Carissimi lettori,
ho pensato di parlarvi di alcuni miei vecchi romanzi, in modo da farli conoscere un po' a chi ancora non li ha letti.
Comincio con La contessa delle tenebre, un romance storico liberamente ispirato a una figura storica realmente esistita: Marie Thérèse Charlotte di Borbone, la sfortunata figlia di Luigi XVI e Maria Antonietta.
TRAMA:
Parigi, 1795. Marie Thérèse Charlotte di Borbone da tre anni vive rinchiusa fra le mura della Torre del Tempio, imprigionata dai rivoluzionari francesi. Ha visto morire, uno dopo l’altro, tutti i suoi familiari e ha subito la più tremenda delle umiliazioni: lo stupro; teme di non avere alcuna via d’uscita quando le viene proposta la liberazione, in cambio di dodici prigionieri di guerra.
La stessa sera, mentre si sta svagando con partite a carte e prostitute, Leonardus Cornelius Van der Valck riceve la visita di un nobile austriaco che gli fa un’offerta che non può rifiutare: l’imperatore in persona gli chiede di prendere sotto la propria custodia la cugina, unica superstite della famiglia reale francese. Ma c’è un problema: l’affascinante e scaltro libertino dovrà sposare la ragazza, rimasta incinta durante la prigionia.
Riusciranno due persone tanto diverse a fidarsi l’una dell’altra? E Charlotte saprà superare il trauma della violenza subita, per aprire il suo cuore all’amore vero?
Scottanti passioni, rapimenti, scambi di persona e intrighi politici si susseguono per dare vita a un romanzo in cui amore e coraggio accompagnano il lettore, pagina dopo pagina.
Link d'acquisto su amazon: https://www.amazon.it/contessa-delle-tenebre-Laura-Gay-ebook/dp/B00I5NBO5Y
La prossima volta vi posterò l'incipit del romanzo. Stay tuned. ;-)
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lunedì 18 settembre 2017
sabato 9 settembre 2017
CON L'AMORE NON SI SCHERZA
Ciao a tutti,
vi è piaciuto il racconto Brividi ad alta quota? Se vi siete lasciati conquistare da Katie e Luke, ecco a voi il sequel del racconto. Stavolta l'ambientazione è natalizia, ma vi regalerà emozioni e risate a volontà.
Buona lettura!
vi è piaciuto il racconto Brividi ad alta quota? Se vi siete lasciati conquistare da Katie e Luke, ecco a voi il sequel del racconto. Stavolta l'ambientazione è natalizia, ma vi regalerà emozioni e risate a volontà.
Buona lettura!
Katie strofinò il naso contro il collo del suo uomo, dopo
una performance di sesso da urlo. Il profumo di lui, un aroma intenso di sudore
e acqua di colonia, le invase le narici.
Divino.
Lui le accarezzò piano la
schiena, scendendo ad afferrarle i glutei. – Signorina Wilson, stavolta ha dato
il meglio di sé. Se lo lasci dire.
Lei sorrise divertita. Le piaceva
quando la chiamava signorina Wilson.
Era una delle sue ricorrenti fantasie erotiche quella di fare sesso con uno
sconosciuto. Qualcuno che non sapesse nulla di lei.
Oddio, a dire il vero tra lei e
Luke era nato tutto così. La prima volta che erano finiti a letto non conosceva
neppure il suo nome. Anzi, lo credeva addirittura qualcun altro. Per un attimo
le parve di rivivere quell’incredibile weekend a Parigi.
– Ascolta… – Luke si sollevò su
un gomito, gli splendidi occhi azzurri puntati su di lei. – C’è una cosa che
devo dirti.
Ahi.
Di solito, quando un uomo
esordisce in quel modo, è per darti una brutta notizia: confessare un tradimento,
o peggio per dirti che ti vuole lasciare.
Katie trattenne il respiro. –
Quale cosa?
– Mia madre verrà a Chicago per
Natale.
– E allora?
La madre di Luke viveva in Canada
e vedeva il proprio figlio solo durante le festività. Quindi, nulla di strano
che volesse raggiungerlo a Chicago, ora che lui si era trasferito da quelle
parti.
Luke si passò una mano tra i
capelli spettinati. – Le ho detto che vi avrei fatte conoscere.
Katie si sollevò di scatto, il
cuore che sembrava schizzarle fuori dal petto. – Che cosa? Io non sono pronta a conoscere tua madre. Ricordi cosa
avevamo deciso? Di andare per gradi. Goderci il nostro rapporto senza impegni,
senza doverlo gridare al mondo intero.
Luke sollevò un sopracciglio. –
Katie, ci frequentiamo già da cinque mesi ormai. Mi sembra di averti concesso
tutto il tempo necessario per abituarti all’idea. E mia madre non è esattamente
il mondo intero.
– È la stessa cosa! – Katie era
turbata. Anzi, no. Terrorizzata. Quest’ultima parola rendeva meglio l’idea.
Strinse gli occhi, puntandogli un dito contro. – Sai bene che non voglio che si
sappia in giro che io e te andiamo a letto assieme.
– Potrei trovarlo offensivo –
Luke fece scattare in alto anche l’altro sopracciglio, segno che era indispettito.
Molto indispettito. – E per inciso, io e te non andiamo a letto insieme. Siamo
una coppia. È differente.
Katie non riusciva a capire quale
fosse la differenza. O forse non voleva accettare l’idea di essersi legata
sentimentalmente al plurimiliardario più noto del Paese. La notizia di una
storia tra loro sarebbe stata sbattuta in prima pagina, e nonostante lei fosse
una giornalista, odiava l’idea di apparire sui rotocalchi. Specie per una cosa
così intima e personale.
– A ogni modo, se si sapesse di
noi due, al giornale tutti penserebbero che, se sono riuscita a ottenere
un’intervista esclusiva da te, è solo merito del fatto che mi sono infilata nel
tuo letto. Sarebbe estremamente umiliante.
Luke roteò gli occhi. Pareva
frustrato, ma non in collera. – Prima o poi dovremo dare la notizia. Non ce la
faccio più ad andare avanti così. Costretto a nascondermi ogni volta che ci
vediamo.
– Hai sempre detto che lo trovavi
eccitante.
– Le prime due settimane, forse.
Ora non più. Ora voglio ufficializzare il nostro rapporto.
– È un ultimatum?
– Chiamiamolo così – Luke
incrociò le braccia sul petto muscoloso, appoggiandosi ai cuscini. – A Natale
tu pranzerai con me e mia madre. Altrimenti, considera conclusa la nostra
storia. Mi sono spiegato?
Katie sbuffò.
Eccome se si era spiegato.
Cercò di mostrarsi indifferente,
ma il mondo le stava crollando addosso. Non era pronta a rinunciare a Luke
Anderson. Non ancora.
***
Non avrebbe voluto metterla di fronte a una simile decisione.
Luke sapeva che non sarebbe riuscito a rinunciare a lei in ogni caso. Tuttavia,
non aveva avuto scelta. Era stufo di tutti quei sotterfugi: intrufolarsi a casa
sua di soppiatto a notte fonda, per poi andarsene all’alba. Nessuna cenetta
romantica nei ristoranti della città. Nessuna serata al cinema. E che dire
delle passeggiate al chiar di luna? Impensabili.
Non ne poteva davvero più. Aveva
un orgoglio da difendere.
Senza contare il fatto che lui
desiderava sul serio ufficializzare il loro rapporto. Le aveva persino comprato
un anello con un diamante grosso come una noce, e contava di darglielo proprio
il giorno di Natale. Dopo di che avrebbero fatto l’amore. Intensamente. Con una
rinnovata passione.
Aveva pianificato tutto.
E non aveva intenzione di
rinunziarvi, solo perché la donna che amava se la faceva sotto dalla paura.
Si mise a sedere sul letto mentre
Katie si rivestiva in fretta, sulle labbra un broncio infantile. Avrebbe voluto
mangiarsela di baci, ma si trattenne. Invece rimase a fissarla beandosi del suo
corpo perfetto, fasciato in un abito talmente aderente da non lasciare nulla
all’immaginazione.
– Hai intenzione di andare al
lavoro vestita così? – borbottò con un pizzico di gelosia. – Non sei un po’
troppo sexy?
Lei gli rivolse uno sguardo
torvo. Era ancora arrabbiata. – Sai com’è… se mi devo trovare un nuovo amante,
è bene che mi dia da fare. Manca appena una settimana a Natale.
Piccola vipera.
Quest’ultima frecciata poteva
risparmiarsela.
Luke fece un grugnito e si alzò a
sua volta, raggiungendola e abbracciandola da dietro. – Ma fino ad allora sei
mia – Le sollevò l’orlo dell’abito, scoprendo le cosce rivestite da un paio di
autoreggenti nere. Infilò un dito sotto il pizzo delle calze, massaggiandole la
tenera carne con lenti cerchi. – Soltanto mia.
Katie si lasciò sfuggire un
sospiro. – Farò tardi al lavoro.
Lui la baciò proprio sotto la
nuca, scendendo lungo il collo vellutato. – Cercherò di concludere in fretta.
Il dito risalì fino all’elastico
delle mutandine, insinuandosi all’interno.
Cristo, era già bagnata.
– Sì, credo che non mi ci vorrà
molto.
I sospiri di Katie si
trasformarono in gemiti veri e propri, mentre le strofinava il dito sul
clitoride gonfio e desideroso delle sue attenzioni.
Un lento sorriso gli incuneò le
labbra.
Forse non era detta l’ultima
parola.
***
Era in ritardo. Tremendamente in
ritardo.
Katie spalancò la porta della
redazione col respiro affannato, nella mente il ricordo dell’ultimo amplesso
con Luke. Arrossì avviandosi verso la propria scrivania, i tacchi degli stivali
che risuonavano sul pavimento.
– Ehi, Katie – La voce di Sylvia,
una delle sue colleghe, la fece voltare di scatto. – Il capo vuole vederti nel
suo ufficio. Immediatamente.
Lei deglutì, arrestandosi di
colpo.
Ecco, lo sapeva.
Adesso avrebbe ricevuto una bella
lavata di capo. E tutto per colpa di Luke.
Con la coda tra le gambe mutò
direzione e si ritrovò davanti a una porta a vetri. Bussò, trattenendo il
respiro finché una voce tuonò: – Avanti!
Timidamente infilò la testa
all’interno. – Sono io, Katie. Desiderava vedermi?
– Ah, Wilson. Era l’ora che si
facesse vedere. Entri.
Mordicchiandosi il labbro, Katie
si fece avanti richiudendo la porta alle spalle. Le tremavano le ginocchia, ma
non voleva far capire che era in ansia. Quindi, si piazzò davanti alla
scrivania del grande capo, in attesa.
Lui si appoggiò allo schienale
della poltrona, studiandola in silenzio. Solo dopo un esame approfondito – Dio
mio, come minimo doveva avere i capelli in disordine e le labbra ancora gonfie
dei baci di Luke – si decise a parlare.
– L’ho convocata per assegnarle
un compito che solo lei può portare a termine.
Lei sbatté le palpebre più volte.
La stava prendendo per i fondelli? Era vero che, dopo la famosa intervista
esclusiva ad Anderson, la sua posizione all’interno del Chicago Sun-Times era decisamente migliorata. Ma non fino a questi
punti.
Aggrottò la fronte. – Quale
compito, signore?
Lui si grattò la testa pelata. –
È trapelata la notizia che Anderson trascorrerà il Natale in compagnia della madre
e della fidanzata.
Fidanzata?
Da quando era diventata la
fidanzata?
Katie sentì il proprio cuore
rimbalzarle nel petto mentre si imponeva di restare calma. Non poteva
permettersi il lusso di giocare a carte scoperte. – Non sapevo che fosse
fidanzato.
Il grande capo si appoggiò coi
gomiti alla scrivania, le mani unite a piramide. – Non lo sapeva nessuno,
Wilson. È stato molto bravo a celarne l’identità fino a adesso. Ma lei
scoprirà di chi si tratta. Voglio sapere tutto di questa donna: nome, età,
professione… persino che taglia di reggiseno porta. Siamo intesi?
Katie si sentì svenire all’idea
che la sua taglia di reggiseno venisse sbandierata su tutti i giornali.
Era decisamente troppo.
Arrossì. – Ehm… e cosa le fa
pensare che io riesca nell’intento? Non vedo Anderson da mesi. Dopo quella
famosa intervista non ho più avuto contatti con lui.
Bugiarda.
Eccome che li aveva avuti e anche
piuttosto intimi. L’ultimo quella stessa mattina, a essere precisi. Ma il capo
non poteva saperlo, giusto? Lo vide scuotere la testa con rassegnazione e
s’irrigidì.
– Senta, Wilson… mettiamola così…
o mi porta le informazioni che le ho chiesto e mi scrive un articolo coi
fiocchi, in esclusiva, oppure si consideri licenziata.
Fece per deglutire, ma aveva un
groppo in gola e la saliva quasi le andò di traverso. – Licenziata, ha detto?
– Sì, ha capito bene.
Li-cen-zia-ta.
Oh, merda.
Era proprio il caso di dirlo.
***
Luke osservò Katie che si
avvicinava con passo spedito, un orrendo paio di occhiali da sole a celarle lo
sguardo e un cappello a larghe falde sulla testa.
Come diavolo si era conciata?
La risata gli morì in gola nel
momento in cui l’ebbe abbastanza vicina da accorgersi che era nervosa. Anzi,
no… incazzata nera.
– Che è successo? – le chiese un
po’ preoccupato. – Questa è la prima volta che accetti un appuntamento alla
luce del sole, in mezzo alla gente.
Lei si guardò intorno, quasi
volesse sincerarsi di non aver attirato l’attenzione degli altri clienti del
locale. Un po’ difficile, visto il modo in cui si era vestita. Poi gli puntò
contro un dito accusatore.
– Come hai potuto farlo?
– Fare che cosa?
Luke era perplesso.
Non le staccò gli occhi di dosso
mentre prendeva posto al tavolo che aveva riservato per loro due, calcandosi
quell’orribile cappello sulla testa. Katie parve ritrovare la calma e gli
indirizzò un gelido sorriso.
– Avanti, a chi lo hai detto?
– Tesoro, ti giuro che non riesco
a capirti.
– Di noi due. A chi lo hai detto?
Luke cominciava a comprendere
quale fosse il problema. Tossicchiò. – A nessuno, te lo giuro. Ti avevo
promesso che non l’avrei fatto e mantengo sempre le mie promesse. Nemmeno a mia
madre ho fatto il tuo nome… per ora.
Lei si tolse gli occhiali e i
suoi incredibili occhi da cerbiatta si strinsero fino a scomparire. – Al
giornale è trapelata la notizia che trascorrerai il Natale con la tua
fidanzata. Fidanzata, hai capito
bene. Com’è possibile, se come dici hai tenuto la bocca chiusa?
Luke cominciò a innervosirsi, suo
malgrado. Rifletté sugli ultimi avvenimenti e si schiarì la voce. – Be’, ho
prenotato un tavolo nel migliore ristorante di Chicago. Un tavolo per tre.
Forse mi è sfuggito il fatto che avrei pranzato con mia madre e un’altra donna.
Ma non ho mai detto…
Katie grugnì qualcosa di
incomprensibile e si infilò nuovamente gli occhiali. – E da questo avrebbero
dedotto che l’altra donna è la tua
fidanzata? Non un’amica o una lontana parente. La fidanzata.
Luke si deterse la fronte sudata
col fazzoletto. Non faceva particolarmente caldo in quel locale, soprattutto
considerato che la temperatura esterna era scesa a tre gradi sotto lo zero e si
prevedeva una bella nevicata. Ciononostante lui si sentì avvampare. In realtà,
c’era un motivo per cui doveva essere trapelata la notizia del fidanzamento.
C’era la questione dell’anello. Aveva comprato quel dannatissimo anello, solo
che a lei non poteva dirlo. Avrebbe rovinato la sorpresa.
Si protese in avanti ostentando
uno dei suoi sorrisi migliori. Quelli che di solito mettevano in ginocchio le
signore. – Non ne ho idea, piccola. Ma tu sai come sono i giornalisti. Da una
cosa piccola così, ne fanno una montagna. Avranno lavorato un po’ di fantasia.
Katie iniziò a tamburellare sul
tavolo con un grazioso ditino. La conosceva e sapeva che stava riflettendo
sulle sue parole.
– E sia – la sentì rispondere
dopo un po’. – Accetterò di pranzare con te a Natale.
Luke si illuminò all’istante. Il
cuore perse un battito mentre prendeva la mano di Katie tra le sue,
accarezzandole piano l’interno del polso. – Fantastico, piccola. Non te ne
pentirai, lo giuro.
Lei tolse la mano e lo studiò con
diffidenza. – Lo spero bene. Comunque non ho finito… desidero un po’ di
collaborazione da parte tua.
– Collaborazione? – La voce gli
uscì un po’ stridula. – In che senso?
Katie strinse gli occhi e
avvicinò il viso al suo. – Nessuno deve sapere che io sono la tua fidanzata. Se
un giorno dovremo mai dare una simile notizia, voglio essere io a informare
amici e parenti. Nonché i colleghi. Non desidero finire sulle prime pagine
delle riviste di gossip. Intesi?
Luke assentì. Non poteva darle
torto. – Ma certo, tesoro. Terrò la bocca cucita, te lo giuro.
Lei parve rilassarsi. Tornò a
sorridere e gli scoccò un bacio su una guancia. – Bene. Ci tenevo a chiarire
questo punto. Ora che ne dici di ordinare? Ho una fame da lupi!
Luke fece segno al cameriere di
avvicinarsi. Si sentiva molto più tranquillo anche lui.
Sarebbe andato tutto bene.
O almeno lo sperava.
***
Il giorno di Natale
Katie si rimirò allo specchio e
fece una smorfia. Per l’occasione aveva indossato una parrucca bionda che le
dava l’aspetto di una donna sexy e sofisticata. Poi si era infilata un abito
d’alta moda, di quelli che indossano i vip alle serate di gala. Okay, aveva
dato fondo a tutti i suoi risparmi per acquistarlo, ma così era certa che
nessuno avrebbe visto in lei la giornalista squattrinata del Chicago Sun-Times, bensì una dama
dell’alta società.
Chiuse gli occhi.
Respira, Katie. Respira.
Si passò un filo di trucco sulle
guance pallide e applicò delle lenti a contatto azzurre per cambiare il colore
degli occhi. Poi si passò una generosa dose di rossetto sulle labbra. L’effetto
non era male: persino sua madre avrebbe stentato a riconoscerla.
Ottimo.
Dopo aver calzato un paio di
scarpe tacco dodici – e tutti sapevano che lei odiava i tacchi alti – s’infilò
un cappotto col collo di pelliccia e afferrò una borsetta firmata, in cui aveva
riposto i propri effetti personali.
Era pronta.
Il cuore le batteva a mille, ma
ce l’avrebbe fatta.
Inspirò nel tentativo di darsi
coraggio e scese giù in strada, dove un taxi l’aspettava. Era stata indecisa se
noleggiare una limousine per l’occasione, ma poi aveva pensato che fosse
un’esagerazione. A ogni modo, le sue finanze non glielo avrebbero permesso.
Durante il tragitto in auto fece
un paio di telefonate e si incipriò di nuovo il naso. Infine, rivolse lo
sguardo fuori dal finestrino, rimirando la città coperta di neve e le persone
sorridenti lungo i marciapiedi, con sacchi pieni di regali e dolci natalizi.
Quello era il primo Natale che
Katie trascorreva lontana dalla famiglia, ma sarebbe stato complicato invitare
a quel benedetto pranzo anche i suoi genitori e la sorella minore. Era già
difficile gestire la cosa così.
Tornò a ripetersi per la
centesima volta che avrebbe sistemato tutto e, una volta calmate le acque, si
sarebbe decisa a presentare Luke ai suoi. Lo avrebbero adorato, ne era certa.
Il taxi si fermò di fronte al
ristorante. Era uno dei migliori della città, cosa che non avrebbe dovuto
stupirla affatto: Luke Anderson sceglieva sempre il meglio. Ancora non si
capacitava del fatto che avesse deciso di legarsi a lei. Dopotutto, Katie era
una donna ordinaria: poco appariscente e un po’ imbranata. Era una frana nei
rapporti sociali. Di certo non aveva nulla da spartire con le dame brillanti
dell’alta società.
Si accorse che le ginocchia le
tremavano un poco nel momento in cui fece per scendere dal taxi. Una sferzata
di vento le colpì il viso, scompigliandole la parrucca, e per poco non
inciampò, rischiando di finire a culo all’aria in mezzo alla neve.
Tutta colpa di quei maledetti trampoli
che aveva ai piedi!
Sbuffò contrariata, sistemando la
capigliatura meglio che poteva e calcandosi un cappello a larghe falde sulla
testa. Imprecando sottovoce si diresse a passo spedito verso l’ingresso, dove
un cameriere in livrea le aprì la porta facendola accomodare all’interno. Un
piacevole tepore l’avvolse e un altro cameriere le si avvicinò con un sorriso a
trentadue denti, pronto a prendere in consegna il suo cappotto.
Katie esitò. Doveva fidarsi?
Cavolo, quel capo le era costato un occhio della testa!
Alla fine si decise. Abbozzando
un sorriso tirato gli consegnò il proprio indumento e si fece scortare fino al
tavolo.
Il respiro le si mozzò in gola
non appena vide Luke sollevare lo sguardo su di lei e aggrottare la fronte.
Forse avrebbe dovuto avvisarlo del fatto che avrebbe modificato leggermente il
proprio look ordinario. O forse no?
***
Non appena posò gli occhi su
quell’algida bellezza bionda, un brivido gli scese lungo la schiena. Era
bellissima, fasciata in un abito d’alta moda che esaltava le sue forme sinuose,
una profonda scollatura a mettere in evidenza il seno perfetto. Continuò a
fissarla, incuriosito dal fatto che si stava dirigendo proprio verso il suo
tavolo.
Era certo di non averla mai vista
prima, sebbene avesse un’aria familiare.
Un vero enigma.
Fu quando parlò che la riconobbe
e quasi non gli cascò la mascella.
– Vogliate scusare il mio ritardo
– disse con una voce morbida e vellutata che era inconfondibilmente quella di
Katie. – C’è un traffico tremendo a Chicago il giorno di Natale. Hanno tutti la
pessima abitudine di andare a festeggiare.
Un sorriso smagliante si profilò
su quelle labbra a cuore, sottolineate dal rossetto.
Luke si rese conto di essere
rimasto a fissarla a bocca aperta per una manciata di secondi e si riscosse. Si
alzò di scatto dalla sedia e le baciò la guancia, prima di presentarla alla
madre: – Mamma, questa è…
– Sandra Smith – lo interruppe
lei, lanciandogli un’occhiata ammonitrice. – Piacere di conoscerla.
Luke era sempre più confuso.
Osservò le due donne più importanti della sua vita stringersi la mano mentre
una sensazione di panico lo assaliva. Si protese verso Katie nell’atto di
scostarle la sedia e le alitò sul collo: – Come diavolo ti sei conciata? Quasi
non ti riconoscevo!
Lei fece una smorfia soddisfatta,
quasi ne fosse compiaciuta. – Ottimo. Era proprio quello che desideravo.
Quindi, il mio travestimento ha funzionato?
Travestimento?
Luke ebbe un cattivo presagio.
– Stai fingendo di essere
un’altra perché non vuoi farti vedere insieme a me? – le sussurrò all’orecchio.
Era indignato. E anche un po’ incredulo.
Katie lo trafisse con un paio di
occhi azzurri che non erano i suoi. – Non è che non voglia farmi vedere con te.
Non desidero che si sappia chi sono. E se non sbaglio avevo chiesto la tua collaborazione,
no?
Luke strinse i denti. Ignorò gli
sguardi curiosi di sua madre e tornò ad accostarsi al suo orecchio, una collera
strisciante che gli invadeva le viscere. – Sì, ma non avevi accennato al fatto
che ti saresti presentata con una parrucca bionda e delle lenti a contatto
azzurre. Io pensavo solo che volessi evitare i giornalisti, non che ti
vergognassi di me.
La vide mordersi il labbro, quasi
fosse nervosa.
Be’, era giusto che lo fosse.
Cazzo, gli stava rovinando il pranzo di Natale!
– Io non mi vergogno di te – rispose, il tono di voce lievemente
stridulo. – Mi vergogno di me. Perché
non possiamo fingere che io sia un’altra? Un’affascinante dama dell’alta
società, per esempio?
Stavolta Luke imprecò ad alta
voce prima di tornare a sussurrare: – Perché io volevo trascorrere il Natale
con Katie Wilson, non con questa Sandra Smith che nemmeno conosco. È chiedere
troppo?
Un cameriere si avvicinò al
tavolo e lui dovette scostarsi da Katie fingendo una tranquillità che non
provava. L’ultima cosa che voleva era dare scandalo il giorno di Natale,
davanti a sua madre.
Cominciarono ad arrivare le prime
portate e Katie o Sandra, o come diavolo doveva chiamarla, si mise a parlare a
raffica. Del suo lavoro, della sua famiglia, delle sue amicizie… già, peccato che
fosse tutto inventato! Da quelle labbra adorabili non uscì una sola parola che
non fosse stata studiata a tavolino.
A Luke venne la nausea.
Tamburellò con le dita sul
tavolo, sempre più nervoso.
Arrivati al Christmas pudding, Katie si alzò porgendo il proprio smartphone al
cameriere. – Ehi, ci può scattare una foto ricordo?
Luke aggrottò la fronte. Katie
odiava le foto. Dove diavolo era finita la sua ragazza? Era stata rapita dagli
alieni e sostituita con quella bionda provocante? Non che gli dispiacesse
vederla indossare abiti di classe con profonde scollature, intendiamoci. Quello
che non sopportava era tutta quella messa in scena. Lasciò che il cameriere lo
immortalasse con un broncio che non finiva più e alla fine si alzò da tavola a
sua volta.
– Katie, devo parlarti.
Lei sbatté le lunghe ciglia a suo
beneficio. – Sandra. Mi chiamo Sandra, tesoro. Non confonderti.
Era veramente troppo.
– Senti, non mi importa come vuoi
farti chiamare. Muovi quel culo e seguimi.
Si diresse verso la Toilette con un diavolo per capello,
controllando con la coda dell’occhio che lei lo stesse effettivamente seguendo.
Se non fosse stato così in collera, si sarebbe messo a ridere per il modo buffo
in cui si muoveva su quei trampoli che aveva ai piedi.
Quando lo raggiunse era trafelata
e bellissima. In un altro momento e un’altra situazione Luke l’avrebbe stretta
a sé per baciarla fino a toglierle il respiro. Invece, strinse gli occhi
puntandole un dito contro. – Stavolta hai veramente esagerato, Katie.
Lei sbuffò. Sembrava non rendersi
conto che la sua sceneggiata era davvero fuori luogo. – Esagerato? Mi sono solo
trasformata in una donna sensuale e raffinata. Se solo prendessi questa storia
con un filo di umorismo, potremmo riderci su.
Luke non aveva voglia di riderci
su. Proprio per niente. – Cazzo, Katie. Proprio non vuoi capire? Seduta a quel
tavolo c’è mia madre e tu le hai propinato un sacco di balle. Volevo farle
conoscere la donna della mia vita e invece tu hai imbastito questo teatrino assurdo.
Ora come faccio a spiegarle che niente di quello che hai raccontato corrisponde
al vero?
Lei sgranò quegli occhioni
azzurri fasulli. – Sul serio mi consideri la donna della tua vita? Non me lo
avevi mai detto.
Per un attimo Luke pensò a quelle
che erano state le sue intenzioni: farle la dichiarazione, mettersi in
ginocchio e darle l’anello. Ma adesso non ne era più così sicuro. Scosse la
testa. – Hai rovinato tutto, Katie. Volevo ufficializzare il nostro rapporto,
chiederti di sposarmi… ma come faccio a fidarmi di una donna talmente
imprevedibile? Saresti capace di presentarti all’altare travestita da Wonder
Woman e comunicarmi la tua intenzione di lasciarmi per Superman!
Lei aprì la bocca e la richiuse
di scatto. Inspirò. – A-avevi intenzione di chiedermi di sposarti?
– Quelle erano le mie intenzioni,
sì.
– E hai cambiato idea?
Luke deglutì. Non avrebbe voluto
arrivare a quei punti, ma Katie aveva davvero superato il limite. – Mi
dispiace, ma non me la sento più di continuare. Non alle tue condizioni.
– Io non ti lascerei mai per
Superman!
Un tempo una frase del genere lo
avrebbe divertito. Si sarebbe fatto una risata e poi l’avrebbe stretta a sé per
baciarla fino a mozzarle il fiato. Ma aveva perso la capacità di ridere.
Scrollò le spalle. – Dirò a mia
madre che sei dovuta andare via per un impegno improvviso. Addio, Katie.
Poi si voltò, allontanandosi in
fretta da lei. Non si girò a guardarla. Temeva che, se lo avesse fatto, avrebbe
provato quel familiare nodo allo stomaco che solo Katie riusciva a suscitare in
lui. E voleva evitarlo. A tutti i costi.
***
Seduta davanti al camino, Katie
non riusciva a smettere di piangere. Aveva gettato alle ortiche la storia più
importante della sua vita e solo ora se ne rendeva conto. Cielo, lui aveva intenzione di sposarla! La
amava. Fin dall’inizio aveva voluto fare sul serio con lei e Katie lo aveva
ricambiato nel modo peggiore: nascondendosi dietro alle proprie paure e
mentendo.
Si vergognava da morire.
Tirò su col naso e buttò giù un
altro pezzo di Mince Pies,
annaffiandolo con un sorso di brandy.
Aveva ancora quello stupido
articolo da scrivere. Come se la sarebbe cavata, adesso? Non poteva continuare
a mentire.
Si asciugò le lacrime col dorso
della mano e cercò di riordinare le idee. Okay, avrebbe perso il lavoro. Non
era forse peggio perdere l’amore della sua vita? Ormai aveva toccato il fondo,
quindi perché non farlo con stile?
Afferrò il proprio pc portatile,
posato sul tavolino, e lo avviò. Aprì un nuovo documento mentre la sua mente
era in pieno fermento.
Adesso sapeva cosa doveva fare.
Aveva mentito per mesi. Era
giunto il momento di dire la verità.
Mentre digitava frenetica sulla
tastiera sentì il proprio cuore farsi leggero.
***
Luke si lasciò cadere sul divano
e fissò l’albero di Natale che addobbava il suo salotto. I regali accatastati
sotto erano ancora intatti, perfetti nella loro carta colorata. Non se l’era
sentita di aprirli. Non se l’era sentita di festeggiare.
In fondo, per cosa avrebbe dovuto
far festa? Per la fine della sua storia con Katie?
Ancora non riusciva a credere di
averlo fatto davvero.
Aveva lasciato la donna che
amava. L’unica in grado di farlo ridere a crepapelle, l’unica che riusciva ad
accendere in lui una passione sfrenata e duratura. Di tanto in tanto fissava il
telefono chiedendosi se non fosse il caso di richiamarla, di farsi spiegare le
ragioni del suo assurdo comportamento durante il pranzo di Natale; ma poi il
suo stupido orgoglio aveva la meglio su di lui e lo faceva sprofondare di nuovo
nella malinconia.
Sospirò.
Come se non bastasse sua madre lo
aveva riempito di domande. A lei Katie, o per meglio dire Sandra, era piaciuta
da morire. Sosteneva che fosse una delle poche persone in grado di metterlo in
riga, lui che era sempre abituato a dare ordini e ad avere intorno esseri
striscianti, interessati solo al suo denaro.
Era vero, naturalmente.
Una delle prime cose che lo
avevano colpito di lei era stata proprio la sua capacità di vedere in lui
l’uomo, piuttosto che il miliardario. Oddio, Katie manco sapeva che fosse un
miliardario quando si erano conosciuti. Lo aveva scambiato per un giornalista.
Al ricordo, inevitabilmente gli sfuggì un sorrisino.
Pensieroso, afferrò una copia del
Chicago Sun-Times e se lo rigirò tra
le mani. Una foto in prima pagina attrasse la sua attenzione. Sgranò gli occhi
incredulo. Si trattava della stessa foto che il cameriere del ristorante aveva
scattato loro durante il pranzo di Natale. Sopra di essa il titolo
dell’articolo a lettere cubitali: LA VERA STORIA DELLA FIDANZATA DI LUKE ANDERSON di Katie Wilson.
Luke deglutì stropicciandosi gli
occhi e tornando a fissare il quotidiano, quasi convinto che fosse tutta opera
della sua fantasia: Katie aveva sbattuto la loro storia sui giornali.
Il primo istinto fu quello
omicida. Avrebbe volentieri afferrato la sua ex fidanzata – sempre che fosse
corretto definirla così – per strozzarla. Ma poi vinse la curiosità e cominciò
a leggere.
Salve, sono Katie Wilson e sono una bugiarda cronica.
Per mesi ho nascosto a tutti la mia relazione con Luke Anderson:
parenti, amici, colleghi… non l’ho detto neppure al mio vicino di casa, quello
che mi presta sempre lo zucchero quando mi dimentico di comprarlo. Davvero
imperdonabile da parte mia.
Il motivo?
Avevo paura.
Paura di non saper gestire le cose in maniera adeguata. Paura che al
giornale tutti pensassero che l’intervista che avevo fatto al famoso
multimiliardario l’avessi ottenuta entrando nel suo letto, cosa non del tutto
falsa in verità.
Insomma, diciamocelo: Luke Anderson accettò di rispondere alle mie
domande per fare colpo su di me. Ora posso dirlo. Non sono quella gran reporter
che tutti credono.
E io, con la mia stupidità, ho rovinato tutto.
Sì. Ho costretto l’uomo migliore che abbia mai conosciuto in vita mia a
una relazione fatta di sotterfugi: incontri clandestini, bugie, travestimenti.
Ma il limite l’ho passato il giorno di Natale.
Lui era stato così adorabile da invitarmi a pranzo con sua madre.
Voleva farmela conoscere e poi chiedermi di sposarlo. Lui voleva sposare me. La
giornalista imbranata e bugiarda.
Invece io mi sono presentata mascherata da dama dell’alta società.
Perché?
Be’, un po’ mi vergognavo. Non capita tutti i giorni di conoscere la
madre di Luke Anderson, vi pare? Che cosa avrebbe pensato una signora così
sofisticata e alla moda di una donna comune e un po’ imbranata come me?
Ma il vero motivo è un altro.
Il mio capo voleva che scrivessi un articolo sulla fidanzata di
Anderson, pena il licenziamento. Come avrei potuto, dal momento che ero io
l’ipotetica fidanzata? Mica potevo sbandierare ai quattro venti notizie
personali su me e Luke. Cavolo, sono cose private!
Così mi è venuta la grande idea di inventarmi una fidanzata ideale.
L’avrei chiamata Sandra Smith. Un nome carino, non credete? Elegante,
sofisticato… come la donna che non ero, ma avrei tanto voluto essere.
Purtroppo, così facendo ho compromesso il mio lavoro e il rapporto con
Luke.
Ho mentito a tutti, ma soprattutto a me stessa.
Sì, perché io amo Luke Anderson. Con tutto il mio cuore.
Ma non sono stata capace di dirglielo.
E allora sapete che vi dico? Al diavolo il mio posto al Chicago
Sun-Times!
Forse ho rovinato le cose con l’uomo che amo, ma voglio andarmene a
testa alta. Per una volta nella vita voglio essere me stessa… fino in fondo.
Perché con l’amore non si scherza.
Luke sbatté le palpebre. Era
incredulo.
Katie, la sua Katie, lo amava. E lo aveva confessato davanti al mondo intero
senza preoccuparsi delle conseguenze o di apparire ridicola.
Il suo cuore cominciò a correre
come un treno.
Dio, che aveva fatto?
Aveva lasciato andare la propria
donna a causa del suo stupido orgoglio.
Era proprio un coglione.
***
Katie aprì la porta vestita con
una vecchia tuta, i capelli arruffati e gli occhi rossi.
Non era mai stata più bella.
Luke la fissò serio, appoggiato
allo stipite, gli occhi che non riuscivano a staccarsi da lei un solo istante.
– Possiamo parlare? – chiese, la voce un po’ roca.
– Oh – fu la sua risposta
concisa. Continuava a guardarlo come se fosse un’apparizione mistica. Forse il
periodo natalizio aveva su di lei degli influssi strani. – D’accordo, entra.
Lui non se lo fece ripetere. Si
precipitò all’interno del piccolo appartamento, godendosi il tepore del grande
camino. Adorava quel posto. Gli ricordava la casa in cui era nato e cresciuto,
prima di diventare un uomo pieno di soldi, ma terribilmente solo.
Si schiarì la voce. – Ho letto il
tuo articolo sul Chicago Sun-Times.
– E sei venuto fin qui per
strozzarmi?
– Forse è quello che dovrei fare…
– Luke le si avvicinò e aspirò il suo profumo. Un’altra cosa che adorava. – Ma
in realtà tutto quello che voglio è stringerti e baciarti fino a domani.
Katie sgranò i suoi begli
occhioni, tornati del giusto colore: un caldo color cioccolato. – Cosa hai
detto? Non sei in collera con me? Per averti mentito? Avrei dovuto parlarti
dell’articolo…
– Sì, avresti dovuto. Ma penso
che tu abbia fatto la giusta penitenza umiliandoti davanti al mondo intero.
Lei si morse piano il labbro. –
Esagerato. Non sono così tanti i lettori di quel giornale.
Suo malgrado, Luke sorrise. –
Be’, vorrà dire che pretenderò le tue scuse durante una conferenza stampa.
– Una conferenza stampa?
– Dovrò presentare a tutti la mia
fidanzata, giusto?
Katie si mise sulla difensiva.
Incrociò le braccia sul petto, gli occhi stretti a due fessure. – Io non sono
più la tua fidanzata. Anzi, non lo sono mai stata.
– Un’altra cosa a cui dovrò
rimediare.
Luke si mise in ginocchio davanti
a lei e tirò fuori la scatolina presa da Cartier.
– Katie Wilson vuoi sposarmi?
Gli occhi di lei luccicarono.
Stava piangendo. – Luke, se questo è uno scherzo…
– Non è uno scherzo. Rispondi
alla mia domanda, per favore. Non hai idea di quanto sia scomodo stare in
questa posizione.
Con sua enorme sorpresa Katie si
inginocchiò a sua volta. Adesso appariva emozionata… forse anche un po’
commossa. – Ma certo che voglio sposarti. Ti amo. L’ho confessato davanti al
mondo intero, no?
– Già. Ma mi piacerebbe che lo
ripetessi solo a me. Qui. Adesso.
Sì, non si era sbagliato. Erano
proprio lacrime quelle che le rigavano le guance. Ma dovevano essere lacrime di
felicità, perché allo stesso tempo la vide sorridere: un sorriso aperto,
sincero, che gli riscaldò il cuore.
– Ti amo, Luke Anderson.
– Bene. Perché anch’io ti amo,
Katie Wilson. Ti amo da morire.
Lei si asciugò una lacrima col
dorso della mano e si protese verso di lui, senza tuttavia osare toccarlo.
– Posso baciarti, ora? Sai, non
vorrei essere considerato precipitoso… ma è veramente scomodo stare in
ginocchio sul pavimento.
Lei rise. – Tu dici? Io sono
comodissima. Penso che riuscirei a stare qui a guardarti per l’eternità.
Luke l’afferrò per le spalle e
l’attirò a sé cercandole le labbra. Dio, quanto le erano mancate quelle labbra!
Seppellì le dita nei suoi capelli, la lingua che trovava il suo posto
all’interno della bocca di Katie, duellando con quella di lei.
Cazzo, sentiva le farfalle nello
stomaco.
Quando si staccò aveva il fiato
corto. – Non hai nemmeno guardato l’anello.
– Oh.
Katie aprì con dita tremanti la scatolina
di Cartier e sgranò di nuovo gli
occhi.
– Ti piace?
– Se mi piace? Oh, mio Dio. È
magnifico!
Luke le prese la mano e le infilò
l’anello al dito. Non era mai stato così emozionato in vita sua. Per un attimo
restarono in silenzio, così, inginocchiati sul pavimento. Forse, Katie non
aveva tutti i torti: non era così scomodo. Avrebbe potuto restare lì per delle ore,
con lei tra le braccia.
Si schiarì la gola. – A
proposito… il lavoro… l’hai perso?
Katie annuì, ma non sembrava
minimamente preoccupata. – Sì, hanno accettato di pubblicare il mio articolo
perché comunque avrebbe fatto notizia, ma mi hanno licenziata. Mi hanno
accusata di scarsa professionalità. Be’, me lo sono meritato.
Luke le sfiorò una guancia col
dorso della mano. – Mi spiace, piccola.
– Oh, non devi. Ho capito che il
giornalismo non fa per me. Voglio continuare a scrivere, certo, ma per me
stessa. Ho in mente un romanzo. Una commedia brillante, a essere più precisi.
Lui sorrise e l’attirò di nuovo a
sé. – Sono contento per te, allora. Ma adesso baciami.
– Di nuovo?
– Di nuovo. Non ne ho mai
abbastanza di te.
***
– Sicura di volerlo fare?
Luke fissò Katie intensamente.
Erano seduti su due comode poltrone in pelle, nel suo jet privato. Non ci
sarebbe stato nulla di strano, se non per il fatto che la sua fidanzata odiava
volare. Anzi, ne era terrorizzata.
Lei deglutì, ma poi annuì decisa.
– Sicurissima.
– Non è necessario andare a
Parigi per annunciare il nostro fidanzamento alla stampa. Possiamo farlo qui, a
Chicago.
Ma Katie sembrava irremovibile.
Scosse energicamente il capo e i suoi capelli ondeggiarono come una cortina di
seta. – No, ci siamo conosciuti a Parigi e lì daremo l’annuncio. Voglio
dimostrarti che sarò all’altezza.
Luke si intenerì. Sapeva quanto
le costasse quel viaggio in aereo. – Tu sarai sempre all’altezza.
– E poi – continuò Katie
sorridendo maliziosa. – Quando ci siamo messi insieme non mi avevi detto che ti
sarebbe piaciuto provare il sesso ad alta quota?
A Luke si seccò la gola. – Dimmi
che non stai scherzando.
Il sorriso di Katie si allargò. –
Non sto scherzando, Luke Anderson. Affatto.
In fondo, con l’amore non si
scherza.
FINE
venerdì 1 settembre 2017
BRIVIDI AD ALTA QUOTA
Ciao a tutti,
oggi vi ripropongo un racconto che pubblicai sul blog "La mia biblioteca romantica" per la rassegna estiva Summer in love 2015.
Buona lettura!
***
***
oggi vi ripropongo un racconto che pubblicai sul blog "La mia biblioteca romantica" per la rassegna estiva Summer in love 2015.
Buona lettura!
Katie detestava volare. Si lasciò
cadere sulla poltroncina della Business
Class, lo stomaco annodato dalla paura. Cercò di distrarsi osservando i
passeggeri del volo 306 della American
Airlines: uomini d’affari in doppiopetto e donne rigide e impettite, nei
loro tailleur grigio topo. Era tutto inutile: l’ansia le attanagliava le
viscere.
Sospirò, maledicendo se stessa per aver
accettato quell’incarico. A quell’ora avrebbe dovuto trovarsi in vacanza, su
qualche spiaggia della California. Ma no. Il suo redattore capo aveva deciso di
assegnare proprio a lei l’intervista al multimiliardario Luke Anderson che, per
inciso, detestava i giornalisti. Così si era ritrovata su quell’aereo, diretta
a Parigi, dove Anderson aveva deciso di tenere un incontro con la stampa.
Stava imprecando a bassa voce, proprio
quando un uomo alto e atletico prese posto accanto a lei. Era fasciato in un
completo scuro d’alta sartoria, con occhiali da sole e aria da non-mi-rivolgete-la-parola-altrimenti-mordo.
Non che lei avesse intenzione di intavolare con lui una qualsiasi discussione.
Era troppo impegnata a contare mentalmente per distrarsi.
L’aereo decollò e Katie si ritrovò a
chiudere gli occhi, serrando le dita sulle maniglie della poltroncina. Aveva
allacciato correttamente la cintura di sicurezza? Si augurò di averlo fatto e
ricominciò a contare.
Uno,
due, tre…
Arrivata a quattrocentottanta perse il
conto. Oddio, stava andando in iperventilazione!
– Va tutto bene? – chiese una voce roca,
decisamente sexy. Katie aprì gli occhi di scatto per incontrare quelli
dell’uomo seduto accanto a lei, che evidentemente si era tolto gli occhiali da
sole e ora la fissava con un paio di iridi azzurro cielo.
– S-sì… credo – balbettò con un filo di
voce, senza riuscire a distogliere lo sguardo da quegli occhi. Erano
incredibili. Quasi ipnotici. Accorgendosi che lo stava fissando imbambolata da
un paio di minuti, si schiarì la voce. – È solo che ho paura degli aerei –
spiegò, agitando la mano per aria.
L’uomo dagli occhi azzurri fece un
sorrisino accondiscendente. – Io invece detesto i voli di linea. Purtroppo il
mio aereo privato ha avuto un guasto e così ho dovuto prendere d’urgenza questo.
Ho necessità di raggiungere Parigi al più presto.
Aereo privato? Chiaramente la stava
prendendo in giro.
Katie si stampò un sorrisino ironico sul
volto pallido e annuì. – Sì, certo. La capisco.
Ostentando una calma che non provava
affatto, afferrò il cartoncino laminato con le istruzioni per le emergenze:
uscite di sicurezza, giubbotti di salvataggio… non ci aveva mai capito niente
di quella roba, il che accrebbe la sua ansia.
– Forse farebbe meglio a metterlo giù –
fece il tizio con l’odio per i voli di linea, indicando il cartoncino che
teneva in mano. – Chiuda gli occhi e si rilassi.
Rilassarsi?
E chi ci riesce?
Katie si morse il labbro quasi fino a
farlo sanguinare. – E come?
– Pensi a qualcosa di piacevole.
– Non mi viene in mente nulla.
In realtà, tutto ciò a cui riusciva a
pensare era un rumore di sottofondo, dall’aria alquanto sinistra. Cercò di
incamerare ossigeno e rivolse uno sguardo atterrito a Occhioni azzurri. –
Secondo lei, questo rumore è normale?
Lui aggrottò la fronte. – Quale rumore?
– Non lo sente?
– Io non sento nulla.
In quel preciso istante l’aereo ebbe un
sussulto. Katie fu assalita da un’ondata di panico. Cominciò a sudare freddo
mentre afferrava il braccio di Occhioni azzurri, come fosse stata un’ancora di
salvezza.
Oh,
Dio. Oh, Dio. Oh, Dio.
Senza accorgersene cominciò a ripeterlo
come una litania. Poi delle labbra calde e seducenti coprirono le sue e tutto
intorno a lei svanì come d’incanto.
Luke si ritrovò quella donna
impossibile fra le braccia. L’aveva baciata per distrarla, ma era sua
intenzione limitarsi a un bacio superficiale, quasi fraterno. Invece, non
appena avvertì il corpo morbido e arrendevole di lei contro il proprio petto,
perse ogni cognizione del tempo e dello spazio.
Dannazione, sembrava fatto apposta per
modellarsi al suo!
Un brivido caldo gli serpeggiò lungo la schiena.
Per un attimo la guardò dritta negli occhi. Erano grandi e scuri, intrisi di
paura, ma anche di un desiderio malcelato che gli incendiò il sangue nelle vene
all’istante. Percepì il profumo di lei nelle narici: un aroma intenso di
vaniglia e di donna che gli andò dritto al cervello, procurandogli un’erezione
improvvisa. Poi lei lo afferrò per la nuca, attirandolo nuovamente a sé. E
l’incendio divampò improvviso e inarrestabile.
Quella bocca era così fresca, così
morbida, così irresistibile. Luke chiuse gli occhi e si abbandonò alla
sensualità di quel bacio, senza porre la minima resistenza. E perché avrebbe
dovuto? In fondo era un uomo con normali appetiti sessuali e quella donna aveva
tutte le carte in regola per stregare qualsiasi maschio arrapato avesse
incontrato sul suo cammino. E lui era senz’altro arrapato in quel momento.
Certo, avrebbe dovuto riflettere prima di agire in quel modo sconsiderato, ma
in quell’attimo non riuscì a pensare ad altro che a quel corpo premuto contro
il proprio, la morbida curva del seno che gli sfiorava il torace e che riusciva
a percepire attraverso la stoffa della camicia.
Un violento calore gli attraversò le
membra togliendogli il fiato. Infine, lei si scostò liberandosi dal suo
abbraccio, una luce confusa nello sguardo. – Oh, mio Dio.
Non sapendo che altro dire, Luke azzardò
una battuta. – Allora? Sono riuscito a evocarle qualcosa di sufficientemente
piacevole?
La donna arrossì continuando a fissarlo
inebetita. Sembrava aver perso l’uso della parola. – È tutto a posto? Le
chiese, preoccupato.
– Sì, credo di sì – Sbatté le lunghe
ciglia appuntite e inspirò. – Perché diamine l’ha fatto?
Luke scrollò le spalle. – È stato un impulso.
Volevo cercare di distrarla.
– Oh, in quanto a questo ci è riuscito
molto bene – Il tono di voce era lievemente indispettito. – Se per caso ha
pensato che fossi una conquista facile a causa della mia avversione per gli
aerei…
Luke inarcò un sopracciglio e la
interruppe: – Certo che no! Crede che io vada in giro a sedurre donne
spaventate sugli aerei?
– Cos’altro dovrei pensare? Mi è saltato
addosso come una bestia in calore!
– Be’, non mi sembra che lei abbia reagito
in modo assai differente. Alla prima occasione mi ha ficcato la lingua in bocca.
La sconosciuta fece un verso
stridulo, gli occhi talmente sgranati da sembrare due palle da bowling. – Cosa
avrei fatto io?
Osava pure negarlo? Luke si lasciò
sfuggire una risatina sprezzante. – Perché non ammette che le è piaciuto?
– Che cosa? – Arrossì di nuovo, annaspando
come se fosse in cerca d’ossigeno. Oddio, dopo quel bacio non era da escludere.
– Come osa?
Luke alzò gli occhi al cielo. Quella donna
era petulante e ostinata. Ma cazzo, baciava da Dio.
***
Katie avrebbe voluto dare una
bella lezione a quello sbruffone, solo che quel bacio aveva scosso
profondamente la sua abituale compostezza. Da quanto tempo non veniva baciata
in quel modo? Troppo, senza dubbio. Anzi, a essere sinceri nessun uomo l’aveva
mai baciata così, con quell’intensità travolgente ed eccitante.
Si schiarì la voce e distolse lo sguardo,
fissandolo oltre il finestrino. Ci mancava pure che perdesse la testa per un
perfetto sconosciuto. Era davvero così disperata? Di certo lui l’aveva pensato.
Cielo, si era comportata in modo sconsiderato.
Le era bastato posare le labbra sulle sue per avvertire una potente scossa di
desiderio. Era stata colta dall’impulso di affondare le dita nei suoi capelli e
di accarezzare quel volto da dio greco. Avrebbe voluto saggiare la consistenza
della sua pelle, aspirare a pieni polmoni quell’odore di maschio eccitato e far
scorrere la lingua su di lui per sentirne il sapore.
Ok, era matta da legare.
Lo aveva desiderato così tanto, che anche
ora il solo pensiero le procurava un nodo allo stomaco.
– Ha intenzione di non rivolgermi più la
parola? – le chiese a un tratto la voce roca di lui. Pareva contrariato. Katie
gli rivolse quella che sperava fosse un’occhiata incendiaria.
– Esattamente.
– Almeno potrebbe ringraziarmi.
– Ringraziarla? Per quale motivo dovrei
farlo? – Katie si accigliò all’istante.
– Be’, le ho fatto passare l’attacco di
panico.
Diamine, aveva ragione. Non si stava più
preoccupando dei tremolii dell’aereo, né di precipitare da un momento
all’altro. Ogni suo pensiero era rivolto a quell’uomo affascinante ed
enigmatico – e anche un tantino presuntuoso – che l’aveva baciata come Dio
comanda. Non smetteva di chiedersi come sarebbe stato avere con lui un incontro
più intimo. Se faceva sesso come baciava… oddio, il solo pensiero le faceva
tremare le ginocchia!
Sbuffò, irritata più con se stessa che con
lui. Poi afferrò la prima rivista che le capitò sotto mano e finse di
immergersi nella lettura. Ma dopo pochi istanti fu costretta a sollevare lo
sguardo, irritata dalla risatina sarcastica di lui. – Che c’è ora?
Occhioni azzurri continuò a ridacchiare. –
Sta tenendo la rivista al contrario.
Un’ondata di calore l’avvolse. Avrebbe
voluto sprofondare. Chissà come, riuscì a mantenersi seria e distaccata. – Che
fa? Mi spia?
Altra risata.
Che male aveva fatto per meritarsi un
compagno di viaggio simile? Cercò di darsi una risposta, ma non vi riuscì.
Si ignorarono per il resto del viaggio, e
atterrati all’aeroporto Charles De Gaulle si persero di vista. Katie fu
impegnata nella ricerca di un taxi che la portasse dritta in albergo e
dimenticò del tutto lo sconosciuto dagli occhi azzurri. Be’, non proprio del
tutto. Sentiva ancora il gusto della sua bocca sulla lingua, ma non l’avrebbe
ammesso neppure sotto tortura. Una donna deve essere superiore a certe cose.
Agitò una mano per chiamare un taxi, che
le stava sfrecciando davanti, e gli corse dietro rischiando di ruzzolare per
terra, a causa delle scarpe col tacco alto. Le aveva messe per darsi un tono
più professionale, ma lei odiava i tacchi alti. Indossava solo ed
esclusivamente ballerine e adesso cominciava a ricordarne il motivo: i sandali
che aveva ai piedi facevano un male cane!
– Bonjour
– esclamò nel suo esitante francese, mentre si lasciava cadere sui sedili
posteriori del taxi. – Mi porti a La
tremoille, per favore.
Si trattava di uno dei più lussuosi
alberghi parigini ed era proprio lì che Mr. Anderson avrebbe ricevuto i
giornalisti, il giorno successivo. Per l’occasione, il giornale non aveva
badato a spese e le aveva prenotato una stanza nel medesimo hotel. Ma quando
Katie scese dal taxi, rimase quasi senza fiato e si rese conto di due cose: la
prima era che non possedeva un abbigliamento adeguato e la seconda… be’, la
seconda era che si sarebbe sentita come un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente
raffinato ed esclusivo. Un motivo di più per detestare Anderson e quella
dannata intervista.
Sollevò il mento e drizzò la schiena,
sforzandosi di camminare come una modella in passerella. Quindi, si avviò verso
l’entrata di quell’edificio spettacolare che si trovava tra Montaigne Avenue e
gli Champs-Elysees. Giunta all’ingresso, per poco non inciampò rischiando di
rovinare a terra, ma riuscì a tenersi in equilibrio, evitando all’ultimo
momento di fare la sua entrata trionfale. Le mancava proprio quello per
attirare l’attenzione su di sé, cosa che voleva evitare a tutti i costi. Fu
quando si diresse alla reception e notò le fronti corrugate di alcune signore
dell’alta società, nei loro abiti griffati, che intuì che qualcosa non andava.
Era una sua impressione o stavano fissando con disapprovazione proprio lei?
Abbassò lo sguardo e si rese conto orripilata che la gonna le si era strappata
proprio all’altezza del fondoschiena e che stava esibendo davanti a tutti il
suo perizoma di pizzo nero.
C’era mai limite al peggio?
Katie si augurò di non scoprirlo e
trascinandosi dietro il trolley, mentre fingeva un’indifferenza che era ben
lontana dal provare, si fermò di fronte alla receptionist. – Dovrebbe esserci
una prenotazione a mio nome. Sono Katie Wilson del Chicago Sun-Times.
La signorina, impeccabile nella sua divisa
blu notte, le indirizzò un sorrisino tirato. – Mi lasci controllare… ah, ecco…
lei è qui per la conferenza stampa con Luke Anderson, giusto? La sua stanza è
la 108, al primo piano. Le auguriamo un buon soggiorno.
Katie fece una smorfia. Un bel soggiorno
un cavolo! In fondo era lì per una dannatissima intervista, proprio mentre la
sua amica del cuore Jessica si godeva le spiagge della California alla faccia
sua. Si lasciò sfuggire un borbottio indistinto e si avviò verso gli ascensori,
mentre un fattorino prendeva in consegna il suo bagaglio.
Di una cosa era sicura: detestava già
Parigi!
***
Seduta al bar dell’albergo, Katie
stava affogando i suoi dispiaceri con un drink delizioso, ma altamente
alcolico, quando scorse un viso conosciuto: Occhioni azzurri, il tipo
dell’aereo, si stava dirigendo proprio nella sua direzione.
Merda.
Si stampò in faccia un’aria distaccata e
professionale, e fece finta di non riconoscerlo. Purtroppo, non bastò a
dissuaderlo. Con un sorrisino ironico su quelle labbra perfette e invitanti,
Occhioni azzurri si piazzò proprio davanti a lei. – Guarda un po’ chi si
rivede! – esclamò mettendo in evidenza la sua dentatura perfetta. – La ragazza
che ha paura degli aerei.
Lei si tese come le corde di uno
stradivari. – Non ho paura degli aerei – precisò, acida. – Ho paura delle
altezze elevate.
Occhioni azzurri rise piano, con quel suo
modo di fare da seduttore nato. – Un vero peccato. Immagino che non avrà
intenzione di salire sulla Tour Eiffel, vero?
In risposta gli lanciò un’occhiataccia. –
Questi non sono affari suoi.
– Trovarsi a Parigi e non visitare la Tour
Eiffel è una vera tragedia.
Katie bevve un altro sorso del suo drink,
un sopracciglio biondo che schizzava verso l’alto. – La vera tragedia, in
realtà, è trovarsi qui per intervistare un dannato miliardario con la puzza
sotto al naso. Non sono in viaggio di piacere, signor So-tutto-io.
Lui aggrottò la fronte e si grattò la
punta del naso. Un bel naso, a onor del vero. – Quindi lei è una giornalista.
Si trova qui per la conferenza stampa con Anderson?
– Come lo sa? È qui anche lei per lo
stesso motivo?
Occhioni azzurri scrollò le spalle. – In
un certo senso.
Katie non riusciva a crederci. Era un
collega! Altro che aereo privato e tutte quelle stronzate. Era certa che la
stesse prendendo in giro, durante il volo. Gli indirizzò un sorrisino ironico e
gli indicò lo sgabello accanto al suo. – Be’, possiamo darci del tu, allora.
Avanti, siediti. Mal comune, mezzo gaudio, come si suol dire.
Dopo un attimo di esitazione, lui si
accomodò e fece segno al barman di portargli lo stesso drink che stava bevendo
lei. A quanto pareva erano già in sintonia. Katie sorrise tra sé, felice di
aver trovato qualcuno con cui sfogare la propria frustrazione. – Sai, io avrei
dovuto essere su una spiaggia della California, invece che qui a Parigi. Per
colpa di Anderson ho dovuto rinunciare alle mie vacanze, ti pare giusto?
– Ah, davvero? Be’, mi spiace.
Katie sbuffò, continuando a sorseggiare la
sua bevanda. Aveva un disgustoso colore rosa shocking, ma le piaceva. Strano,
perché di solito non beveva mai alcolici. – Il mio capo ha deciso di assegnare
a me l’incarico – riprese, già un po’ brilla. – Sai, sono una delle migliori
reporter del Chicago Sun-Times.
– Sul serio? – Occhioni azzurri sembrava
aver perso la sua loquacità, ma dimostrava interesse per ciò che lei diceva. Il
sogno di ogni donna: trovarsi di fronte a un uomo affascinante che, invece di
fissarti le tette, ti ascolta davvero. Incoraggiata, Katie attese che il barman
gli servisse il suo drink e riprese a parlare.
– Tra le altre cose, sai cosa dicono di
Anderson?
– No, che cosa?
Katie sollevò un sopracciglio, in un modo
di fare cameratesco. – Che detesta i giornalisti. Raramente concede
un’intervista, ecco perché il mio capo ci tiene così tanto. Pare che questa
conferenza stampa sia un evento eccezionale.
Occhioni azzurri assaggiò il suo drink e
fece una smorfia. – Cosa ci hanno messo qui dentro?
– Non lo so, ma è buonissimo – Katie
sollevò un braccio per attirare l’attenzione del barman e ne ordinò un altro.
Il collega la osservò con espressione
dubbiosa, ma poi si limitò a scrollare le spalle. – Tornando ad Anderson, forse
è semplicemente un uomo molto occupato e geloso della propria privacy.
Katie socchiuse gli occhi terminando il
contenuto del suo bicchiere. – Sciocchezze! – Liquidò la questione con un’alzata
di spalle. – Secondo me è solo un miliardario borioso e pieno di sé. E tu? Di
che quotidiano sei?
– Forse dovresti smettere di bere –
Occhioni azzurri assunse un’aria preoccupata che la intenerì.
– Non preoccuparti. Reggo benissimo
l’alcol.
Non era vero, ma non voleva fare la figura
della provinciale con quel collega sexy che, tra le altre cose, baciava da Dio.
Forse l’aveva giudicato male sull’aereo. E se gli avesse concesso un’altra
opportunità? Erano entrambi a Parigi per lavoro. Non ci sarebbe stato nulla di
male se avessero unito l’utile al dilettevole. Gli indirizzò un sorrisino
malizioso e afferrò il secondo bicchiere come una bambina golosa un gelato.
– Sai, avevi ragione sull’aereo – gli
disse, mordendosi il labbro inferiore.
– A che proposito?
– Mi è piaciuto il tuo bacio.
Vedendo che lui non diceva nulla, Katie fu
assalita da un dubbio. – Ehi, non è che sei sposato, vero?
Occhioni azzurri fece un sorrisino. – No,
non sono sposato e neanche fidanzato. Tu però hai bevuto troppo.
– Oh, e da cosa lo avresti dedotto?
– Non mi avresti confessato che il bacio
ti è piaciuto, altrimenti.
Katie era stufa di tergiversare. Voleva di
nuovo le labbra di quel maschione sexy incollate alle sue. Il cuore le batteva
all’impazzata mentre gli fissava la bocca. Cercò di pensare a tutti i motivi
per cui non avrebbe dovuto fare ciò che stava per fare, ma non le venne in
mente nulla. Accorciando la distanza tra loro, lo baciò e oscuri fremiti di
desiderio le esplosero dentro mentre gli afferrava la nuca e affondava la
lingua in quella bocca meravigliosa. Dal canto suo, Occhioni azzurri non si
tirò indietro. Variò l’angolazione del bacio, le mani che le accarezzavano la
schiena e le natiche. Dio, il calore che emanavano a contatto con la sua pelle,
nonostante gli strati di stoffa che li separavano, era incredibile. Katie si
sentì come se fosse stato appiccato un incendio. Si staccò da lui ancora
ansimante, il cuore che le rimbombava nel petto.
– Ehi – sussurrò contro le sue labbra. –
Non sei affatto male, Occhioni azzurri.
Lui strinse la mascella. Gli occhi, fissi
in quelli di lei, emanavano scintille. Infine, le affondò le mani nei capelli avvicinando
il viso alla sua bocca. Un secondo bacio, ancora più rovente del primo, lasciò
Katie senza fiato. La lingua di lui era calda e ruvida contro la propria e la
eccitò oltre ogni dire. Gettando la testa all’indietro gli offrì anche il collo
e un gemito strozzato le uscì di gola non appena sentì le sue labbra umide
accarezzarle la pelle sensibile.
– Andiamo in camera mia – gli sussurrò
all’orecchio – La mia stanza è la 108.
Lui indietreggiò quel tanto che bastava
per fissarla negli occhi. – Sei sicura?
Oh,
Dio. Sì.
Ma non lo disse. Gli rispose invece con un
altro bacio, finché non lo vide capitolare e trascinarla letteralmente su per
le scale, dopo aver dato una lauta mancia al cameriere.
***
Katie chiuse gli occhi. Lo
desiderava da morire. Nella penombra della stanza, la bocca di lui trovò la sua
e lei la dischiuse per succhiargliela. I capezzoli si inturgidirono sotto il
vestito e un sospiro di sollievo le uscì dalla gola, quando lui glielo sfilò di
dosso per sfiorarle quelle punte estremamente sensibili coi pollici.
Oh,
cielo. Ancora. Fallo ancora.
Katie si sentiva persa in un vortice di sensazioni
incredibili. Il suo abito fu gettato sul pavimento in men che non si dica e lei
si ritrovò avvinghiata a Occhioni azzurri, il bacino premuto contro la sua
erezione.
A un tratto lui si staccò, ansimante. –
Aspetta – la sua voce era un sussurro roco. – Stiamo andando troppo in fretta…
Frena. Non so neppure il tuo nome.
– Katie. Mi chiamo Katie Wilson – Riprese
a baciarlo, sfiorandogli con la lingua il mento volitivo e la mascella. La sua
pelle era bollente e leggermente salata. Divina.
– Bene, Katie – gemette lui. – Devo dirti
una cosa.
– Me la dirai dopo. Molto dopo.
Senza voler sentire obiezioni, Katie gli
slacciò il bottone dei pantaloni e tirò giù la zip, infilando dentro la mano.
Deglutì sentendo il suo pene duro e gonfio sotto le dita e un sorrisetto
soddisfatto le incuneò le labbra.
– Katie… – Occhioni azzurri aveva negli
occhi un’espressione pericolosa, quasi demoniaca. Rimase a fissarla per una
frazione di secondo, dopo di che scosse la testa. – Oh, al diavolo! Vieni qui,
dolcezza.
Affondò la testa nell’incavo del suo seno,
leccando la tenera carne fino al capezzolo e strappandole piccoli ansiti di
soddisfazione. A quanto pareva Occhioni azzurri ci sapeva fare e non solo con i
baci. Era un amante esperto, attento.
– Ehi, collega – bisbigliò katie con un
filo di voce. – Stai andando alla grande.
Lui le sfiorò il ventre con la mano e
katie fremette quando le sue dita scivolarono sulla peluria tra le cosce. Si
stava bagnando e quella sensazione era così dolce, così perfetta. Era sicura
che nessun altro uomo fosse stato in grado di stimolarla in quel modo, come se
per lui farla godere fosse una missione di estrema importanza.
Sentì di nuovo le sue labbra sul collo e
sui seni mentre continuava a darle piacere con le dita. Katie si contorse, le
cosce serrate contro quella mano che stava facendo cose indicibili. – Ti voglio
dentro – sussurrò in un flebile lamento. – Adesso.
Lui fece un sorrisino e infilò una mano
nella tasca posteriore dei calzoni per estrarre qualcosa. Katie sentì il
fruscio di una confezione di preservativi che veniva aperta e fremette
nell’attesa. Occhioni azzurri si calò i pantaloni, senza premurarsi di
toglierli. Aveva già gettato la giacca e la camicia d’alta sartoria – doveva
informarsi sul nome del giornale per cui lavorava, perché era evidente che
veniva pagato profumatamente – in un mucchio scomposto sul pavimento, e Katie
allungò una mano a sfiorare quel petto solido e muscoloso mentre lui infilava
il preservativo e la penetrava con un’unica, poderosa spinta.
Chiuse gli occhi e in quel momento si
aprirono per lei le porte del Paradiso.
***
Luke afferrò i polsi di Katie e
li bloccò sul materasso nel momento in cui lei socchiudeva la bocca, lasciando
che le loro lingue si intrecciassero al ritmo dei movimenti pelvici. Negli
occhi di lei lesse un acuto desiderio. Una smania di essere posseduta che lo
lasciò annichilito.
Be’, quasi.
– Vuoi venire, vero, piccola?
Katie gemette e spinse avanti i fianchi. –
Oh, sì. Ti prego.
Bene. Perché aveva intenzione di farla
godere come non mai, quella notte. Luke desiderava che non si scordasse più di
lui, sebbene in realtà non le avesse ancora detto chi era.
Ma non era quello il momento. Ora
desiderava solo perdersi in lei.
I muscoli del suo corpo si tesero mentre
spingeva più forte, sussurrandole sconcezze all’orecchio. La sentì ridacchiare
e inarcare la schiena per andargli incontro, come in una danza sensuale in cui
lei era la prima ballerina.
Aveva avuto molte altre donne in
precedenza, eppure Luke era certo di non aver mai trovato qualcuno con cui
riusciva a sentirsi così in sintonia. Katie gli era entrata nel sangue da
subito, fin da quel primo bacio sull’aereo. In realtà, già allora avrebbe
voluto strapparle le mutandine e possederla su quella dannata poltroncina della
Business class.
Luke cominciò a muoversi più veloce, ansimando
come un mantice. Il sangue gli ribolliva nelle vene mentre ascoltava Katie
gemere sempre più forte, fino a urlare di piacere.
Gridava per lui. Per lui solo.
Una soddisfazione primitiva gli riempì il
petto. Voleva raggiungere l’orgasmo insieme a lei, toccare la vetta nel
medesimo istante. Si tirò indietro per riaffondare dentro di lei e in quel
momento vide le sue labbra tremare in un sospiro di piacere.
Chiuse gli occhi, respirò a fondo e venne a sua volta. Per un momento si aggrappò
a quella sensazione, gustandola fino in fondo. Si sentiva rilassato, felice…
completo.
Non era mai stato così bene con una donna.
– Katie, devo dirti una cosa. Devo farlo,
ora.
Ma lei borbottò qualcosa e con un sorriso
di beatitudine su quelle labbra a cuore si addormentò.
***
Si svegliò di soprassalto. La
luce che penetrava dalla finestra la colpì in pieno volto, quasi accecandola.
Dio, che ora era?
Aveva dormito tutta la notte come una
bambina, complice l’alcol e il sesso. Il buon
sesso. Anzi, meraviglioso. Era stato… non avrebbe saputo definirlo a parole.
Katie allungò una mano verso l’altra metà del letto. Era ancora calda e
profumava di lui.
Occhioni azzurri.
Si accorse solo in quell’istante che non
conosceva il suo nome. Be’, lo avrebbe scoperto molto presto. La rassegna
stampa con Anderson era alle nove. Lanciò un’occhiata assonnata alla sveglia
sul comodino e quasi non lanciò un urlo. Erano le otto e mezza, il che voleva
dire che era in ritardo. Un ritardo pauroso.
Cazzo,
cazzo, cazzo.
Si cacciò giù dal letto e quasi inciampò
nella moquette. Le girava la testa, non avrebbe saputo dire se a causa dei
drink micidiali che aveva bevuto la sera prima – al solo pensiero le veniva da
vomitare – o se per il sesso strepitoso con Occhioni azzurri. Corse in bagno
alla velocità della luce e si gettò sotto la doccia. Lavare via l’odore di
Occhioni azzurri, che le si era appiccicato addosso, un po’ le dispiacque. Ma
pensò che avrebbero potuto combattere il secondo round quella sera stessa, dopo
l’intervista. Anzi, magari avrebbero potuto trascorrere il resto della giornata
chiusi in camera.
Un sorrisino entusiasta le fece incurvare
le labbra all’insù, mentre cantava a squarciagola You can’t hurry love dei Dixie Chicks e si insaponava il corpo
indolenzito. Dopo la doccia, si asciugò per bene e si infilò un paio di
pantaloni neri e una camicia di seta rosso porpora, con una discreta
scollatura. Un abbigliamento non troppo discreto e formale, ma elegante al
punto giusto. Calzò i suoi sandali tacco dodici ed ecco fatto, era pronta per
scendere nella fossa dei leoni per farsi sbranare da Anderson.
Anzi, no. Magari sarebbe stata lei a
sbranare lui.
Si sentiva vitale come non mai.
Fischiettando il motivetto dei Dixie
Chicks, che ormai le era rimasto nella testa, si pettinò i capelli in uno
chignon alto sulla nuca, lasciando ricadere qualche ricciolo ai lati del viso, per
un effetto più sbarazzino. Sorrise soddisfatta allo specchio.
Vai e stendilo, Katie!
Ma quando si ritrovò nella sala conferenze,
al piano terra, la sua spavalderia cominciò a scemare. I colleghi degli altri
rotocalchi erano già presenti e si scambiavano battute e commenti sull’acidità
di Anderson, chiedendosi il motivo di quella conferenza stampa così inattesa.
Ma non vedeva Occhioni azzurri da nessuna parte. Katie sentì una fitta allo
stomaco.
Non se la sarà data a gambe, vero?
Non sarebbe stato il primo uomo da una
botta e via che incontrava sul proprio cammino. Non che fosse contraria al
sesso senza legami, sia chiaro. Il fatto che fosse andata a letto con un perfetto
sconosciuto era un esempio evidente di come la pensasse in merito. Però trovava
irritante che la mattina dopo l’uomo in questione sparisse all’improvviso, come
se non fosse esistito se non nella sua immaginazione. Dopotutto erano entrambi
adulti e consenzienti. Perché darsi alla macchia? In quanto all’immaginazione…
be’, non era proprio possibile che si fosse sognata tutto quanto. Una sessione
di sesso come quella non si immagina. Era stato tutto fin troppo reale.
Si sistemò una ciocca di capelli dietro
l’orecchio e si morse leggermente il labbro, proprio nel momento in cui la
porta si apriva e Anderson faceva il suo ingresso, in un completo grigio scuro Dolce & Gabbana. La bocca le si
spalancò d’impulso, restando bloccata in un’esclamazione di stupore. No, di
puro terrore in verità.
Occhioni azzurri e Luke Anderson erano la
stessa persona.
Dio, era stata a letto con la persona che
doveva intervistare e non solo, gli aveva sbattuto in faccia tutta la sua
avversione nei suoi confronti, complice qualche drink di troppo. Inutile dire
che il suo comportamento non era stato affatto professionale. Sarebbe bastato
molto meno per farle perdere il posto di lavoro.
Col cuore che le batteva contro le
costole, Katie cercò di farsi piccola piccola, mimetizzandosi dietro a una
pianta. Aveva le guance in fiamme e la sua mente correva alla velocità della
luce, nel tentativo di fare un po’ di chiarezza. Inutile. Era nel caos più
completo. Non riuscì ad afferrare una sola delle parole che Anderson disse al
microfono. Le domande dei colleghi fioccarono, una dopo l’altra, ma lei non
riuscì ad aprire bocca. Rimase imbambolata a fissare il dio greco che solo
qualche ora prima si era trovato nudo nel suo letto. Con lei sotto.
Adesso sì che le veniva da vomitare.
Il tempo passò quasi senza che se ne
accorgesse. La sala si svuotò e rimasero solo lei e Anderson.
– Puoi uscire da lì, ora – Lui la stava
fissando con un sorriso fra l’imbarazzato e il divertito.
Katie si irrigidì. – Immagino che te la
sarai spassata alle mie spalle. Complimenti! Ti capita spesso di spacciarti per
un'altra persona, per portarti a letto qualcuno?
I
suoi occhi assunsero un colore inquietante, diventando due pozze scure. – Ehi,
io non mi sono spacciato per un altro. Volevo dirtelo, ma tu non mi hai
lasciato parlare. E poi, dopo il sesso, ti sei addormentata di botto, come
sotto l’effetto del cloroformio.
Katie provò un’altra ondata di nausea. –
Sei un bastardo, Anderson – disse con le lacrime agli occhi. – Stai lontano da
me.
Gli voltò le spalle e corse via senza
voltarsi.
La sua vita si era trasformata in un
incubo dal quale non esisteva via d’uscita.
Avrebbe voluto morire.
California, una settimana dopo
Katie osservò le onde del mare
infrangersi sulla riva, i capelli mossi dal vento. Un ciuffo le finì sugli
occhi, ma non lo scostò. Si sentiva inerme di fronte a quell’immensità, azzurra
come gli occhi di Anderson.
Maledizione, non voleva pensare a lui. Non
doveva.
Al giornale le avevano imposto una
settimana forzata di ferie, durante la quale avrebbero riflettuto sulla sua
posizione. Il che equivaleva a un licenziamento sicuro. Tra i reporter inviati
a Parigi, era l’unica che aveva fatto ritorno senza un pezzo nelle mani. La
maledetta intervista.
Calde lacrime di frustrazione le bagnarono
il volto e le asciugò col dorso della mano, mentre qualcuno le si avvicinava
con passi felpati.
– Possiamo parlare? Ti ho inseguita per
tutta la California e ora mi devi cinque minuti del tuo tempo.
Non ebbe bisogno di voltarsi per capire a
chi appartenesse quella voce. Ormai era impressa a fuoco nel suo cuore. –
Anderson, che ci fai qui? Sei venuto a esultare per la mia sconfitta?
Lui si sedette sulla sabbia al suo fianco.
All’apparenza era calmo e controllato, ma un guizzo della mascella le fece
capire che non era così sicuro di sé come desiderava apparire.
– Katie, non era mia intenzione prenderti
in giro. A Parigi non mi hai lasciato il tempo di spiegare.
Si voltò verso di lui, una rabbia cieca
che le comprimeva lo stomaco. – Spiegare? Non c’è nulla da spiegare. È stato
solo sesso. Non penserai che per me abbia significato qualcosa di più?
Naturalmente stava bleffando. Lui aveva
significato molto di più. Significava
tutto. Non si sarebbe sentita così
annientata, altrimenti. Ma non voleva fare la figura della donna patetica che
aveva letteralmente perso la testa per l’affascinante miliardario. Aveva un
orgoglio da difendere, dopotutto.
Lui sospirò e si lasciò sfuggire
un’imprecazione. – Dannazione, Katie. Mi vuoi ascoltare? Mi dispiace per quello
che è accaduto e sono pronto a rimediare.
– Rimediare? E come?
– Posso concederti un’intervista
esclusiva. Solo per il tuo giornale. Potrai farmi tutte le domande che vuoi,
anche sulla mia vita privata se lo desideri.
Katie sgranò gli occhi. Anderson non
parlava mai della sua vita privata. –
D’accordo. Voglio sapere se ti capita spesso di andare a letto con donne
abbordate nei bar degli alberghi.
Lui fece un sorrisino. – Veramente sei
stata tu ad abbordare me in quell’albergo. Comunque no, non mi capita spesso.
Il fatto è che poche donne mi fanno l’effetto che mi fai tu.
Katie si alzò di scatto. All’improvviso sentiva
le lacrime pungerle gli occhi. Non voleva ascoltarlo, non voleva credere di
essere stata per lui qualcosa di più di una semplice scopata. Altrimenti non
sarebbe riuscita a negare i sentimenti che provava per lui e che decisamente
era meglio tenere per sé. – A chi vuoi darla a bere, Anderson?
Si alzò anche lui, gli occhi fissi nei
suoi. – Non sto mentendo, katie. Tu mi sei entrata dentro nell’esatto momento
in cui le mie labbra hanno sfiorato le tue, su quel maledetto aereo. Voglio
solo una possibilità. Permettimi di ricominciare da capo.
Il sangue cominciò a fluirle più veloce
nelle vene. – Ricominciare da capo? Se intendi farmi mettere piede di nuovo su
un aereo, privato o di linea che sia, te lo puoi scordare!
Anderson rise piano e scosse la testa, i
capelli arruffati dal vento. – Non era quello che intendevo, anche se il sesso
ad alta quota non deve essere male. Dovremmo provare un giorno o l’altro.
Suo malgrado, Katie si lasciò sfuggire un
sorriso. Come faceva quell’uomo a farle dimenticare la rabbia, l’umiliazione…
ogni cosa. Niente sembrava avere importanza se non lui, lì in piedi, davanti a
lei. Sospirò. – Non provarci, Anderson – rispose divertita.
Lui l’afferrò per le spalle, attirandola a
sé. – Ho intenzione di provarci, invece. E a lungo – Le labbra coprirono le
sue, trasmettendole una scossa di desiderio talmente forte da farla tremare.
Quando si staccò, Katie sollevò su di lui
uno sguardo sognante. – Anderson, tu mi fai sentire sempre come se mi trovassi
ad alta quota.
Lui inarcò un sopracciglio. –
Considerato l’effetto che ha su di te l’altitudine, non so se si tratti di un
complimento.
Ridendo, Katie lo afferrò per il bavero
della camicia. – Baciami, stupido.
E lui la baciò.
FINE
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