso multimiliardario l’avessi ottenuta entrando nel suo letto, cosa non del tutto falsa in verità.
Insomma, diciamocelo: Luke Anderson accettò di rispondere alle mie domande per fare colpo su di me. Ora posso dirlo. Non sono quella gran reporter che tutti credono.
E io, con la mia stupidità, ho rovinato tutto.
Sì. Ho costretto l’uomo migliore che abbia mai conosciuto in vita mia a una relazione fatta di sotterfugi: incontri clandestini, bugie, travestimenti.
Ma il limite l’ho passato il giorno di Natale.
Lui era stato così adorabile da invitarmi a pranzo con sua madre. Voleva farmela conoscere e poi chiedermi di sposarlo. Lui voleva sposare me. La giornalista imbranata e bugiarda.
Invece io mi sono presentata mascherata da dama dell’alta società.
Perché?
Be’, un po’ mi vergognavo. Non capita tutti i giorni di conoscere la madre di Luke Anderson, vi pare? Che cosa avrebbe pensato una signora così sofisticata e alla moda di una donna comune e un po’ imbranata come me?
Ma il vero motivo è un altro.
Il mio capo voleva che scrivessi un articolo sulla fidanzata di Anderson, pena il licenziamento. Come avrei potuto, dal momento che ero io l’ipotetica fidanzata? Mica potevo sbandierare ai quattro venti notizie personali su me e Luke. Cavolo, sono cose private!
Così mi è venuta la grande idea di inventarmi una fidanzata ideale. L’avrei chiamata Sandra Smith. Un nome carino, non credete? Elegante, sofisticato… come la donna che non ero, ma avrei tanto voluto essere.
Purtroppo, così facendo ho compromesso il mio lavoro e il rapporto con Luke.
Ho mentito a tutti, ma soprattutto a me stessa.
Sì, perché io amo Luke Anderson. Con tutto il mio cuore.
Ma non sono stata capace di dirglielo.
E allora sapete che vi dico? Al diavolo il mio posto al Chicago Sun-Times!
Forse ho rovinato le cose con l’uomo che amo, ma voglio andarmene a testa alta. Per una volta nella vita voglio essere me stessa… fino in fondo.
Perché con l’amore non si scherza.

Luke sbatté le palpebre. Era incredulo.
Katie, la sua Katie, lo amava. E lo aveva confessato davanti al mondo intero senza preoccuparsi delle conseguenze o di apparire ridicola.
Il suo cuore cominciò a correre come un treno.
Dio, che aveva fatto?
Aveva lasciato andare la propria donna a causa del suo stupido orgoglio.
Era proprio un coglione.

***

Katie aprì la porta vestita con una vecchia tuta, i capelli arruffati e gli occhi rossi.
Non era mai stata più bella.
Luke la fissò serio, appoggiato allo stipite, gli occhi che non riuscivano a staccarsi da lei un solo istante. – Possiamo parlare? – chiese, la voce un po’ roca.
– Oh – fu la sua risposta concisa. Continuava a guardarlo come se fosse un’apparizione mistica. Forse il periodo natalizio aveva su di lei degli influssi strani. – D’accordo, entra.
Lui non se lo fece ripetere. Si precipitò all’interno del piccolo appartamento, godendosi il tepore del grande camino. Adorava quel posto. Gli ricordava la casa in cui era nato e cresciuto, prima di diventare un uomo pieno di soldi, ma terribilmente solo.
Si schiarì la voce. – Ho letto il tuo articolo sul Chicago Sun-Times.
– E sei venuto fin qui per strozzarmi?
– Forse è quello che dovrei fare… – Luke le si avvicinò e aspirò il suo profumo. Un’altra cosa che adorava. – Ma in realtà tutto quello che voglio è stringerti e baciarti fino a domani.
Katie sgranò i suoi begli occhioni, tornati del giusto colore: un caldo color cioccolato. – Cosa hai detto? Non sei in collera con me? Per averti mentito? Avrei dovuto parlarti dell’articolo…
– Sì, avresti dovuto. Ma penso che tu abbia fatto la giusta penitenza umiliandoti davanti al mondo intero.
Lei si morse piano il labbro. – Esagerato. Non sono così tanti i lettori di quel giornale.
Suo malgrado, Luke sorrise. – Be’, vorrà dire che pretenderò le tue scuse durante una conferenza stampa.
– Una conferenza stampa?
– Dovrò presentare a tutti la mia fidanzata, giusto?
Katie si mise sulla difensiva. Incrociò le braccia sul petto, gli occhi stretti a due fessure. – Io non sono più la tua fidanzata. Anzi, non lo sono mai stata.
– Un’altra cosa a cui dovrò rimediare.
Luke si mise in ginocchio davanti a lei e tirò fuori la scatolina presa da Cartier. – Katie Wilson vuoi sposarmi?
Gli occhi di lei luccicarono. Stava piangendo. – Luke, se questo è uno scherzo…
– Non è uno scherzo. Rispondi alla mia domanda, per favore. Non hai idea di quanto sia scomodo stare in questa posizione.
Con sua enorme sorpresa Katie si inginocchiò a sua volta. Adesso appariva emozionata… forse anche un po’ commossa. – Ma certo che voglio sposarti. Ti amo. L’ho confessato davanti al mondo intero, no?
– Già. Ma mi piacerebbe che lo ripetessi solo a me. Qui. Adesso.
Sì, non si era sbagliato. Erano proprio lacrime quelle che le rigavano le guance. Ma dovevano essere lacrime di felicità, perché allo stesso tempo la vide sorridere: un sorriso aperto, sincero, che gli riscaldò il cuore.
– Ti amo, Luke Anderson.
– Bene. Perché anch’io ti amo, Katie Wilson. Ti amo da morire.
Lei si asciugò una lacrima col dorso della mano e si protese verso di lui, senza tuttavia osare toccarlo.
– Posso baciarti, ora? Sai, non vorrei essere considerato precipitoso… ma è veramente scomodo stare in ginocchio sul pavimento.
Lei rise. – Tu dici? Io sono comodissima. Penso che riuscirei a stare qui a guardarti per l’eternità.
Luke l’afferrò per le spalle e l’attirò a sé cercandole le labbra. Dio, quanto le erano mancate quelle labbra! Seppellì le dita nei suoi capelli, la lingua che trovava il suo posto all’interno della bocca di Katie, duellando con quella di lei.
Cazzo, sentiva le farfalle nello stomaco.
Quando si staccò aveva il fiato corto. – Non hai nemmeno guardato l’anello.
– Oh.
Katie aprì con dita tremanti la scatolina di Cartier e sgranò di nuovo gli occhi.
– Ti piace?
– Se mi piace? Oh, mio Dio. È magnifico!
Luke le prese la mano e le infilò l’anello al dito. Non era mai stato così emozionato in vita sua. Per un attimo restarono in silenzio, così, inginocchiati sul pavimento. Forse, Katie non aveva tutti i torti: non era così scomodo. Avrebbe potuto restare lì per delle ore, con lei tra le braccia.
Si schiarì la gola. – A proposito… il lavoro… l’hai perso?
Katie annuì, ma non sembrava minimamente preoccupata. – Sì, hanno accettato di pubblicare il mio articolo perché comunque avrebbe fatto notizia, ma mi hanno licenziata. Mi hanno accusata di scarsa professionalità. Be’, me lo sono meritato.
Luke le sfiorò una guancia col dorso della mano. – Mi spiace, piccola.
– Oh, non devi. Ho capito che il giornalismo non fa per me. Voglio continuare a scrivere, certo, ma per me stessa. Ho in mente un romanzo. Una commedia brillante, a essere più precisi.
Lui sorrise e l’attirò di nuovo a sé. – Sono contento per te, allora. Ma adesso baciami.
– Di nuovo?
– Di nuovo. Non ne ho mai abbastanza di te.

***

– Sicura di volerlo fare?
Luke fissò Katie intensamente. Erano seduti su due comode poltrone in pelle, nel suo jet privato. Non ci sarebbe stato nulla di strano, se non per il fatto che la sua fidanzata odiava volare. Anzi, ne era terrorizzata.
Lei deglutì, ma poi annuì decisa. – Sicurissima.
– Non è necessario andare a Parigi per annunciare il nostro fidanzamento alla stampa. Possiamo farlo qui, a Chicago.
Ma Katie sembrava irremovibile. Scosse energicamente il capo e i suoi capelli ondeggiarono come una cortina di seta. – No, ci siamo conosciuti a Parigi e lì daremo l’annuncio. Voglio dimostrarti che sarò all’altezza.
Luke si intenerì. Sapeva quanto le costasse quel viaggio in aereo. – Tu sarai sempre all’altezza.
– E poi – continuò Katie sorridendo maliziosa. – Quando ci siamo messi insieme non mi avevi detto che ti sarebbe piaciuto provare il sesso ad alta quota?
A Luke si seccò la gola. – Dimmi che non stai scherzando.
Il sorriso di Katie si allargò. – Non sto scherzando, Luke Anderson. Affatto.
In fondo, con l’amore non si scherza.


FINE

venerdì 1 settembre 2017

BRIVIDI AD ALTA QUOTA

Ciao a tutti,
oggi vi ripropongo un racconto che pubblicai sul blog "La mia biblioteca romantica" per la rassegna estiva Summer in love 2015.
Buona lettura!





Katie detestava volare. Si lasciò cadere sulla poltroncina della Business Class, lo stomaco annodato dalla paura. Cercò di distrarsi osservando i passeggeri del volo 306 della American Airlines: uomini d’affari in doppiopetto e donne rigide e impettite, nei loro tailleur grigio topo. Era tutto inutile: l’ansia le attanagliava le viscere.
     Sospirò, maledicendo se stessa per aver accettato quell’incarico. A quell’ora avrebbe dovuto trovarsi in vacanza, su qualche spiaggia della California. Ma no. Il suo redattore capo aveva deciso di assegnare proprio a lei l’intervista al multimiliardario Luke Anderson che, per inciso, detestava i giornalisti. Così si era ritrovata su quell’aereo, diretta a Parigi, dove Anderson aveva deciso di tenere un incontro con la stampa.
     Stava imprecando a bassa voce, proprio quando un uomo alto e atletico prese posto accanto a lei. Era fasciato in un completo scuro d’alta sartoria, con occhiali da sole e aria da non-mi-rivolgete-la-parola-altrimenti-mordo. Non che lei avesse intenzione di intavolare con lui una qualsiasi discussione. Era troppo impegnata a contare mentalmente per distrarsi.
     L’aereo decollò e Katie si ritrovò a chiudere gli occhi, serrando le dita sulle maniglie della poltroncina. Aveva allacciato correttamente la cintura di sicurezza? Si augurò di averlo fatto e ricominciò a contare.
     Uno, due, tre…
     Arrivata a quattrocentottanta perse il conto. Oddio, stava andando in iperventilazione!
     – Va tutto bene? – chiese una voce roca, decisamente sexy. Katie aprì gli occhi di scatto per incontrare quelli dell’uomo seduto accanto a lei, che evidentemente si era tolto gli occhiali da sole e ora la fissava con un paio di iridi azzurro cielo.
     – S-sì… credo – balbettò con un filo di voce, senza riuscire a distogliere lo sguardo da quegli occhi. Erano incredibili. Quasi ipnotici. Accorgendosi che lo stava fissando imbambolata da un paio di minuti, si schiarì la voce. – È solo che ho paura degli aerei – spiegò, agitando la mano per aria.
     L’uomo dagli occhi azzurri fece un sorrisino accondiscendente. – Io invece detesto i voli di linea. Purtroppo il mio aereo privato ha avuto un guasto e così ho dovuto prendere d’urgenza questo. Ho necessità di raggiungere Parigi al più presto.
     Aereo privato? Chiaramente la stava prendendo in giro.
     Katie si stampò un sorrisino ironico sul volto pallido e annuì. – Sì, certo. La capisco.
     Ostentando una calma che non provava affatto, afferrò il cartoncino laminato con le istruzioni per le emergenze: uscite di sicurezza, giubbotti di salvataggio… non ci aveva mai capito niente di quella roba, il che accrebbe la sua ansia.
     – Forse farebbe meglio a metterlo giù – fece il tizio con l’odio per i voli di linea, indicando il cartoncino che teneva in mano. – Chiuda gli occhi e si rilassi.
     Rilassarsi? E chi ci riesce?
     Katie si morse il labbro quasi fino a farlo sanguinare. – E come?
     – Pensi a qualcosa di piacevole.
     – Non mi viene in mente nulla.
     In realtà, tutto ciò a cui riusciva a pensare era un rumore di sottofondo, dall’aria alquanto sinistra. Cercò di incamerare ossigeno e rivolse uno sguardo atterrito a Occhioni azzurri. – Secondo lei, questo rumore è normale?
     Lui aggrottò la fronte. – Quale rumore?
     – Non lo sente?
     – Io non sento nulla.
     In quel preciso istante l’aereo ebbe un sussulto. Katie fu assalita da un’ondata di panico. Cominciò a sudare freddo mentre afferrava il braccio di Occhioni azzurri, come fosse stata un’ancora di salvezza.
     Oh, Dio. Oh, Dio. Oh, Dio.
     Senza accorgersene cominciò a ripeterlo come una litania. Poi delle labbra calde e seducenti coprirono le sue e tutto intorno a lei svanì come d’incanto.


*** 

Luke si ritrovò quella donna impossibile fra le braccia. L’aveva baciata per distrarla, ma era sua intenzione limitarsi a un bacio superficiale, quasi fraterno. Invece, non appena avvertì il corpo morbido e arrendevole di lei contro il proprio petto, perse ogni cognizione del tempo e dello spazio.
     Dannazione, sembrava fatto apposta per modellarsi al suo!
     Un brivido caldo gli serpeggiò lungo la schiena. Per un attimo la guardò dritta negli occhi. Erano grandi e scuri, intrisi di paura, ma anche di un desiderio malcelato che gli incendiò il sangue nelle vene all’istante. Percepì il profumo di lei nelle narici: un aroma intenso di vaniglia e di donna che gli andò dritto al cervello, procurandogli un’erezione improvvisa. Poi lei lo afferrò per la nuca, attirandolo nuovamente a sé. E l’incendio divampò improvviso e inarrestabile.
     Quella bocca era così fresca, così morbida, così irresistibile. Luke chiuse gli occhi e si abbandonò alla sensualità di quel bacio, senza porre la minima resistenza. E perché avrebbe dovuto? In fondo era un uomo con normali appetiti sessuali e quella donna aveva tutte le carte in regola per stregare qualsiasi maschio arrapato avesse incontrato sul suo cammino. E lui era senz’altro arrapato in quel momento. Certo, avrebbe dovuto riflettere prima di agire in quel modo sconsiderato, ma in quell’attimo non riuscì a pensare ad altro che a quel corpo premuto contro il proprio, la morbida curva del seno che gli sfiorava il torace e che riusciva a percepire attraverso la stoffa della camicia.
     Un violento calore gli attraversò le membra togliendogli il fiato. Infine, lei si scostò liberandosi dal suo abbraccio, una luce confusa nello sguardo. – Oh, mio Dio.
     Non sapendo che altro dire, Luke azzardò una battuta. – Allora? Sono riuscito a evocarle qualcosa di sufficientemente piacevole?
     La donna arrossì continuando a fissarlo inebetita. Sembrava aver perso l’uso della parola. – È tutto a posto? Le chiese, preoccupato.
     – Sì, credo di sì – Sbatté le lunghe ciglia appuntite e inspirò. – Perché diamine l’ha fatto?
     Luke scrollò le spalle. – È stato un impulso. Volevo cercare di distrarla.
     – Oh, in quanto a questo ci è riuscito molto bene – Il tono di voce era lievemente indispettito. – Se per caso ha pensato che fossi una conquista facile a causa della mia avversione per gli aerei…
     Luke inarcò un sopracciglio e la interruppe: – Certo che no! Crede che io vada in giro a sedurre donne spaventate sugli aerei?
     – Cos’altro dovrei pensare? Mi è saltato addosso come una bestia in calore!
     – Be’, non mi sembra che lei abbia reagito in modo assai differente. Alla prima occasione mi ha ficcato la lingua in bocca.
     La sconosciuta fece un verso stridulo, gli occhi talmente sgranati da sembrare due palle da bowling. – Cosa avrei fatto io?
     Osava pure negarlo? Luke si lasciò sfuggire una risatina sprezzante. – Perché non ammette che le è piaciuto?
     – Che cosa? – Arrossì di nuovo, annaspando come se fosse in cerca d’ossigeno. Oddio, dopo quel bacio non era da escludere.  – Come osa?
     Luke alzò gli occhi al cielo. Quella donna era petulante e ostinata. Ma cazzo, baciava da Dio.
    

***


Katie avrebbe voluto dare una bella lezione a quello sbruffone, solo che quel bacio aveva scosso profondamente la sua abituale compostezza. Da quanto tempo non veniva baciata in quel modo? Troppo, senza dubbio. Anzi, a essere sinceri nessun uomo l’aveva mai baciata così, con quell’intensità travolgente ed eccitante.
     Si schiarì la voce e distolse lo sguardo, fissandolo oltre il finestrino. Ci mancava pure che perdesse la testa per un perfetto sconosciuto. Era davvero così disperata? Di certo lui l’aveva pensato.
     Cielo, si era comportata in modo sconsiderato. Le era bastato posare le labbra sulle sue per avvertire una potente scossa di desiderio. Era stata colta dall’impulso di affondare le dita nei suoi capelli e di accarezzare quel volto da dio greco. Avrebbe voluto saggiare la consistenza della sua pelle, aspirare a pieni polmoni quell’odore di maschio eccitato e far scorrere la lingua su di lui per sentirne il sapore.
     Ok, era matta da legare.
     Lo aveva desiderato così tanto, che anche ora il solo pensiero le procurava un nodo allo stomaco.
     – Ha intenzione di non rivolgermi più la parola? – le chiese a un tratto la voce roca di lui. Pareva contrariato. Katie gli rivolse quella che sperava fosse un’occhiata incendiaria.
     – Esattamente.
     – Almeno potrebbe ringraziarmi.
     – Ringraziarla? Per quale motivo dovrei farlo? – Katie si accigliò all’istante.
     – Be’, le ho fatto passare l’attacco di panico.
     Diamine, aveva ragione. Non si stava più preoccupando dei tremolii dell’aereo, né di precipitare da un momento all’altro. Ogni suo pensiero era rivolto a quell’uomo affascinante ed enigmatico – e anche un tantino presuntuoso – che l’aveva baciata come Dio comanda. Non smetteva di chiedersi come sarebbe stato avere con lui un incontro più intimo. Se faceva sesso come baciava… oddio, il solo pensiero le faceva tremare le ginocchia!
     Sbuffò, irritata più con se stessa che con lui. Poi afferrò la prima rivista che le capitò sotto mano e finse di immergersi nella lettura. Ma dopo pochi istanti fu costretta a sollevare lo sguardo, irritata dalla risatina sarcastica di lui. – Che c’è ora?
     Occhioni azzurri continuò a ridacchiare. – Sta tenendo la rivista al contrario.
     Un’ondata di calore l’avvolse. Avrebbe voluto sprofondare. Chissà come, riuscì a mantenersi seria e distaccata. – Che fa? Mi spia?
     Altra risata.
     Che male aveva fatto per meritarsi un compagno di viaggio simile? Cercò di darsi una risposta, ma non vi riuscì.
     Si ignorarono per il resto del viaggio, e atterrati all’aeroporto Charles De Gaulle si persero di vista. Katie fu impegnata nella ricerca di un taxi che la portasse dritta in albergo e dimenticò del tutto lo sconosciuto dagli occhi azzurri. Be’, non proprio del tutto. Sentiva ancora il gusto della sua bocca sulla lingua, ma non l’avrebbe ammesso neppure sotto tortura. Una donna deve essere superiore a certe cose.
     Agitò una mano per chiamare un taxi, che le stava sfrecciando davanti, e gli corse dietro rischiando di ruzzolare per terra, a causa delle scarpe col tacco alto. Le aveva messe per darsi un tono più professionale, ma lei odiava i tacchi alti. Indossava solo ed esclusivamente ballerine e adesso cominciava a ricordarne il motivo: i sandali che aveva ai piedi facevano un male cane!
     – Bonjour – esclamò nel suo esitante francese, mentre si lasciava cadere sui sedili posteriori del taxi. – Mi porti a La tremoille, per favore.
     Si trattava di uno dei più lussuosi alberghi parigini ed era proprio lì che Mr. Anderson avrebbe ricevuto i giornalisti, il giorno successivo. Per l’occasione, il giornale non aveva badato a spese e le aveva prenotato una stanza nel medesimo hotel. Ma quando Katie scese dal taxi, rimase quasi senza fiato e si rese conto di due cose: la prima era che non possedeva un abbigliamento adeguato e la seconda… be’, la seconda era che si sarebbe sentita come un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente raffinato ed esclusivo. Un motivo di più per detestare Anderson e quella dannata intervista.
     Sollevò il mento e drizzò la schiena, sforzandosi di camminare come una modella in passerella. Quindi, si avviò verso l’entrata di quell’edificio spettacolare che si trovava tra Montaigne Avenue e gli Champs-Elysees. Giunta all’ingresso, per poco non inciampò rischiando di rovinare a terra, ma riuscì a tenersi in equilibrio, evitando all’ultimo momento di fare la sua entrata trionfale. Le mancava proprio quello per attirare l’attenzione su di sé, cosa che voleva evitare a tutti i costi. Fu quando si diresse alla reception e notò le fronti corrugate di alcune signore dell’alta società, nei loro abiti griffati, che intuì che qualcosa non andava. Era una sua impressione o stavano fissando con disapprovazione proprio lei? Abbassò lo sguardo e si rese conto orripilata che la gonna le si era strappata proprio all’altezza del fondoschiena e che stava esibendo davanti a tutti il suo perizoma di pizzo nero.
     C’era mai limite al peggio?
     Katie si augurò di non scoprirlo e trascinandosi dietro il trolley, mentre fingeva un’indifferenza che era ben lontana dal provare, si fermò di fronte alla receptionist. – Dovrebbe esserci una prenotazione a mio nome. Sono Katie Wilson del Chicago Sun-Times.
     La signorina, impeccabile nella sua divisa blu notte, le indirizzò un sorrisino tirato. – Mi lasci controllare… ah, ecco… lei è qui per la conferenza stampa con Luke Anderson, giusto? La sua stanza è la 108, al primo piano. Le auguriamo un buon soggiorno.
     Katie fece una smorfia. Un bel soggiorno un cavolo! In fondo era lì per una dannatissima intervista, proprio mentre la sua amica del cuore Jessica si godeva le spiagge della California alla faccia sua. Si lasciò sfuggire un borbottio indistinto e si avviò verso gli ascensori, mentre un fattorino prendeva in consegna il suo bagaglio.
     Di una cosa era sicura: detestava già Parigi!


***


Seduta al bar dell’albergo, Katie stava affogando i suoi dispiaceri con un drink delizioso, ma altamente alcolico, quando scorse un viso conosciuto: Occhioni azzurri, il tipo dell’aereo, si stava dirigendo proprio nella sua direzione.
     Merda.
     Si stampò in faccia un’aria distaccata e professionale, e fece finta di non riconoscerlo. Purtroppo, non bastò a dissuaderlo. Con un sorrisino ironico su quelle labbra perfette e invitanti, Occhioni azzurri si piazzò proprio davanti a lei. – Guarda un po’ chi si rivede! – esclamò mettendo in evidenza la sua dentatura perfetta. – La ragazza che ha paura degli aerei.
     Lei si tese come le corde di uno stradivari. – Non ho paura degli aerei – precisò, acida. – Ho paura delle altezze elevate.
     Occhioni azzurri rise piano, con quel suo modo di fare da seduttore nato. – Un vero peccato. Immagino che non avrà intenzione di salire sulla Tour Eiffel, vero?
     In risposta gli lanciò un’occhiataccia. – Questi non sono affari suoi.
     – Trovarsi a Parigi e non visitare la Tour Eiffel è una vera tragedia.
     Katie bevve un altro sorso del suo drink, un sopracciglio biondo che schizzava verso l’alto. – La vera tragedia, in realtà, è trovarsi qui per intervistare un dannato miliardario con la puzza sotto al naso. Non sono in viaggio di piacere, signor So-tutto-io.
     Lui aggrottò la fronte e si grattò la punta del naso. Un bel naso, a onor del vero. – Quindi lei è una giornalista. Si trova qui per la conferenza stampa con Anderson?
     – Come lo sa? È qui anche lei per lo stesso motivo?
     Occhioni azzurri scrollò le spalle. – In un certo senso.
     Katie non riusciva a crederci. Era un collega! Altro che aereo privato e tutte quelle stronzate. Era certa che la stesse prendendo in giro, durante il volo. Gli indirizzò un sorrisino ironico e gli indicò lo sgabello accanto al suo. – Be’, possiamo darci del tu, allora. Avanti, siediti. Mal comune, mezzo gaudio, come si suol dire.
     Dopo un attimo di esitazione, lui si accomodò e fece segno al barman di portargli lo stesso drink che stava bevendo lei. A quanto pareva erano già in sintonia. Katie sorrise tra sé, felice di aver trovato qualcuno con cui sfogare la propria frustrazione. – Sai, io avrei dovuto essere su una spiaggia della California, invece che qui a Parigi. Per colpa di Anderson ho dovuto rinunciare alle mie vacanze, ti pare giusto?
     – Ah, davvero? Be’, mi spiace.
     Katie sbuffò, continuando a sorseggiare la sua bevanda. Aveva un disgustoso colore rosa shocking, ma le piaceva. Strano, perché di solito non beveva mai alcolici. – Il mio capo ha deciso di assegnare a me l’incarico – riprese, già un po’ brilla. – Sai, sono una delle migliori reporter del Chicago Sun-Times.
     – Sul serio? – Occhioni azzurri sembrava aver perso la sua loquacità, ma dimostrava interesse per ciò che lei diceva. Il sogno di ogni donna: trovarsi di fronte a un uomo affascinante che, invece di fissarti le tette, ti ascolta davvero. Incoraggiata, Katie attese che il barman gli servisse il suo drink e riprese a parlare.
     – Tra le altre cose, sai cosa dicono di Anderson?
     – No, che cosa?
     Katie sollevò un sopracciglio, in un modo di fare cameratesco. – Che detesta i giornalisti. Raramente concede un’intervista, ecco perché il mio capo ci tiene così tanto. Pare che questa conferenza stampa sia un evento eccezionale.
     Occhioni azzurri assaggiò il suo drink e fece una smorfia. – Cosa ci hanno messo qui dentro?
     – Non lo so, ma è buonissimo – Katie sollevò un braccio per attirare l’attenzione del barman e ne ordinò un altro.
     Il collega la osservò con espressione dubbiosa, ma poi si limitò a scrollare le spalle. – Tornando ad Anderson, forse è semplicemente un uomo molto occupato e geloso della propria privacy.
     Katie socchiuse gli occhi terminando il contenuto del suo bicchiere. – Sciocchezze! – Liquidò la questione con un’alzata di spalle. – Secondo me è solo un miliardario borioso e pieno di sé. E tu? Di che quotidiano sei?
     – Forse dovresti smettere di bere – Occhioni azzurri assunse un’aria preoccupata che la intenerì.
     – Non preoccuparti. Reggo benissimo l’alcol.
     Non era vero, ma non voleva fare la figura della provinciale con quel collega sexy che, tra le altre cose, baciava da Dio. Forse l’aveva giudicato male sull’aereo. E se gli avesse concesso un’altra opportunità? Erano entrambi a Parigi per lavoro. Non ci sarebbe stato nulla di male se avessero unito l’utile al dilettevole. Gli indirizzò un sorrisino malizioso e afferrò il secondo bicchiere come una bambina golosa un gelato.
     – Sai, avevi ragione sull’aereo – gli disse, mordendosi il labbro inferiore.
     – A che proposito?
     – Mi è piaciuto il tuo bacio.
     Vedendo che lui non diceva nulla, Katie fu assalita da un dubbio. – Ehi, non è che sei sposato, vero?
     Occhioni azzurri fece un sorrisino. – No, non sono sposato e neanche fidanzato. Tu però hai bevuto troppo.
     – Oh, e da cosa lo avresti dedotto?
     – Non mi avresti confessato che il bacio ti è piaciuto, altrimenti.
     Katie era stufa di tergiversare. Voleva di nuovo le labbra di quel maschione sexy incollate alle sue. Il cuore le batteva all’impazzata mentre gli fissava la bocca. Cercò di pensare a tutti i motivi per cui non avrebbe dovuto fare ciò che stava per fare, ma non le venne in mente nulla. Accorciando la distanza tra loro, lo baciò e oscuri fremiti di desiderio le esplosero dentro mentre gli afferrava la nuca e affondava la lingua in quella bocca meravigliosa. Dal canto suo, Occhioni azzurri non si tirò indietro. Variò l’angolazione del bacio, le mani che le accarezzavano la schiena e le natiche. Dio, il calore che emanavano a contatto con la sua pelle, nonostante gli strati di stoffa che li separavano, era incredibile. Katie si sentì come se fosse stato appiccato un incendio. Si staccò da lui ancora ansimante, il cuore che le rimbombava nel petto.
     – Ehi – sussurrò contro le sue labbra. – Non sei affatto male, Occhioni azzurri.
     Lui strinse la mascella. Gli occhi, fissi in quelli di lei, emanavano scintille. Infine, le affondò le mani nei capelli avvicinando il viso alla sua bocca. Un secondo bacio, ancora più rovente del primo, lasciò Katie senza fiato. La lingua di lui era calda e ruvida contro la propria e la eccitò oltre ogni dire. Gettando la testa all’indietro gli offrì anche il collo e un gemito strozzato le uscì di gola non appena sentì le sue labbra umide accarezzarle la pelle sensibile.
     – Andiamo in camera mia – gli sussurrò all’orecchio – La mia stanza è la 108.
     Lui indietreggiò quel tanto che bastava per fissarla negli occhi. – Sei sicura?
     Oh, Dio. Sì.
     Ma non lo disse. Gli rispose invece con un altro bacio, finché non lo vide capitolare e trascinarla letteralmente su per le scale, dopo aver dato una lauta mancia al cameriere.



***


Katie chiuse gli occhi. Lo desiderava da morire. Nella penombra della stanza, la bocca di lui trovò la sua e lei la dischiuse per succhiargliela. I capezzoli si inturgidirono sotto il vestito e un sospiro di sollievo le uscì dalla gola, quando lui glielo sfilò di dosso per sfiorarle quelle punte estremamente sensibili coi pollici.
     Oh, cielo. Ancora. Fallo ancora.
     Katie si sentiva persa in un vortice di sensazioni incredibili. Il suo abito fu gettato sul pavimento in men che non si dica e lei si ritrovò avvinghiata a Occhioni azzurri, il bacino premuto contro la sua erezione.
     A un tratto lui si staccò, ansimante. – Aspetta – la sua voce era un sussurro roco. – Stiamo andando troppo in fretta… Frena. Non so neppure il tuo nome.
     – Katie. Mi chiamo Katie Wilson – Riprese a baciarlo, sfiorandogli con la lingua il mento volitivo e la mascella. La sua pelle era bollente e leggermente salata. Divina.
     – Bene, Katie – gemette lui. – Devo dirti una cosa.
     – Me la dirai dopo. Molto dopo.
     Senza voler sentire obiezioni, Katie gli slacciò il bottone dei pantaloni e tirò giù la zip, infilando dentro la mano. Deglutì sentendo il suo pene duro e gonfio sotto le dita e un sorrisetto soddisfatto le incuneò le labbra.
     – Katie… – Occhioni azzurri aveva negli occhi un’espressione pericolosa, quasi demoniaca. Rimase a fissarla per una frazione di secondo, dopo di che scosse la testa. – Oh, al diavolo! Vieni qui, dolcezza.
     Affondò la testa nell’incavo del suo seno, leccando la tenera carne fino al capezzolo e strappandole piccoli ansiti di soddisfazione. A quanto pareva Occhioni azzurri ci sapeva fare e non solo con i baci. Era un amante esperto, attento.
     – Ehi, collega – bisbigliò katie con un filo di voce. – Stai andando alla grande.
     Lui le sfiorò il ventre con la mano e katie fremette quando le sue dita scivolarono sulla peluria tra le cosce. Si stava bagnando e quella sensazione era così dolce, così perfetta. Era sicura che nessun altro uomo fosse stato in grado di stimolarla in quel modo, come se per lui farla godere fosse una missione di estrema importanza.
     Sentì di nuovo le sue labbra sul collo e sui seni mentre continuava a darle piacere con le dita. Katie si contorse, le cosce serrate contro quella mano che stava facendo cose indicibili. – Ti voglio dentro – sussurrò in un flebile lamento. – Adesso.
     Lui fece un sorrisino e infilò una mano nella tasca posteriore dei calzoni per estrarre qualcosa. Katie sentì il fruscio di una confezione di preservativi che veniva aperta e fremette nell’attesa. Occhioni azzurri si calò i pantaloni, senza premurarsi di toglierli. Aveva già gettato la giacca e la camicia d’alta sartoria – doveva informarsi sul nome del giornale per cui lavorava, perché era evidente che veniva pagato profumatamente – in un mucchio scomposto sul pavimento, e Katie allungò una mano a sfiorare quel petto solido e muscoloso mentre lui infilava il preservativo e la penetrava con un’unica, poderosa spinta.
     Chiuse gli occhi e in quel momento si aprirono per lei le porte del Paradiso.


***


Luke afferrò i polsi di Katie e li bloccò sul materasso nel momento in cui lei socchiudeva la bocca, lasciando che le loro lingue si intrecciassero al ritmo dei movimenti pelvici. Negli occhi di lei lesse un acuto desiderio. Una smania di essere posseduta che lo lasciò annichilito.
     Be’, quasi.
     – Vuoi venire, vero, piccola?
     Katie gemette e spinse avanti i fianchi. – Oh, sì. Ti prego.
     Bene. Perché aveva intenzione di farla godere come non mai, quella notte. Luke desiderava che non si scordasse più di lui, sebbene in realtà non le avesse ancora detto chi era.
     Ma non era quello il momento. Ora desiderava solo perdersi in lei.
     I muscoli del suo corpo si tesero mentre spingeva più forte, sussurrandole sconcezze all’orecchio. La sentì ridacchiare e inarcare la schiena per andargli incontro, come in una danza sensuale in cui lei era la prima ballerina.
     Aveva avuto molte altre donne in precedenza, eppure Luke era certo di non aver mai trovato qualcuno con cui riusciva a sentirsi così in sintonia. Katie gli era entrata nel sangue da subito, fin da quel primo bacio sull’aereo. In realtà, già allora avrebbe voluto strapparle le mutandine e possederla su quella dannata poltroncina della Business class.
     Luke cominciò a muoversi più veloce, ansimando come un mantice. Il sangue gli ribolliva nelle vene mentre ascoltava Katie gemere sempre più forte, fino a urlare di piacere.
     Gridava per lui. Per lui solo.
     Una soddisfazione primitiva gli riempì il petto. Voleva raggiungere l’orgasmo insieme a lei, toccare la vetta nel medesimo istante. Si tirò indietro per riaffondare dentro di lei e in quel momento vide le sue labbra tremare in un sospiro di piacere.
     Chiuse gli occhi, respirò a fondo e  venne a sua volta. Per un momento si aggrappò a quella sensazione, gustandola fino in fondo. Si sentiva rilassato, felice… completo.
     Non era mai stato così bene con una donna.
     – Katie, devo dirti una cosa. Devo farlo, ora.
     Ma lei borbottò qualcosa e con un sorriso di beatitudine su quelle labbra a cuore si addormentò.


***


Si svegliò di soprassalto. La luce che penetrava dalla finestra la colpì in pieno volto, quasi accecandola.
     Dio, che ora era?
     Aveva dormito tutta la notte come una bambina, complice l’alcol e il sesso. Il buon sesso. Anzi, meraviglioso. Era stato… non avrebbe saputo definirlo a parole. Katie allungò una mano verso l’altra metà del letto. Era ancora calda e profumava di lui.
     Occhioni azzurri.
     Si accorse solo in quell’istante che non conosceva il suo nome. Be’, lo avrebbe scoperto molto presto. La rassegna stampa con Anderson era alle nove. Lanciò un’occhiata assonnata alla sveglia sul comodino e quasi non lanciò un urlo. Erano le otto e mezza, il che voleva dire che era in ritardo. Un ritardo pauroso.
     Cazzo, cazzo, cazzo.
     Si cacciò giù dal letto e quasi inciampò nella moquette. Le girava la testa, non avrebbe saputo dire se a causa dei drink micidiali che aveva bevuto la sera prima – al solo pensiero le veniva da vomitare – o se per il sesso strepitoso con Occhioni azzurri. Corse in bagno alla velocità della luce e si gettò sotto la doccia. Lavare via l’odore di Occhioni azzurri, che le si era appiccicato addosso, un po’ le dispiacque. Ma pensò che avrebbero potuto combattere il secondo round quella sera stessa, dopo l’intervista. Anzi, magari avrebbero potuto trascorrere il resto della giornata chiusi in camera.
     Un sorrisino entusiasta le fece incurvare le labbra all’insù, mentre cantava a squarciagola You can’t hurry love dei Dixie Chicks e si insaponava il corpo indolenzito. Dopo la doccia, si asciugò per bene e si infilò un paio di pantaloni neri e una camicia di seta rosso porpora, con una discreta scollatura. Un abbigliamento non troppo discreto e formale, ma elegante al punto giusto. Calzò i suoi sandali tacco dodici ed ecco fatto, era pronta per scendere nella fossa dei leoni per farsi sbranare da Anderson.
     Anzi, no. Magari sarebbe stata lei a sbranare lui.
     Si sentiva vitale come non mai.
     Fischiettando il motivetto dei Dixie Chicks, che ormai le era rimasto nella testa, si pettinò i capelli in uno chignon alto sulla nuca, lasciando ricadere qualche ricciolo ai lati del viso, per un effetto più sbarazzino. Sorrise soddisfatta allo specchio.
     Vai e stendilo, Katie!
     Ma quando si ritrovò nella sala conferenze, al piano terra, la sua spavalderia cominciò a scemare. I colleghi degli altri rotocalchi erano già presenti e si scambiavano battute e commenti sull’acidità di Anderson, chiedendosi il motivo di quella conferenza stampa così inattesa. Ma non vedeva Occhioni azzurri da nessuna parte. Katie sentì una fitta allo stomaco.
     Non se la sarà data a gambe, vero?
     Non sarebbe stato il primo uomo da una botta e via che incontrava sul proprio cammino. Non che fosse contraria al sesso senza legami, sia chiaro. Il fatto che fosse andata a letto con un perfetto sconosciuto era un esempio evidente di come la pensasse in merito. Però trovava irritante che la mattina dopo l’uomo in questione sparisse all’improvviso, come se non fosse esistito se non nella sua immaginazione. Dopotutto erano entrambi adulti e consenzienti. Perché darsi alla macchia? In quanto all’immaginazione… be’, non era proprio possibile che si fosse sognata tutto quanto. Una sessione di sesso come quella non si immagina. Era stato tutto fin troppo reale.
     Si sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio e si morse leggermente il labbro, proprio nel momento in cui la porta si apriva e Anderson faceva il suo ingresso, in un completo grigio scuro Dolce & Gabbana. La bocca le si spalancò d’impulso, restando bloccata in un’esclamazione di stupore. No, di puro terrore in verità.
     Occhioni azzurri e Luke Anderson erano la stessa persona.
     Dio, era stata a letto con la persona che doveva intervistare e non solo, gli aveva sbattuto in faccia tutta la sua avversione nei suoi confronti, complice qualche drink di troppo. Inutile dire che il suo comportamento non era stato affatto professionale. Sarebbe bastato molto meno per farle perdere il posto di lavoro.
     Col cuore che le batteva contro le costole, Katie cercò di farsi piccola piccola, mimetizzandosi dietro a una pianta. Aveva le guance in fiamme e la sua mente correva alla velocità della luce, nel tentativo di fare un po’ di chiarezza. Inutile. Era nel caos più completo. Non riuscì ad afferrare una sola delle parole che Anderson disse al microfono. Le domande dei colleghi fioccarono, una dopo l’altra, ma lei non riuscì ad aprire bocca. Rimase imbambolata a fissare il dio greco che solo qualche ora prima si era trovato nudo nel suo letto. Con lei sotto.
     Adesso sì che le veniva da vomitare.
     Il tempo passò quasi senza che se ne accorgesse. La sala si svuotò e rimasero solo lei e Anderson.
     – Puoi uscire da lì, ora – Lui la stava fissando con un sorriso fra l’imbarazzato e il divertito.
     Katie si irrigidì. – Immagino che te la sarai spassata alle mie spalle. Complimenti! Ti capita spesso di spacciarti per un'altra persona, per portarti a letto qualcuno?
     I suoi occhi assunsero un colore inquietante, diventando due pozze scure. – Ehi, io non mi sono spacciato per un altro. Volevo dirtelo, ma tu non mi hai lasciato parlare. E poi, dopo il sesso, ti sei addormentata di botto, come sotto l’effetto del cloroformio.
     Katie provò un’altra ondata di nausea. – Sei un bastardo, Anderson – disse con le lacrime agli occhi. – Stai lontano da me.
     Gli voltò le spalle e corse via senza voltarsi.
     La sua vita si era trasformata in un incubo dal quale non esisteva via d’uscita.
     Avrebbe voluto morire.


***


California, una settimana dopo

Katie osservò le onde del mare infrangersi sulla riva, i capelli mossi dal vento. Un ciuffo le finì sugli occhi, ma non lo scostò. Si sentiva inerme di fronte a quell’immensità, azzurra come gli occhi di Anderson.
     Maledizione, non voleva pensare a lui. Non doveva.
     Al giornale le avevano imposto una settimana forzata di ferie, durante la quale avrebbero riflettuto sulla sua posizione. Il che equivaleva a un licenziamento sicuro. Tra i reporter inviati a Parigi, era l’unica che aveva fatto ritorno senza un pezzo nelle mani. La maledetta intervista.
     Calde lacrime di frustrazione le bagnarono il volto e le asciugò col dorso della mano, mentre qualcuno le si avvicinava con passi felpati.
     – Possiamo parlare? Ti ho inseguita per tutta la California e ora mi devi cinque minuti del tuo tempo.
     Non ebbe bisogno di voltarsi per capire a chi appartenesse quella voce. Ormai era impressa a fuoco nel suo cuore. – Anderson, che ci fai qui? Sei venuto a esultare per la mia sconfitta?
     Lui si sedette sulla sabbia al suo fianco. All’apparenza era calmo e controllato, ma un guizzo della mascella le fece capire che non era così sicuro di sé come desiderava apparire.
     – Katie, non era mia intenzione prenderti in giro. A Parigi non mi hai lasciato il tempo di spiegare.
     Si voltò verso di lui, una rabbia cieca che le comprimeva lo stomaco. – Spiegare? Non c’è nulla da spiegare. È stato solo sesso. Non penserai che per me abbia significato qualcosa di più?
     Naturalmente stava bleffando. Lui aveva significato molto di più. Significava tutto. Non si sarebbe sentita così annientata, altrimenti. Ma non voleva fare la figura della donna patetica che aveva letteralmente perso la testa per l’affascinante miliardario. Aveva un orgoglio da difendere, dopotutto.
     Lui sospirò e si lasciò sfuggire un’imprecazione. – Dannazione, Katie. Mi vuoi ascoltare? Mi dispiace per quello che è accaduto e sono pronto a rimediare.
     – Rimediare? E come?
     – Posso concederti un’intervista esclusiva. Solo per il tuo giornale. Potrai farmi tutte le domande che vuoi, anche sulla mia vita privata se lo desideri.
     Katie sgranò gli occhi. Anderson non parlava mai della sua vita privata. – D’accordo. Voglio sapere se ti capita spesso di andare a letto con donne abbordate nei bar degli alberghi.
     Lui fece un sorrisino. – Veramente sei stata tu ad abbordare me in quell’albergo. Comunque no, non mi capita spesso. Il fatto è che poche donne mi fanno l’effetto che mi fai tu.
     Katie si alzò di scatto. All’improvviso sentiva le lacrime pungerle gli occhi. Non voleva ascoltarlo, non voleva credere di essere stata per lui qualcosa di più di una semplice scopata. Altrimenti non sarebbe riuscita a negare i sentimenti che provava per lui e che decisamente era meglio tenere per sé. – A chi vuoi darla a bere, Anderson?
     Si alzò anche lui, gli occhi fissi nei suoi. – Non sto mentendo, katie. Tu mi sei entrata dentro nell’esatto momento in cui le mie labbra hanno sfiorato le tue, su quel maledetto aereo. Voglio solo una possibilità. Permettimi di ricominciare da capo.
     Il sangue cominciò a fluirle più veloce nelle vene. – Ricominciare da capo? Se intendi farmi mettere piede di nuovo su un aereo, privato o di linea che sia, te lo puoi scordare!
     Anderson rise piano e scosse la testa, i capelli arruffati dal vento. – Non era quello che intendevo, anche se il sesso ad alta quota non deve essere male. Dovremmo provare un giorno o l’altro.
     Suo malgrado, Katie si lasciò sfuggire un sorriso. Come faceva quell’uomo a farle dimenticare la rabbia, l’umiliazione… ogni cosa. Niente sembrava avere importanza se non lui, lì in piedi, davanti a lei. Sospirò. – Non provarci, Anderson – rispose divertita.
     Lui l’afferrò per le spalle, attirandola a sé. – Ho intenzione di provarci, invece. E a lungo – Le labbra coprirono le sue, trasmettendole una scossa di desiderio talmente forte da farla tremare.
     Quando si staccò, Katie sollevò su di lui uno sguardo sognante. – Anderson, tu mi fai sentire sempre come se mi trovassi ad alta quota.
     Lui inarcò un sopracciglio. – Considerato l’effetto che ha su di te l’altitudine, non so se si tratti di un complimento.
     Ridendo, Katie lo afferrò per il bavero della camicia. – Baciami, stupido.
     E lui la baciò.

   
FINE