domenica 3 aprile 2016

OLTRE I CONFINI DEL TEMPO - SECONDA PUNTATA

CAPITOLO 2


L
a ragazza fissò Nerone con stupore e fece un passo indietro.
– Avanti, sali – la spronò Giulio, sperando di sembrare sufficientemente minaccioso. – Come ti ho spiegato, ho una certa fretta.
     – Tu sei pazzo! Non sono mai salita su un cavallo e non ho intenzione di cominciare adesso.
     La vide saettare lo sguardo da lui allo stallone e indietreggiare ancora. Pareva terrorizzata. – Non sei mai salita su un cavallo?
     – No.
     Giulio era perplesso. Sbuffò, infilando la pistola nella propria cintura, e mosse un passo verso di lei. In un attimo l’aveva afferrata e sollevata per metterla in sella. Nel farlo, la sua mano scivolò inavvertitamente sotto la camicia di Sara.
     Maledizione!
     Quella ragazza lo turbava profondamente. Anche prima aveva dovuto ritrarsi all’improvviso da lei o avrebbe finito per prenderla lì, sulla nuda terra.
     Trattenne il respiro, sforzandosi di mantenere il controllo. Una fastidiosa erezione gli premeva contro i calzoni, ma non aveva intenzione di soddisfare le proprie voglie. Non con i gendarmi alle costole e una femmina recalcitrante che gli avrebbe procurato solo guai.
     Montò in sella dietro di lei e tenne ben salde le redini mentre partivano al galoppo. Sara lanciò un urlo e cominciò a tremare, afferrandosi alla criniera del cavallo.
     Non andava affatto bene.
     – Ehi, ragazza… così lo spaventi.
     – In realtà è lui a terrorizzare me. Dove diavolo mi devo tenere?
     Giulio stentava a crederci. La stessa persona che prima si era mostrata così coraggiosa e lo aveva sfidato, nonostante il fatto che fosse armato, ora si agitava per un semplice cavallo.
     Cercò di parlarle con calma, abbassando il tono di voce. – Ti tengo io, non preoccuparti. Tu rilassati e appoggiati contro di me. Ecco, così. Brava.
     A dire il vero, forse non era stata una buona idea. Adesso la ragazza premeva il fondoschiena contro i suoi lombi, aumentando la sua frustrazione sessuale.
     Giulio si lasciò sfuggire tra i denti un’imprecazione. – Non ci sono cavalli a Firenze? – le chiese per cercare di deviare i propri pensieri verso qualcosa che non fosse la sua pelle morbida e profumata. Erano talmente vicini che si sentiva letteralmente avvolto dal suo intrigante profumo.
Diamine, lo aveva anche nei capelli!
     – Nei maneggi, forse – rispose Sara. – Ma io non sono una patita dell’equitazione. Preferisco tirare di scherma.
     Giulio era sempre più sconcertato. – Tirare di scherma? Fammi capire: vesti come un uomo, sai maneggiare un fioretto, ma non hai mai montato un cavallo?



     Sara si irrigidì e lui fu consapevole di ogni muscolo del suo corpo che si tendeva. – Innanzitutto io non vesto come un uomo. E comunque sì, tiro di scherma, ma non amo i cavalli. Sono due sport differenti dopotutto.
     – Sport? Che significa?
     Lei sbuffò, ignorando la domanda. Giulio si chiese cosa stesse pensando in quel momento la sua bella testolina. La vide guardarsi intorno, come se vedesse quei posti per la prima volta. Come se ne fosse turbata… il che non aveva senso.
     Abbassò ulteriormente il tono di voce, riducendolo a un sussurro roco. – Se vuoi posso insegnarti io a montare – E non si riferiva propriamente ai cavalli.
     Lei parve afferrare il doppio senso e lo guardò in tralice. – Grazie per l’offerta, ma non sono interessata. Non sei il mio tipo.
     Era sveglia, su questo non vi erano dubbi. La maggior parte delle signorine di buona famiglia non avrebbe colto il significato nascosto della sua frase. E, se lo avesse fatto, avrebbe gridato allo scandalo e, nel migliore dei casi, sarebbe svenuta.
     – Sei un’eterna contraddizione – esclamò Giulio, divertito. – Ancora non ho capito chi tu sia e a quale classe sociale appartenga. Sei istruita, questo è chiaro. E i tuoi abiti, per quanto bizzarri, sono di ottima fattura come gli stivali. Eppure mostri una disinvoltura che le fanciulle della buona società non possiedono.
     Nerone nitrì, come se volesse dargli ragione. Giulio lo spronò per farlo andare più veloce.
     – Non capisco a cosa tu ti riferisca – rispose Sara, la voce leggermente tremula. – Io sono una ragazza normale. Sei tu quello strano.
     Giulio rise. – Credimi, mi hanno definito in molti modi, ma mai nessuno ha detto di me che sono strano.
     La ragazza si agitò sulla sella facendo innervosire il cavallo e anche lui.
     Dannazione. Quanto sarebbe durata quella sofferenza? Desiderava, anzi bramava, il corpo nudo di Sara sotto di lui. Beh, non necessariamente. Anche averla sopra poteva avere i suoi vantaggi.
     Imprecò di nuovo fra sé cercando di calmare Nerone. Ormai mancava poco alla loro destinazione. Si augurò di trovare presto il sollievo a cui anelava.

* * * * * * * * * *

Sara era sempre più tesa. C’era qualcosa che non quadrava. Come mai non si vedevano auto o strade asfaltate? E perché Giulio, nonostante la fretta e la paura di essere arrestato, non si era procurato un mezzo più veloce di uno stupido cavallo?
     Per non parlare dei suoi vestiti antiquati e della sua pistola da museo.
     Un dubbio si insinuò con prepotenza nella sua mente. Cercò di scacciarlo, ma si faceva sempre più insistente.
     – Giulio, sai dirmi che giorno è oggi? – chiese con finta innocenza, il cuore che le batteva nelle costole.
     Lui tirò le redini, facendo fermare Nerone davanti a un capanno immerso nella campagna. Il suo sguardo incredulo si posò su di lei. – Prego?
     – Credo di aver perso il senso del tempo. Prima ho battuto la testa, ricordi? Non rammento più la data di oggi.
     Giulio la fissò diffidente. – È il 5 maggio.
     Sara ingoiò la propria saliva, facendosi sempre più nervosa. Come faceva a chiedere di quale anno, senza sembrare una pazza?



     Le venne un’idea. – Pensa un po’. L’anniversario della morte di Napoleone!
     Lui la fissò come se avesse appena pronunciato un’eresia.
     Ti prego, fa che sappia chi è Napoleone!
     – Se ti riferisci all’imperatore dei francesi, mi duole informarti che è ancora vivo e vegeto. Anche se penso che siano in molti a desiderarne la morte.
     Sara quasi si strozzò. Cominciò a tossire, fino a diventare paonazza. Aveva detto che Napoleone era ancora in vita? Questo significava che aveva fatto un viaggio nel tempo e si trovava prima del 1821?
     – Ehi, ragazza… che diavolo ti prende? – La voce di Giulio le parve venire da molto lontano. Per un istante desiderò che quello fosse solo un incubo dal quale si sarebbe svegliata. Ma quando la tosse si calmò e riaprì gli occhi, quell’uomo bizzarro era ancora davanti a lei, la fronte aggrottata e un’aria perplessa dipinta in faccia.
     Un fastidioso sudore freddo le penetrò nelle ossa mentre veniva assalita dalla nausea.
     – Credo di essere sul punto di svenire – disse, la voce ridotta a un sussurro. Giulio la afferrò, per impedirle di cadere dal cavallo.
     Poi fu tutto buio.

* * * * * * * * * *

Quando riaprì gli occhi Sara si sentiva ancora intontita. Sbatté le palpebre, prima di mettere a fuoco
le immagini intorno a sé. Si trovava in una casupola di legno, dalla cui unica finestra filtrava la luce rossastra del tramonto. Non aveva idea di quanto tempo fosse rimasta priva di sensi, ma appariva evidente che la giornata stava volgendo al termine.
D’istinto si volse, cercando con lo sguardo il tizio che l’aveva rapita. Si trovava accucciato a poca distanza da lei, intento a ravvivare un fuoco improvvisato in un piccolo camino di pietra.
     – Dove ci troviamo? – chiese con un filo di voce. I suoi occhi ci misero un po’ ad abituarsi alla penombra che la circondava. In quella capanna l’unica fonte di illuminazione era proprio il fuoco che ardeva nel camino.
     All’improvviso le tornò in mente la gravità della situazione. O quello che l’accompagnava era un pazzo, oppure si trovava davvero in un’altra epoca, senza avere la minima idea di come ritornare indietro.
     Giulio si voltò a guardarla. – Qui siamo al sicuro. È un capanno che veniva usato per la caccia, ma che è inutilizzato da tempo. Vi trascorreremo la notte e ripartiremo domani all’alba.
     La prospettiva non era affatto allettante. Si mise a sedere, accorgendosi solo in quell’istante che era stata deposta su un materasso di paglia su cui giaceva una coperta logora.
     Arricciò il naso e la risatina divertita di Giulio quasi la irritò. – Che hai da ridere?
     – Credimi, la tua espressione è esilarante. Mi spiace non poterti offrire una sistemazione migliore, ragazza. Per questa volta dovrai accontentarti.
     Il suo sequestratore si alzò e si mosse nella sua direzione. – Allora, come ti senti? Hai avuto un mancamento. Per poco non mi veniva un colpo quando ti ho vista crollare come un sacco di patate. Sono riuscito ad afferrarti giusto in tempo, prima che ruzzolassi giù dalla sella.
     Lei lo fissò incerta. – Beh, grazie per esserti preso il disturbo.
     – È stato un piacere.
     Il suo sguardo era penetrante. Sara si chiese se si fosse limitato a sorreggerla o se ne avesse approfittato per allungare le mani. Decise di non pensarci, perché solo l’idea la faceva avvampare.
     – Cosa intendi farne di me? – chiese, invece. Aveva la sensazione che non si sarebbe liberata facilmente di quel ladro. E anche se vi fosse riuscita, dove poteva andare? Se si trovava realmente in un altro tempo, non avrebbe saputo a chi rivolgersi per chiedere aiuto.
     Giulio si sedette sul letto di paglia, al suo fianco, e lei dovette scansarsi per evitare che la sua coscia muscolosa sfiorasse la propria. Si sentiva particolarmente consapevole della vicinanza di quell’uomo e questo la metteva a disagio. Lui la guardava come se indosso avesse avuto solo la biancheria intima!
     Lo vide aggrottare la fronte, pensieroso. – Ancora non ho deciso.
     Le rivolse un’altra intensa occhiata e Sara provò un brivido che non aveva niente a che fare con la temperatura all’interno di quella casupola.
     – Sto morendo di fame – disse, per rompere il silenzio. – E tu?
     Giulio scrollò le spalle. – Sono abituato a restare un’intera giornata senza mettere qualcosa sotto i denti – Si alzò, andando a frugare in una sacca che aveva lasciato in un angolo, accanto alla sella. Poi si voltò nuovamente verso di lei. – Mi spiace, ma non ho cibo con me. Tutto quello che ho da offrirti è un po’ d’acqua.
     Le porse una vecchia borraccia che lei rifiutò. – Non preoccuparti. Ho dei panini nel mio zaino – Lo cercò con lo sguardo, trovandolo sul pavimento proprio sotto di lei. Dopo averlo sollevato e aperto, tirò fuori due panini, foderati nella carta stagnola. – Ecco qui. Ne ho uno al prosciutto e uno al formaggio. Quale preferisci?
     Giulio sgranò gli occhi. – Che diavoleria è quella cosa?
     Sara impiegò un istante a capire che si riferiva alla stagnola. – Ehm, è solo un involucro per conservarli meglio – Li scartò in fretta e furia e gliene porse uno. Lui l’afferrò esitante, quasi temesse che volesse avvelenarlo.
     Lei roteò gli occhi. – Coraggio, mangia. Ti assicuro che sono buoni.
     Per incoraggiarlo scartò il proprio panino e lo addentò. Con la fame che aveva ne avrebbe mangiati anche dieci di fila, ma si sarebbe accontentata di quell’unico che le era rimasto. D’altra parte non poteva sfamarsi senza dividere il proprio cibo con lui. Era un ladro e un sequestratore, ma le era stato insegnato a essere gentile col prossimo e non sarebbe stato affatto carino nutrire solo se stessa.
     Finalmente anche Giulio si decise a prenderne un boccone. Masticò voracemente e le rivolse un sorriso di gratitudine che le riscaldò il cuore. Era bello quando sorrideva. Incredibilmente bello.
     – È davvero buono. Sei sicura di non volere un po’ d’acqua? Ti aiuterà a mandarlo giù meglio.
     Sara tentennò. All’idea di bere da quella borraccia le veniva la nausea. Ma non poteva tirare fuori la sua bottiglietta di plastica. Aveva già avuto problemi a spiegare la carta stagnola.
     Inarcò un sopracciglio. – Sei sicuro che si possa bere?
     – Certo. L’ho riempita prima, al fiume.
     Come sospettava. Sarebbe stato troppo pretendere dell’acqua minerale come si deve? Decise tuttavia di accontentarsi e afferrò la borraccia. Aveva la gola talmente secca che il primo sorso le parve la cosa più divina che avesse mai assaggiato. Forse l’acqua del fiume non era poi così male.
     Solo dopo essersi dissetata per bene gliela restituì lasciando che bevesse a sua volta. – Ehm… io dovrei andare in bagno – disse, infine. Era da parecchie ore che non svuotava la vescica e non ne poteva proprio più.
     Giulio la fissò di nuovo con una vena di perplessità. – Vuoi fare un bagno? Adesso?
     – No, non fare un bagno… andare in bagno!
     Si accorse che lui non riusciva a capirla dalla sua fronte aggrottata. A volte le pareva che parlassero due lingue completamente differenti. Si grattò la testa alla ricerca di un’illuminazione. – Ehm, usare la latrina? Così è più chiaro?
     Giulio rise piano. – Non penserai che ci sia una latrina in un capanno per la caccia? Sua signoria dovrà accontentarsi di urinare all’aperto.
     Con suo grande sgomento, indicò la porta. Sara annuì, incerta se mettersi a piangere od ostentare indifferenza. Non si poteva beneficiare neppure di un cesso da quelle parti? Che sciagura!
     Si alzò con gambe tremanti, subito imitata dal suo sequestratore. – Ehi, cosa hai intenzione di fare? – Gli rivolse un’occhiata piena di sdegno. – Non ho bisogno della balia. Sono in grado di fare da sola.
     Lui rise di nuovo. – Non ho dubbi. Ma non voglio correre il rischio che tu te la dia a gambe levate, approfittando della situazione. Non sono un ingenuo. Quindi, ti scorterò fuori. Che tu voglia o no.
     Merda.
     Esisteva qualcosa di più imbarazzante che calarsi le braghe di fronte a uno sconosciuto?
     Il respiro le morì in gola mentre uscivano all’aria aperta. Le parve addirittura che le gambe le fossero diventate di piombo. – Non è affatto da gentiluomini però…–  si lamentò, gli occhi che sprigionavano lampi di indignazione.
     – Taci e cammina. Laggiù ci sono dei cespugli. Puoi fare lì i tuoi bisogni, io resterò a distanza di sicurezza.
     – Giurami che non guarderai.
     Lui inarcò un sopracciglio. – Lo giuro. Va bene così?
     Sara si avviò. Ormai era sceso il buio e l’aria era diventata più fresca. Rabbrividì, anche se non era certa che fosse a causa della temperatura esterna. Prima di nascondersi dietro al cespuglio lanciò a Giulio un’ultima occhiata ammonitrice. – Se sbirci ti taglio le palle.

     La sua risata risuonò nel vento e Sara alzò il dito medio. Non sapeva se in quell’epoca quel gesto avesse lo stesso significato che aveva nella sua, ma non le importò.

Nessun commento:

Posta un commento