lunedì 11 aprile 2016

OLTRE I CONFINI DEL TEMPO - TERZA PUNTATA

CAPITOLO 3


N
onostante il giuramento, Giulio tenne lo sguardo fisso sulla ragazza. Cercò di convincersi che lo faceva per controllarla meglio, ma la verità era che lei lo affascinava. Anche troppo. Adorava la caparbietà che la caratterizzava e la sua sfrontatezza. Per non parlare del suo visino da bambola e della pelle diafana. Non aveva mai visto una donna con una pelle così morbida e profumata. E pulita.
     I suoi capelli erano di una tinta particolare, a metà fra il biondo e il rossiccio. A guardarli sembravano un manto setoso che gli sarebbe piaciuto sfiorare con le dita. Quasi gli prudevano dalla voglia di toccarli!
     Quando ebbe finito di fare i suoi bisogni e lo raggiunse, aveva ancora lo sguardo corrucciato. Si chiese come fosse possibile che una donna abituata ad andare in giro vestita in quel modo, con le gambe fasciate in un paio di calzoni così stretti da non lasciare nulla all’immaginazione, si dimostrasse poi così pudica.
     Era un vero mistero. E lui adorava gli enigmi.
     – Se hai finito, possiamo tornare dentro – disse, con un tono più brusco di quanto desiderasse. – Come ti ho detto, domani ho intenzione di ripartire all’alba. Nel tempo che ci resta sarà meglio dormire un po’.
     Lei lo precedette all’interno del capanno senza proferire parola. Ma una volta dentro, tornò a fissarlo con apprensione. – Tu dove dormirai? C’è un solo letto qui dentro, se si può chiamare così.
     Giulio seguì il suo sguardo fino a incontrare il giaciglio di paglia su cui l’aveva adagiata dopo lo svenimento. Ancora non gli era chiaro perché avesse perso i sensi, tutto a un tratto. Era abituato a vedere le donne cadere in deliquio, ma di solito lo facevano perché indossavano bustini troppo stretti o per attirare l’attenzione. Ed entrambi i casi erano da escludere.
     – Vorrà dire che lo divideremo – rispose, aspro.
     Gli occhi di Sara lo fulminarono. – Che hai detto? Tu sei completamente pazzo! Non verrò a letto con te, nemmeno…
     Quella ragazza riusciva a essere esasperante, a volte. Sospirò. – Tranquilla, non attenterò alla tua virtù. Non ho appena detto che abbiamo bisogno entrambi di dormire? E comunque, se devo tenerti d’occhio questa è la soluzione migliore. Non voglio essere costretto a montare di guardia, nel timore che tu fugga via nel bel mezzo della notte.
     Lei schioccò la lingua, stizzita. Ma per fortuna non obiettò.
     La vide dirigersi verso il letto a passo di carica e scuotere energicamente la coperta. – Scommetto che sarà piena di pidocchi – sbottò, guardandolo in tralice.
     Proprio non riuscì a evitare un sorrisino. – Mi dispiace, principessa. La prossima volta vedrò di procurarmi un letto con lenzuola di seta.
     Sara gli mostrò la lingua e si sdraiò, voltandogli le spalle. Gli piacevano i loro battibecchi. La trovava decisamente attraente quando lo squadrava dall’alto in basso, con gli occhi che brillavano di furia. Chissà come sarebbe stato domare quella puledra selvaggia!
     Continuando a ridacchiare, si tolse la camicia e la gettò su una sedia di legno davanti al camino. Poi raggiunse Sara e si sdraiò al suo fianco. Il letto era piccolo e c’era appena spazio per entrambi; il che lo costrinse a stringersi a lei più del dovuto. Non appena i suoi lombi sfiorarono le natiche sode di quel corpo femminile, il suo membro ebbe una reazione del tutto naturale.
     Trattenne il respiro. Non sarebbe stato affatto facile dormire, quella notte. Nonostante necessitasse di un po’ di riposo, pareva che una parte di lui fosse più che pronta a trascorrere il tempo in modo più piacevole. Dovette ignorarla. Non aveva mai posseduto una donna contro la sua volontà e qualcosa gli diceva che Sara sarebbe stata tutt’altro che disposta a concederglisi.
     A un tratto lei si mosse, alla ricerca di una posizione più comoda e lui si lasciò sfuggire un sibilo.
     Sarebbe stata una notte molto lunga.

* * * * * * * * * *

Fu svegliata da un paio di mani forti che l’afferravano, scuotendola. – Mamma, lasciami dormire ancora un po’. Ti prego… – borbottò, crogiolandosi nel cupo nulla dell’incoscienza.
     Una voce che non era affatto quella di sua madre la raggiunse, come se provenisse da lontano.
      – È proprio l’ora che ti svegli, ragazza. Muoviti, se non vuoi che ti prenda a sculacciate!
     Trasalì e aprì gli occhi di scatto. La stanza era ancora immersa nell’oscurità. Solo una flebile luce penetrava dalla finestra, a informarli che il sole stava per sorgere.
     Sara si mise a sedere, stropicciandosi gli occhi. Aveva le ossa rigide e i muscoli contratti. Dovette stiracchiarsi come un gatto, prima di riacquistare sensibilità agli arti. Poi il suo sguardo calò sulla persona che l’aveva svegliata.
     Oh, no! Non era stato un sogno. Giulio Guadalupi la stava studiando con un’espressione torva su quel suo viso da dio greco, la mascella solcata da un lieve accenno di barba.
     – Non può essere vero! – si lasciò sfuggire, facendo trapelare il proprio sconforto.
     – Che cosa, principessa?
     – Che tu sia ancora qui. Credevo che non fossi reale e di averti solo sognato.
     Lui fece un ampio sorriso. – Credimi, ragazza, mi farebbe piacere far parte dei tuoi sogni, ma tutto questo è molto reale e se non ci sbrighiamo i gendarmi ci raggiungeranno. Quindi muovi quelle chiappe e scendi dal letto.
     Scrollò le spalle. – A me cosa importa se i gendarmi ci trovano? Sei tu quello accusato di furto, non io.
     Giulio le dedicò uno sguardo ironico. – Penseranno che tu sia mia complice. Non ti è passato per quella tua graziosa testolina?
     Sara scese dal letto con un balzo. L’aria del mattino era piuttosto fresca e rabbrividì. Poi gettò un’occhiata obliqua al suo sequestratore. – Mi basterà raccontare che mi hai rapita, per scagionarmi.
     – E credi che ti daranno retta? Una ragazza, vestita da uomo, si aggira per i boschi del Salento in compagnia di un brigante. La storia del rapimento sarebbe poco credibile. Neppure un bambino ci cascherebbe.
     Sara si strinse le braccia intorno al corpo e imprecò sottovoce. – Ma tu mi hai davvero rapita. Mi interrogheranno e allora io gli dirò…
     – Hai un’idea di come facciano gli interrogatori? – chiese Giulio, inarcando un sopracciglio. Si allontanò da lei per recuperare la propria sacca e la sella, che aveva portato dentro il capanno la sera precedente. – Usano la tortura come metodo di persuasione. Ti farebbero rinnegare la tua stessa madre, fidati di me!



     Lei boccheggiò. Il freddo che le invase le membra ora era molto più intenso. – Ho sbagliato prima. Tu non fai parte di un sogno, bensì di un incubo!
    Giulio le diede una pacca sul sedere e lei strillò. – Coraggio, ci aspetta una lunga cavalcata – le sussurrò all’orecchio.
     Un attimo dopo erano entrambi in sella, pronti per rimettersi in viaggio. Al contrario della precedente, quella era una mattina uggiosa. Fastidiose gocce di pioggia ricadevano sul terreno, rendendolo fangoso e rallentando il loro procedere. Sara si lasciò cadere contro il robusto torace di Giulio, alla ricerca di un po’ di calore. Malgrado la difficoltà della situazione quel contatto era piacevole.
     Lui emanava un forte odore di fumo di legna e di maschio. Stranamente quel fatto la confortò, come se si sentisse al sicuro fra le sue braccia.
     Sara chiuse gli occhi, ascoltando i rumori del bosco intorno a loro. Il lieve tintinnio delle briglie e della pioggia la cullarono, al punto che dovette fare uno sforzo per tenere gli occhi aperti.
     – Dormi pure, se vuoi – la riscosse la voce di Giulio. Aveva un tono dolce che prima non gli aveva mai sentito usare. – Ti sorreggo io.
     – Grazie – mormorò Sara, rilassandosi contro quel corpo caldo. Non poteva vedere il suo volto, essendo dietro di lei, ma riuscì ugualmente a percepirne il sorriso sfrontato. – A proposito, dove siamo diretti?
     – A Taranto.

* * * * * * * * * *

Impiegarono un’altra intera giornata di viaggio prima di giungere in città, sul calar del sole. Guardandosi intorno, Sara ebbe l’impressione che ci fosse qualcosa di familiare in quei luoghi, ma allo stesso tempo si sentiva in un mondo a lei sconosciuto.
     Sbatté le palpebre. Era già stata a Taranto insieme alla sua classe. Avevano soggiornato in un albergo un po’ decentrato, ma con tutte le comodità. Eppure adesso sembrava così diversa! Tanto per cominciare era troppo buia. Se doveva credere alla teoria del viaggio nel tempo – e ancora non ne era del tutto convinta – questo fatto poteva spiegarsi con la mancanza di energia elettrica.
     Sospirò, lasciando vagare lo sguardo lungo la strada polverosa. Qua e là si scorgeva qualche carro, oppure un cavaliere solitario. Le case poi non erano i palazzi a cui era abituata, ma edifici a non più di tre piani, costruiti in pietra, con grandi finestre e principalmente senza balconi. Avevano un aspetto imponente, ma sobrio e austero. Alcuni erano circondati da un piccolo cortile, altri davano direttamente sulla strada. – Bene, adesso che siamo qui che facciamo? – chiese, rivolta al suo compagno di viaggio. In realtà non aveva idea del motivo che li aveva condotti lì. Un criminale in fuga non avrebbe dovuto evitare i luoghi affollati? Sarebbe stato più logico andarsi a nascondere fra le montagne, piuttosto che in una grande città.
     Lui fece svoltare Nerone in una strada stretta e buia, per poi sbucare in una piazza. – La mia famiglia vive qui. Ci ospiteranno, almeno fino a quando non deciderò di raggiungere i miei compagni nel nostro rifugio. Se mi fossi diretto subito lì, avrei rischiato di portarmi dietro uno stuolo di gendarmi, nel caso mi avessero seguito. Aspetterò che si calmino le acque e poi mi metterò in contatto con loro.
     Sara era perplessa. – Non capisco. Non hai paura che casa tua sia il primo posto in cui verrebbero a cercarti? – Era una deduzione logica, com’era possibile che non ci fosse arrivato da solo?
     Lui tirò le redini all’improvviso, davanti a un cancello. Nell’oscurità Sara non riusciva a distinguere bene, ma le pareva che quella fosse una residenza alquanto signorile.
     – I gendarmi non conoscono la mia vera identità, sciocchina. Pensi che io sia stato così stupido da gridare ai quattro venti il mio nome? Nessuno qui mi collegherebbe al brigante della banda di Papa Ciro, a meno che non sia tu a vuotare il sacco.
     Sara percepì il suo sguardo diffidente e quasi le scappò un sorriso. Adesso chi aveva il coltello dalla parte del manico? Ma non ebbe il tempo di godersi il proprio trionfo che Giulio saltò giù dalla sella, aiutandola a scendere a sua volta. – Siamo arrivati – disse, afferrandole il braccio con tanta forza da strapparle un gemito. Aveva ancora paura che scappasse? Ma dove poteva andare in quella città sconosciuta, dove le persone vestivano secondo la moda ottocentesca e andavano in giro su carri o cavalli? Avrebbe potuto pensare che stessero girando un film, ma quale attore sequestrerebbe una ragazza che si è persa, facendole credere di aver fatto un salto nel tempo? E poi tutto sembrava troppo reale per essere semplicemente un set cinematografico.
     Giulio la strattonò, riscuotendola dai propri pensieri. La teneva stretta al suo fianco e la stava fissando con aria interrogativa. – Ti sei incantata? Coraggio, entriamo in casa. Non vedo l’ora di godermi un pasto caldo, finalmente.
     A quelle parole il suo stomaco brontolò molto poco educatamente. Sara arrossì e distolse lo sguardo, fissandolo sulla costruzione davanti a sé.
     Merda.
     La casa era davvero enorme. In pietra grigia, aveva linee squadrate ed eleganti e vi si accedeva lungo un viale che attraversava un piccolo giardino. A lato della casa padronale si trovavano le stalle e una rimessa per le carrozze. Giulio si diresse da quella parte, trascinandosi dietro lei e Nerone. – Sei sicuro che sia questa la tua casa? – gli chiese, ancora incredula. Sapeva con certezza che non era ubriaco, però era possibile che gli fosse andato di volta il cervello. Quella era senza ombra di dubbio la residenza di un aristocratico!



     Giulio fu scosso da una breve risata. – Vuoi che non riconosca la casa dove sono nato?
     Quello che aveva tutta l’aria di un garzone di stalla si mosse veloce verso di loro, evidentemente con l’intenzione di prendere in consegna il cavallo. – Buonasera signor conte, bentornato! – disse, abbozzando un inchino.
     Signor conte?
     Doveva aver capito male. Sara rivolse uno sguardo incredulo al suo accompagnatore. – Sbaglio o ti ha chiamato conte?
     – Conte Giulio Guadalupi di Nardò, per servirvi – fece a sua volta un inchino nella sua direzione, un sorriso divertito a illuminargli il volto.
     Per poco non le cascò la mascella. Non riusciva a crederci!
     – Stai cercando di dirmi che sei un aristocratico?
     – Ebbene sì, è proprio ciò che sono. Sorpresa?
     Sara lo seguì sul viale che conduceva all’abitazione principale, gli occhi ancora sgranati. – Sei un aristocratico e derubi la gente? Ma non ti vergogni? Pazienza se lo facessi per necessità, ma così…
     Prima che potesse continuare Giulio l’afferrò, tappandole la bocca. – Cristo, ragazza… vuoi stare zitta?
     Lei gli morse un dito, facendogli ritirare la mano di scatto. Dalle labbra del conte sfuggì un’imprecazione ben poco signorile, ma Sara non ci fece caso. Era troppo impegnata a seguire il corso dei propri ragionamenti. – Dimmi perché lo fai. E non venirmi a raccontare che hai bisogno di soldi, perché con una casa così non ti crederebbe nessuno!
     Giulio si massaggiò la mano, negli occhi un’espressione bellicosa. – Non è per il denaro. I motivi che mi spingono sono di carattere politico.
     Sara era ancora più confusa. Lo seguì su per una scalinata di marmo, sforzandosi di stare al suo passo. – E quali sarebbero questi motivi?
     – Ciro ed io siamo entrambi sostenitori del nuovo regime rivoluzionario. Derubiamo e tiranneggiamo solo coloro che si oppongono al governo di Murat. Il nostro intento è quello di sconfiggere i nemici di Bonaparte.
     Arrivati davanti a un’enorme porta di legno, Giulio bussò energicamente finché un servitore non venne ad aprire. Prodigandosi in inchini, manifestò la propria felicità nel rivedere il suo padrone e li introdusse in un ampio ingresso, squadrato e con le pareti color crema.
     Sara si guardò intorno a bocca aperta. Quella pareva una vera dimora ottocentesca, con quadri raffiguranti paesaggi e nature morte appesi ai muri, e un grande lampadario in bronzo e cristalli a illuminare lo spazio circostante. Non aveva mai visto nulla di simile, se non nei film storici.
     Boccheggiò, suscitando un’altra risata da parte del suo compagno di viaggio. – Impressionata?
     Non avendo la forza di aprire bocca, si limitò ad annuire. Poi il lacchè, un uomo alto e smilzo, con una redingote verde smeraldo e calzoni al ginocchio neri, fece loro strada su per un’altra scalinata che saliva fino a un pianerottolo, prima di sdoppiarsi in due rampe che portavano al piano superiore. Continuarono a salire, fino ad addentrarsi in un lungo corridoio dal quale si aveva accesso alle stanze padronali.
     – La contessa madre sarà lieta del vostro arrivo, signor conte. Non vi aspettavamo.
     Giulio sorrise, dirigendosi verso una porta con un pomello dorato. – Lo so, Lorenzo. Non ho fatto in tempo ad avvisare.
     Sara aveva la gola secca. Si sentiva un pesce fuor d’acqua in quel luogo. Lo sguardo penetrante del servitore era fisso su di lei, rendendola nervosa. Sebbene non osasse fare domande, era evidente che si stava chiedendo chi fosse e cosa diavolo facesse in compagnia del suo padrone. Era curiosa di sapere come avrebbe giustificato la sua presenza il nobile brigante.
     Poi Giulio bussò e una voce femminile li invitò a entrare. Si ritrovarono in una stanza che aveva tutta l’aria di un piccolo salotto. Accanto a un’alta finestra, su una poltrona damascata, era seduta una signora vestita interamente di nero. La donna si alzò, portandosi una mano alla bocca. – Giulio, sei tornato! Che gioia rivederti!
     Il conte si avvicinò per stringerla in un abbraccio. – Anch’io sono felice di rivedervi, madre. È passato così tanto tempo dall’ultima volta che sono stato qui. Ma non siete cambiata affatto!
     La donna si staccò da lui e si asciugò una lacrima che le aveva rigato la guancia rugosa. Solo in quell’istante parve accorgersi della sua presenza e si irrigidì. I suoi occhi si assottigliarono, studiandola con diffidenza. Sara sentì il sangue scorrerle più veloce nelle vene: cosa avrebbe fatto se quella donna non l’avesse voluta in casa? Dove sarebbe potuta andare? Un senso di sgomento le attanagliò le viscere, togliendole il respiro. Sollevò uno sguardo incerto su Giulio che le strizzò un occhio, probabilmente nel tentativo di rassicurarla.
     – Madre, vi presento Sara Ferrari. Proviene da Firenze e attualmente si trova in difficoltà. È mio desiderio ospitarla in questa casa per un po’.
     Le labbra della contessa madre si tesero in una linea dura. – Ferrari? Non mi sembra di conoscere questo casato. Ho degli amici a Firenze, ma non ho mai sentito parlare della vostra famiglia.
     Sara si morse il labbro. Percepiva lo sguardo intenso della donna sull’intera sua persona e si accorse di avere le mani sudate. – Ehm, Firenze è una città grande – rispose, sollevando il mento. – Dubito che conosciate tutte le famiglie che vi abitano.
     La risata di Giulio la fece trasalire. Possibile che trovasse così divertente tutto ciò che diceva?
     – Come avrete notato, madre, la nostra Sara ha una lingua piuttosto tagliente. Ma è un’amica e desidero che venga trattata come un ospite di riguardo. Sono stato chiaro?
     Le parole del conte vennero accolte con un sorriso tirato. – Certo, figliolo. Ogni tuo desiderio è un ordine – Poi la donna tornò a squadrarla dalla testa ai piedi. – Suppongo che desideriate farvi un bagno caldo e cambiarvi d’abito. Quello che indossate non mi pare consono a una fanciulla di buona famiglia.

     Sara ingoiò la risposta stizzosa che le era salita alle labbra e si costrinse a sorridere. – Farò volentieri un bagno caldo, signora. Vi ringrazio per l’ospitalità.

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