Buona visione!
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domenica 22 maggio 2016
SCANDALOSI LEGAMI - IL BOOKTRAILER
Nel ricordarvi che "Scandalosi legami" è in promozione fino a fine maggio, vi lascio in compagnia del booktrailer, creato dalla bravissima Rossella Sicilia.
Buona visione!
Buona visione!
venerdì 13 maggio 2016
OLTRE I CONFINI DEL TEMPO - SETTIMA PUNTATA
CAPITOLO 7
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Q
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uando
quella sera Giulio si sedette a tavola, la prima cosa che notò fu l’assenza di
Sara. Non l’aveva vista per l’intera giornata. Che lo stesse evitando? Quella
ragazza era per lui un vero enigma. A differenza delle altre fanciulle della
sua età non arrossiva in continuazione, sapeva come rispondere alle sue battute
maliziose ed era terribilmente provocante.
Eppure, se ci si prendeva qualche libertà
nei suoi confronti reagiva sfoderando gli artigli come un gatto al quale si è
pestata la coda. Tutto ciò era decisamente frustrante.
– Madre, non vedo Sara a tavola – disse,
fingendo un’indifferenza che era ben lontano dal provare. – L’avete fatta
avvisare che la cena viene servita alle otto e mezza?
Sua madre gli rivolse uno sguardo obliquo,
sistemandosi il tovagliolo in grembo. – Sara non cenerà con noi. Come avrai
notato tu stesso, le nostre abitudini alimentari non le si confanno. Ha
preferito consumare un pasto leggero in cucina, con i domestici.
C’era da aspettarselo. Evidentemente aveva
scelto di stargli lontana. Lo irritava il fatto che avesse deciso di ignorarlo
a tal punto. Diamine, era stato solo un bacio! E da quello che aveva potuto
constatare, quella non era certo la prima volta che un uomo la baciava in quel
modo.
Era del tutto fuori luogo comportarsi da
verginella offesa!
Addentò un pezzo del suo pasticcio di
carne, immerso nei suoi cupi pensieri. Ignorò persino le chiacchiere incessanti
di sua madre, riguardo a una giovane debuttante che avrebbe voluto presentargli
e consumò l’intera cena in silenzio. Non vedeva l’ora di alzarsi e andare a
cercare quella piccola piantagrane.
Voleva evitarlo? Ebbene, le avrebbe
concesso quello che desiderava. Sarebbe partito l’indomani stesso per
raggiungere Ciro e gli altri suoi compagni. Forse al suo ritorno la signorina avrebbe smesso di fare stupidi
giochetti con lui. Era certo che un’intera settimana in compagnia di sua madre
sarebbe stata più che sufficiente a farle apprezzare ciò che adesso sdegnava.
Mise da parte l’ultima portata e si alzò
da tavola, congedandosi con una scusa. Non seppe dare un nome a quell’urgenza
che provava di vederla, di parlare con lei. Si disse che voleva accertarsi
unicamente che stesse bene, prima di intraprendere il proprio viaggio.
Ma intanto vedeva labbra morbide da
baciare e forme sinuose da accarezzare.
Forse stava impazzendo sul serio.
*
* * * * * * * * *
Sara
si gettò sul letto esausta. Per l’intera giornata non aveva fatto altro che
battere tappeti, piegare lenzuola e lucidare tutta l’argenteria di casa. E
pensare che la governante le aveva detto che per il primo giorno si sarebbero
dedicate a lavoretti leggeri! Non osò
pensare a cosa l’avrebbe aspettata il giorno successivo. Lei che aveva sempre
detestato le faccende domestiche!
Un improvviso bussare alla porta
interruppe le sue elucubrazioni. Si alzò sbuffando e aprì, ritrovandosi a
fissare gli occhi penetranti di Giulio.
– Che cosa vuoi? – chiese, per nulla
felice di vederlo. La sola cosa positiva di quella giornata era stata il fatto
di non aver avuto nulla a che fare con lui. Persino la cena le era stata
servita in cucina, lontana da quegli occhi acuti e terribilmente affascinanti.
Il solo vederlo lì, davanti a lei, le accelerò il battito cardiaco.
– Potresti almeno fingere di gradire la
mia presenza – rispose lui, appoggiandosi allo stipite della porta. Perché
doveva essere così bello? Il suo fisico asciutto e muscoloso la confondeva al
punto che finiva per scordarsi dov’era e con chi. Era irritante.
Alzò gli occhi al cielo. – Perché dovrei?
– disse, incrociando le braccia al petto. – Non amo le finzioni. Allora, perché
sei qui?
Lui fece un sorrisino. – Non mi fai
entrare?
– Fossi matta!
Una bassa risata lo scosse. Poi tornò
serio all’improvviso e un brivido scese lungo la schiena di Sara, guardandolo.
Per un attimo pensò alle sue labbra calde che si muovevano sulle proprie e
provò una fitta al basso ventre.
No, invitarlo a entrare sarebbe stata la
cosa più sbagliata da fare. Sarebbero finiti sul letto in meno di cinque
minuti, questo era certo! Ma perché doveva esserci un’attrazione così forte tra
loro? Era terribilmente sbagliato.
Infine Giulio si schiarì la voce. Chissà
se aveva intuito il suo turbamento? Sara si finse annoiata e attese che
rispondesse alla sua domanda.
– Sono passato a salutarti – disse, dopo
un po’. – Domani all’alba parto.
Non era affatto quello che si sarebbe
aspettata. Sara ebbe un tuffo al cuore e corrugò la fronte. – Dove vai? Hai
intenzione di lasciarmi qui da sola?
Lui rise di nuovo e addolcì lo sguardo. –
Devo raggiungere i miei compagni nel loro rifugio – spiegò, abbassando la voce
e guardandosi intorno come se avesse paura che qualcuno potesse passare di lì e
ascoltare i loro discorsi. – Ho ancora con me la refurtiva. Non vorrei che
pensassero che li ho traditi e me la sono tenuta.
Sara lo guardò in tralice. – E che ne dici
di restituirla ai legittimi proprietari, invece?
– Dico che non è un’opzione da prendere in
considerazione. Vuoi vedermi penzolare da una forca, per caso?
Lei sbuffò. Ancora non riusciva a credere
di sentirsi attratta da un ladro. Se qualcuno glielo avesse detto, si sarebbe
messa a ridere. – Tornerai? – chiese, con un filo di voce.
Giulio le afferrò il mento per
costringerla a guardarlo dritto negli occhi. – Ti mancherò?
Avrebbe voluto rispondergli di no,
ridergli in faccia… qualsiasi cosa pur di non rivelare quello che stava
provando in quel momento. Non ci riuscì. – Vedi di non sparire – disse, invece.
– Se mi lasci qui per sempre, con quell’arpia di tua madre, giuro che ti vengo
a cercare e allora penzolare da una forca ti sembrerà la fine migliore che
possa capitarti.
Il sorrisino che lui le lanciò le fece
tremare le gambe. – Ah sì? E cosa avresti intenzione di farmi?
Sara ricambiò il sorriso con malizia. –
Immagino che tu non abbia sentito parlare di una certa Lorena Bobbit, vero?
– No. Chi diavolo sarebbe costei?
– Una donna che tagliò l’uccello al
proprio marito. Penso che non ti piacerebbe fare la stessa fine, vero?
L’espressione di Giulio fu impagabile. Lo
vide sgranare gli occhi e impallidire. – Stai scherzando – non era una domanda,
bensì un’affermazione.
Sara scrollò la testa, continuando a
sorridere. – No, affatto.
– Perché diavolo una moglie dovrebbe fare
una cosa del genere al proprio marito?
– Lui le aveva messo le corna.
Giulio si grattò la testa, poco convinto.
– La maggior parte dei mariti mette le corna alla propria moglie. Cosa c’è di
insolito?
A quel punto Sara restò interdetta. Quasi
si era dimenticata del suo irritante maschilismo. – Evidentemente non tutte le
mogli la vedono allo stesso modo – sibilò, lanciandogli l’ennesima
occhiataccia.
Giulio esitò. Pareva incerto se credere
alle sue parole oppure farsi una risata. – E questo marito è ancora vivo?
– Certo. Si è fatto rifare l’uccello, più
lungo di quello che aveva prima.
A quel punto lui rise davvero. Aveva
persino le lacrime agli occhi. – Hai un senso dell’umorismo un po’ bizzarro, ma
mi piace.
Sara divenne seria all’improvviso. –
Scherzi a parte, non ti azzardare ad abbandonarmi qui.
Lo sguardo di Giulio si fece più cupo,
intenso. Poi lui posò le labbra sulle sue, sfiorandole appena. – Ti prometto
che tornerò a liberarti dalle angherie di mia madre – disse divertito, non
appena si staccò da lei. – Starò via non più di una settimana.
Una settimana.
Sara
capì che le sarebbe mancato. Sul serio.
*
* * * * * * * * *
Quando
fu solo nella sua stanza Giulio si lasciò cadere su una poltrona per sfilarsi
gli stivali. Sentiva ancora sulle labbra il sapore di Sara ed era terribilmente
eccitato. Diamine, si era trattato di un bacio talmente casto! Com’era
possibile che l’avesse turbato in quel modo?
All’improvviso il pensiero di non vederla
per una settimana lo intristì. Non aveva mai provato un simile attaccamento per
qualcuno, per una donna poi!
Per un attimo pensò di placare la propria
tensione sessuale con qualche servetta disponibile, ma scacciò quell’idea
infastidito. Non voleva una donna qualsiasi. Voleva lei. Disperatamente.
Forse starle lontano per un po’ era una
buona idea. Se la sarebbe tolta dalla testa una volta per tutte e al suo
ritorno avrebbe deciso cosa farne di lei. Di certo non poteva continuare a
ospitarla nella casa in cui viveva sua madre. Avrebbe potuto proporle di
diventare la sua amante e sistemarla in un appartamento da scapolo.
Sì, quella era un’idea sensata.
Basta con i giochi, le battute maliziose e
via dicendo. In fondo era un uomo e aveva i suoi bisogni. Sara gli sarebbe
stata grata per quella proposta. Che alternative aveva? La strada? Un lavoro
onesto come istitutrice, presso qualche famiglia benestante, era impensabile.
Con quella lingua e i modi di fare licenziosi l’avrebbero sbattuta fuori dopo
un solo giorno.
E di certo non poteva fare la sguattera.
L’aveva osservata a lungo e non aveva mani da lavoratrice. Le sue dita erano
lunghe e affusolate, la pelle morbida al tatto. Erano le mani di una signora.
Nemmeno la vita in un bordello avrebbe
fatto per lei. Nonostante non fosse una ragazza ingenua, sospettava che non
avrebbe affatto gradito essere oggetto delle attenzioni di tanti uomini. Diamine,
teneva a distanza pure lui!
Sospirò, appoggiandosi allo schienale
della poltrona. Le avrebbe concesso il tempo necessario per abituarsi all’idea,
ma sarebbe stata sua. Molto presto. Un lento sorriso gli incurvò le labbra e
finalmente si sentì in pace con se stesso.
mercoledì 11 maggio 2016
INAUGURAZIONE DI EWWA LIGURIA
Ciao a tutti,
vi annuncio che il 4 giugno, a Chiavari, verrà inaugurato il polo ligure di EWWA. Vi aspettiamo numerosi.
vi annuncio che il 4 giugno, a Chiavari, verrà inaugurato il polo ligure di EWWA. Vi aspettiamo numerosi.
mercoledì 4 maggio 2016
OLTRE I CONFINI DEL TEMPO - SESTA PUNTATA
CAPITOLO 6
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S
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i
svegliò dopo una notte particolarmente agitata, passata a rigirarsi nel letto.
Non sapeva che ora fosse, ma il sole era già alto. Ne scorgeva la luce
accecante filtrare attraverso le pesanti tende alle finestre.
All’improvviso udì qualcuno bussare alla
sua porta con insistenza. Si tirò su a sedere e gracchiò un invito a entrare.
Si sentiva ancora un po’ intontita dal sonno, ma ben decisa a non darlo a
vedere.
La cameriera, la stessa che il giorno
precedente l’aveva aiutata a fare il bagno e a vestirsi, entrò nella stanza con
un gran rumore di passi. – Signorina dovete alzarvi! – disse, negli occhi
un’ondata di panico. – La contessa è su tutte le furie! Dice che non ha
intenzione di lasciarvi dormire tutto il giorno come una scansafatiche.
Scansafatiche?
Avrebbe voluto vedere lei, al suo posto.
Trovarsi in un altro tempo, in mezzo a gente con abitudini completamente
diverse dalle proprie… e in una casa lugubre come quella, che con ogni probabilità
era infestata dai fantasmi. Non che credesse ai fantasmi. Ma come giustificare
tutti quei rumori che l’avevano tenuta sveglia la notte?
Sbuffò, saltando giù da quel letto che
sembrava un mausoleo. – Arrivo. Giusto il tempo di lavarmi e vestirmi.
La cameriera, che se ben ricordava si
chiamava Gina, la fissò come se avesse appena detto un’eresia. – Volete lavarvi
di nuovo? Ma avete fatto il bagno ieri!
Sara restò con le braccia a mezz’aria,
nell’intento di sfilarsi la camicia da notte. – E allora? In questa casa non si
usa lavarsi ogni giorno?
Non aveva intenzione di trascurare la
propria igiene e ritrovarsi a puzzare come una capra.
Gina andò a recuperare lo stesso fastidioso
abito che le aveva fatto indossare il giorno precedente. – Nossignora! Sarebbe
un vero spreco e una gran fatica per noi poveretti che dobbiamo trascinare
secchi d’acqua calda su per le scale, per riempire la vasca.
Suo malgrado si sentì in colpa. Non aveva
idea che fare una cosa semplice come un bagno caldo comportasse un così duro
lavoro per i servitori. Rimpianse la doccia di casa sua, soffocando un gemito
di frustrazione.
– D’accordo, niente bagno. Mi laverò come
meglio potrò usando la bacinella e l’acqua che è rimasta nella brocca. Questo mi
è consentito?
– Certo, signorina.
– Nel frattempo tu vai ad avvisare
l’arpia… voglio dire la contessa… che scenderò fra poco.
Gina represse un sorrisino e obbedì all’istante.
Era certa che anche lei non avesse in simpatia quella donna arcigna, tutta
vestita di nero, che sembrava un corvo. Sara sospettava che portasse anche
sfiga.
*
* * * * * * * * *
Riuscì
a lavarsi, utilizzando un po’ del bagno schiuma da viaggio che portava nello
zaino. Poi si vestì, indossando sotto l’abito infernale la sua biancheria e cioè un paio di slip con un reggiseno coordinato.
Indubbiamente più comodi di quel bustino che pareva uno strumento di tortura.
Tanto chi le avrebbe mai guardato sotto il vestito?
All’improvviso la mente le rimandò
l’immagine di Giulio, come l’aveva visto la sera prima: gli occhi con le
pupille dilatate solo per averle guardato le caviglie. Le si strinse lo stomaco
e il cuore riprese a battere più veloce al solo ricordo. Se aveva reagito così
per una caviglia nuda, cosa avrebbe fatto se gli avesse permesso di dare una
sbirciatina sotto al vestito?
Ricacciò indietro quel pensiero malvagio.
Non
si fa, Sara. Scordatelo!
Infine indossò l’abito di mussola color
indaco, abbottonando come meglio poteva quel numero infinito di bottoncini. Non
aveva mai riflettuto su quanto l’invenzione della zip fosse stata utile per le
donne del futuro, ma quel giorno ne ebbe la prova. Poi si infilò gli stivali,
scartando le scarpine che le avevano prestato il giorno precedente. Sembravano
quelle di una ballerina classica. Davvero orripilanti! Le mancava il tutù e poi
sarebbe stata perfetta per esibirsi davanti alla contessa madre.
Soffocando una risata, mise il naso fuori
dalla porta. Sbirciò nel corridoio per controllare che non ci fosse Giulio nei
paraggi. Non voleva incontrarlo. Era ancora parecchio imbarazzata per il bacio
che si erano scambiati nel suo studio.
Scese le scale in punta di piedi, cercando
di non fare rumore. Arrivata davanti alla porta della saletta della colazione,
accostò l’orecchio. Le avrebbero servito il pasto anche se era così tardi? Se
lo sarebbe preparata da sola, ma non aveva la più pallida idea di dove fosse la
cucina e quella casa era talmente immensa che avrebbe rischiato di perdersi, se
si fosse messa a vagabondare.
Le parve di udire delle voci concitate
all’interno e aprì lentamente la porta, pregando che non si mettesse a
scricchiolare. Per fortuna non lo fece. Pur sapendo che spiare non era educato,
si mise in ascolto. La voce tonante di Giulio la fece sobbalzare. Pareva in
collera.
– Non ho intenzione di prendere moglie. Quindi
rassegnatevi, madre.
La cosa si faceva interessante. Sara si
sporse un poco per riuscire a vedere. Giulio era seduto a un tavolo rotondo,
con il giornale aperto e negli occhi un’espressione torva. Sua madre era in
piedi davanti a lui e si torceva le mani. – Figliolo, sai bene quanto me che è
tuo dovere sposarti e dare un erede al casato. Finora ti sei divertito come hai
voluto. Sparivi da casa per intere settimane, mesi a volte, e non mi sono mai
intromessa. Ma portare qui quella sgualdrinella è stato decisamente troppo.
Quanto pensi che ci metteranno le voci a diffondersi per la città? Le famiglie benestanti cominceranno a tenere
lontane da te le loro figliole in età da marito. Sarebbe una tragedia!
Lui inarcò un sopracciglio. – Dipende dai
punti di vista. Per me sarebbe una vera fortuna, invece. E comunque Sara non è una sgualdrina.
Ben
detto!
Come osava quella strega? Nemmeno la
conosceva e già si permetteva di giudicarla!
Si protese per riuscire ad ascoltare
meglio. Adesso la contessa aveva tirato fuori il suo fazzolettino di pizzo per
asciugarsi gli occhi.
– Vuoi forse negare che te la porti a
letto? – chiese, in un tono lamentoso che la irritò profondamente.
Giulio la fulminò con lo sguardo. – Certo
che lo nego! Non riesco a crederci, madre. Non è da voi usare un simile
linguaggio.
La contessa ebbe la decenza di arrossire.
– Chiedo scusa, figliolo. È solo che non capisco perché tu ti voglia ostinare a
ospitare qui quella ragazza. Mi ha detto di essere sola al mondo e di non avere
un tutore che si occupi di lei. Probabilmente appartiene a una famiglia caduta
in disgrazia ed è alla ricerca di un buon partito da sposare. Ha un bel visino,
lo ammetto. Ma è al di fuori della tua portata. Tu meriti di meglio.
La risata di Giulio riecheggiò nella sala
da pranzo. – Siete fuori strada, madre. Quella ragazza non ha mire matrimoniali
su di me, ve lo posso assicurare.
– Come puoi esserne certo? Le fanciulle in
età da marito sanno essere molto astute. Solo il fatto di essere riuscita a
farsi ospitare in casa nostra mette tutti noi in una posizione imbarazzante.
Tutti si chiederanno…
Giulio sbatté il giornale sul tavolo. –
Basta! Non mi interessano i pettegolezzi e dichiaro conclusa questa
discussione. Non voglio sentirne parlare più, mi avete capito?
La contessa arretrò di un passo, come se
il figlio l’avesse schiaffeggiata. Beh, se lo sarebbe meritato! Poi, mormorando
una frase di commiato, si diresse verso la porta.
Sara fece giusto in tempo a richiuderla e
ad allontanarsi. Si mise a sedere su una poltroncina nel corridoio, alzando
sulla donna uno sguardo innocente, al suo passaggio. La vide irrigidirsi.
– Desidero parlarvi, Sara. Immediatamente.
Lei sospirò. Addio colazione!
*
* * * * * * * * *
La
contessa madre la fece accomodare nella biblioteca, in un’ala del palazzo che
ancora non aveva visitato. La stanza era enorme, con intere pareti ricolme di
libri. Sara avanzò verso una sedia, i passi attutiti dal magnifico tappeto
persiano che ricopriva il pavimento. Aveva colori sgargianti che passavano dai
toni del rosso vermiglio a quelli più tenui del giallo paglierino. Si sedette,
senza staccare lo sguardo dagli occhi ferini della contessa, augurandosi che
non avesse in serbo per lei l’ennesima ramanzina. Non ne poteva più di quella
donna polemica e impicciona.
– Mi dispiace di essermi svegliata tardi,
stamattina – disse, prevenendo qualsiasi lamentela da parte sua. – Non ho
dormito bene stanotte, ma non accadrà più.
– Lo spero bene. Se volete restare in
questa casa dovrete rendervi utile. Mio figlio è un ingenuo, ma io non mi
lascerò ingannare facilmente.
Sara deglutì. – Cosa intendete dire?
– Intendo dire che ripagherete la nostra
ospitalità con il vostro lavoro.
La contessa si avvicinò a una corda che
pareva penzolare dal soffitto. La tirò e un campanello risuonò nei corridoi. –
La nostra governante vi mostrerà cosa dovete fare. È tutto chiaro?
In realtà nulla le era chiaro, ma annuì
per non contraddirla. Desiderava fare tutto quel che era in suo potere per
evitare discussioni con la padrona di casa e per non essere di peso.
La porta si aprì e una donna bassa e
rotondetta entrò a passo di marcia, protendendosi in un inchino. La contessa
ricambiò il saluto con un rigido cenno del capo e poi tornò a posare lo sguardo
su di lei. – Questa è Sara – disse in tono severo. – È desiderio di mio figlio
che venga accolta in questa casa. Trovatele qualcosa da fare. Qualsiasi cosa.
Sara osservò quella che doveva essere la
governante con aperta curiosità. Vestiva con un abito di cotonina color grigio
topo e portava i capelli, anch’essi grigi, tirati in una rigida crocchia sulla
nuca. Non dava l’impressione di essere una persona cordiale, anzi tutto il
contrario. Le sue pulsazioni accelerarono mentre si sentiva squadrata da cima a
fondo, a sua volta.
– Come desiderate, signora contessa –
rispose la donna, dopo quell’attento esame. Sara si alzò in piedi, asciugandosi
le mani sudate nella gonna dell’abito. Poi la contessa posò un ultimo sguardo
su di lei. – La signora Matilde, la nostra governante, si occuperà di voi.
Eseguirete i suoi ordini alla lettera, avete capito?
Sara annuì di nuovo. – Sì, signora.
La contessa le rivolse un sorriso tirato.
– Bene. Potete andare, ora.
Capì che avrebbe dovuto seguire la signora
Matilde e attese che si avviasse, prima di uscire e richiudere la porta alle
sue spalle. Il suo stomaco brontolò per la fame, ma lo ignorò. Avrebbe mangiato
più tardi. Forse avrebbe scoperto dove si trovava la cucina, dopotutto.
mercoledì 27 aprile 2016
OLTRE I CONFINI DEL TEMPO - QUINTA PUNTATA
CAPITOLO 5
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E
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ra
strabiliato. Non solo quella ragazza si era intrufolata nel suo studio,
chiedendo un bicchiere di brandy come se fosse stata un suo compagno di bevute.
Adesso si era messa in testa di farlo impazzire di desiderio?
Se ne stava seduta in maniera scomposta
sulla sua poltrona, le gonne
sollevate abbastanza da lasciargli intravvedere le caviglie sottili e il seno
che sporgeva dalla scollatura dell’abito in maniera indecente.
E aveva appena detto che fornicare faceva
bene alla salute!
Cominciò a sudare, incapace di distogliere
gli occhi da quella visione celestiale. Quasi senza rendersene conto si alzò,
accorciando la distanza fra loro. Sara lo studiava da sotto le ciglia
leggermente abbassate, le dolci labbra atteggiate a un’espressione di sincero
stupore.
– Beh, cosa ho detto di strano? – chiese,
alzandosi in piedi a sua volta.
Incapace di resistere alla tentazione,
Giulio la afferrò e le cercò le labbra. Fu sopraffatto dal suo profumo, un
aroma floreale che gli fece venire l’acquolina. Dapprima la sentì irrigidirsi
contro il proprio petto, ma quando le mordicchiò il labbro inferiore si
rilassò. Aprì la bocca, permettendo alla sua lingua di entrare con irruenza.
Era eccitato. Le mani di Sara si aggrapparono alla sua schiena e lui provò il
desiderio di stringersi maggiormente a lei. Voleva bere il suo respiro,
aspirare il suo odore… possederla.
Poi tornò alla realtà e fece un passo
indietro. – Dannazione! – Non avrebbe dovuto baciarla in quel modo. Cosa gli
era preso? Era diventato uno sbarbatello privo di autocontrollo? Con il respiro
ansante e il cuore che gli palpitava nel petto, le lanciò uno sguardo timoroso.
– Mi hai baciata – fece lei, rompendo il
silenzio. Non sembrava incollerita o sconvolta. Nei suoi occhi leggeva solo
stupore.
Deglutì. – Non puoi provocare a tal punto
un uomo e pretendere che stia lontano da te. Ricordatelo, in futuro.
– Io ti avrei provocato?
I suoi occhi sembravano fiamme
incandescenti. Adesso era irritata. Poteva percepire il suo sdegno dalla linea
tesa della mascella.
– Oseresti negarlo? Vieni qui, ti sollevi
le gonne a mostrare le tue deliziose caviglie e…
– Le mie deliziose caviglie? – Sara rise di gusto, gli occhi spalancati. – Non vorrai
dirmi che le mie caviglie ti eccitano!
Giulio si sforzò di tornare a respirare
regolarmente. Aveva smesso di farlo non appena aveva posato le labbra sulle
sue. – Qualsiasi cosa di te mi eccita, dannazione!
Sara gli puntò un dito contro il petto,
l’espressione corrucciata. – Beh, se sei infoiato vedi di fartela passare e non
dare la colpa a me!
– Vorrei farti notare che anche tu hai
ricambiato il mio bacio.
Lei incrociò le braccia sul petto, il viso
che si tingeva di rosso come il sole al tramonto. – Mi hai colta alla sprovvista
– si giustificò. – Non puoi infilarmi la lingua in bocca e… oh, al diavolo! Sei
un vero bastardo!
Giulio non riusciva a crederci. Quella
ragazza imprecava sul serio come uno scaricatore di porto! Non aveva mai
sentito una donna usare un simile linguaggio, nemmeno nei postriboli più
malfamati di Taranto. E quella non doveva essere neppure la prima volta che
veniva baciata in quel modo. Non gli era parsa spaventata da quell’intrusione.
Anzi, aveva dischiuso le labbra e accolto la sua lingua famelica come se fosse
stata esperta nell’arte del baciare.
E chiaramente lo era.
Diamine, era riuscita a fargli perdere
totalmente l’uso della ragione con quel bacio. Cosa che neppure donne ben più
esperte di lei erano mai riuscite a fare. Il solo pensiero lo irritò. Chi le
aveva insegnato a baciare così? Non avrebbe dovuto importargli, eppure lo
avrebbe volentieri preso a calci. Immerso nei suoi pensieri omicidi, quasi non
si avvide che Sara si era avvicinata alla porta.
Fu la sua voce a riscuoterlo. – Spero che
non accada più. Nonostante in questa casa tutti pensino il contrario, non nutro
interesse nei tuoi confronti. È chiaro?
Giulio esitò. Cosa diavolo intendeva dire?
Chi pensava che lei potesse avere delle mire su di lui?
– Non potrei essere più d’accordo. Neppure
io ho un particolare interesse nei tuoi confronti. La mia è stata pura
lussuria.
Sara si fermò per lanciargli un’ultima occhiata
assassina. – Fottiti! – rispose, prima di varcare la porta.
Nel caso in cui avesse avuto dei dubbi sul
fatto che lei non fosse stata educata come una fanciulla della buona società,
con quell’ultima parola li aveva fugati tutti. Decisamente.
Suo malgrado, una risatina gli uscì dalle
labbra tese.
*
* * * * * * * * *
Sara
era confusa. Il suo cuore batteva come le ali di un uccellino spaventato. Lo
sentiva nelle costole, persino nella gola. Avrebbe voluto negare che quel bacio
l’aveva sconvolta, ma sarebbe stato come mentire a se stessa. Nemmeno Mario era
mai riuscito a causarle un tumulto simile. I suoi baci erano stati dolci,
rassicuranti. Giulio invece era stato passionale e irruente. Irresistibile.
Sara,
levatelo dalla testa!
Ci mancava che si innamorasse di lui. Di
un uomo irritante, maschilista, ladro e per di più appartenente a un’altra
epoca. Mai fra due persone erano esistite distanze più incolmabili. Era
semplicemente impossibile.
Entrò correndo nella propria stanza e
richiuse la porta alle sue spalle, appoggiandovisi con la schiena, nel
tentativo di calmare i battiti impazziti del proprio cuore. Aveva le guance in
fiamme, non sapeva se di piacere o indignazione.
Borbottando frasi senza senso, si avvicinò
all’armadio dove erano state riposte le sue cose. Aprì l’anta di scatto,
facendola cigolare, e afferrò il suo zaino per deporlo sul letto a baldacchino.
Furiosa con se stessa per aver ricambiato il bacio di Giulio, tirò fuori il
proprio spazzolino da denti e il dentifricio. Gli occhi le bruciavano e
all’improvviso si rese conto che non sarebbe riuscita a trattenere le lacrime.
Da quando era cominciata quell’avventura
non aveva mai ceduto al pianto. Non ne aveva avuto il tempo. Tutto era accaduto
così velocemente: l’incontro con Giulio, la notte trascorsa nel capanno di
caccia, stretta fra le sue braccia, e infine il viaggio verso Taranto. Quando
era giunta in quella casa si era sentita sollevata, solo per il fatto di avere
un tetto sopra la testa e poter fare un bel bagno caldo. Ma ora tutta la
drammaticità di quella situazione la investì come un uragano: si trovava sola, in un mondo a lei sconosciuto, senza la minima
idea di come fare a ritrovare la strada di casa.
E Giulio era il suo unico punto di
riferimento. Che lo volesse o no, aveva bisogno di lui. Eppure era terrorizzata
da ciò che provava in sua compagnia. Emozioni talmente intense da fermare il
respiro e che la facevano sentire vulnerabile.
Si asciugò le lacrime con un gesto
rabbioso. Piangere non l’avrebbe aiutata. Doveva essere forte, escogitare un
piano. Ma più ci pensava, meno aveva le idee chiare. Alla fine prese spazzolino
e dentifricio, avvicinandosi a una bacinella posata su un piccolo tavolo
rotondo, accanto al letto. Vi versò l’acqua contenuta in una brocca e cominciò
a lavarsi i denti, con gesti meccanici. Poi si deterse il viso, cercando di
lavare via le lacrime e il rossore che si era formato attorno agli occhi.
Ci avrebbe pensato l’indomani, dopo una
notte di riposo. Come diceva Rossella O’Hara in Via col vento, domani è un
altro giorno. Si sforzò di crederci.
La parte più difficile fu togliersi
l’abito che era stata costretta a indossare dopo il bagno. Era chiuso con una
marea di minuscoli bottoncini dietro la schiena e sotto l’abito i lacci del
corsetto rendevano l’impresa ancora più complicata. Ora capiva perché le dame
di un tempo avevano sempre una cameriera che le aiutava a svestirsi! Ma lei non
voleva ricorrere all’aiuto di nessuno. Se l’era sempre cavata da sola, anche
nelle difficoltà. Doveva solo ingegnarsi.
Quando finalmente riuscì a uscire da
quell’insopportabile vestito si sentì come rinascere. Adesso poteva riprendere
a respirare normalmente, senza sentire la gabbia toracica compressa da quell’orrendo
bustino.
Rabbrividì. Nonostante nel camino ardesse
un bel fuoco, sentì il freddo aggredirle la pelle nuda. Si affrettò ad
afferrare la camicia da notte di lino che le era stata lasciata sul letto e la
indossò. Poi si mise sotto le coperte, rilassandosi per il tepore che la
avvolse subito dopo.
La stanza era rischiarata da una lampada a
olio, situata sul suo comodino. Per un attimo pensò di tenerla accesa tutta la
notte, ma non era una buona idea. Se fosse caduta mentre lei era addormentata, causando
un incendio? Gli incendi erano piuttosto frequenti in quell’epoca.
Sospirò e la spense, ritrovandosi nel buio
più totale. Le tende erano state tirate e non entrava il minimo spiraglio di
luce dall’esterno. In compenso sembrava che la casa fosse invasa dai rumori:
scricchiolii, passi… le parve di sentire persino dei flebili lamenti.
Tremò, rannicchiandosi maggiormente sotto
le coperte. Infine la stanchezza si impadronì di lei.
domenica 17 aprile 2016
OLTRE I CONFINI DEL TEMPO - QUARTA PUNTATA
CAPITOLO 4
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Q
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uando
la rivide per la cena Giulio stentò a riconoscerla. Era stata lavata, vestita e
acconciata secondo la moda del momento. Era un incanto. Indossava un abito di
mussola color indaco, che ben si adattava al colore dei suoi occhi. I capelli
le erano stati acconciati sopra la nuca, ma qualche ricciolo ribelle le ricadeva
sulla fronte e sul viso, donandole un aspetto sbarazzino che lui trovava
adorabile.
Inevitabilmente il suo sguardo scese verso
la scollatura che metteva in mostra la pelle delicata del collo e il seno
generoso. Deglutì, alzandosi in piedi e salutandola con un cenno del capo.
– Siete davvero incantevole – disse, dopo
essersi schiarito la voce. Cos’era quell’emozione che sentiva nel petto?
Ammirazione? Lussuria? Era confuso.
Sara si mosse in fretta verso la tavola
apparecchiata, le labbra carnose strette in un piccolo broncio. Lui le scostò
la sedia, secondo i dettami del bon ton,
e attese che si accomodasse prima di tornare a sedersi a sua volta.
Lei si protese verso di lui. – Questo
abito è terribilmente scomodo – sussurrò, gli occhi che mandavano lampi di
irritazione. – Sono stata costretta a indossare un bustino che non mi permette
neppure di respirare. Rivoglio i miei vestiti. All’istante.
Giulio sorrise. Quella creatura era
adorabile. Non aveva mai incontrato una donna che lo divertisse e ammaliasse
allo stesso tempo. – Credo che mia madre li abbia fatti lavare, ma prometto che
ti verranno restituiti. A ogni modo, prima non scherzavo: sei bellissima,
scomodità a parte.
La contessa madre, seduta all’altra
estremità del tavolo, tossicchiò, portandosi il tovagliolo alla bocca. – Non è
educato bisbigliare a tavola!
Immediatamente entrambi si scusarono e i
lacchè cominciarono a servire. Durante la cena dominò il silenzio. Giulio era
dannatamente consapevole dello sguardo accusatorio di sua madre e preferì ignorarlo,
piuttosto che avviare una discussione spiacevole che avrebbe messo la sua
ospite in imbarazzo. Si propose, tuttavia, di parlare con lei più tardi.
Tornò a studiare l’elegante figura di Sara
che stava portando la forchetta alla bocca. Era affamato, eppure non riusciva a
concentrarsi sul cibo che aveva nel piatto. I suoi occhi erano calamitati da
quella giovane donna e dalle sue adorabili labbra. Dannazione, avrebbe voluto
baciarle, morderle… persino succhiarle fino a strapparle gemiti di piacere. Era
forse impazzito?
La vide portare alla bocca un pezzo di
fagiano arrosto e quasi gli sfuggì un ansito. – Trovate il cibo di vostro
gusto? – chiese per distogliere l’attenzione da quelle labbra.
Lei sollevò lo sguardo. – Oh, sì. È tutto
molto buono, ma non credo che riuscirò a mangiare qualcos’altro. Sono decisamente
sazia.
– Ma ci sono ancora altre tre portate! –
si intromise la contessa madre, lanciandole un’occhiata di sdegno.
Sara sgranò gli occhi, com’era solita fare
quando qualcosa la sorprendeva. – Altre tre? Ma abbiamo già mangiato una zuppa
di porri, prosciutto in gelatina, un pasticcio di carne e ora il fagiano
arrosto! Cos’altro prevede il menù?
Giulio era indiscutibilmente divertito.
Osservò la madre posare cauta la forchetta sul tavolo e portarsi nuovamente il
tovagliolo alla bocca. – Ho fatto preparare carciofi alla Bariguole, aspic alla
dominicana e una bavarese alle fragole. È solo una cena leggera, non capisco di
cosa vi lamentiate.
La loro ospite pareva sul serio
sbalordita. – E questa la definite una cena leggera?
Il menù di un pranzo natalizio prevede
meno portate! Non avete paura di diventare dei barili, abbuffandovi in questo
modo?
– Prego? – La voce della madre era
diventata insopportabilmente acuta. Il che significava che era sull’orlo di una
crisi di nervi. Evidentemente a Sara non erano state insegnate le regole dell’etichetta:
mai criticare la scelta dei menù in presenza della padrona di casa!
Sorrise. – Temete di diventare grassa e
brutta, Sara? Permettetemi di rassicurarvi, il vostro corpicino è adorabile.
Invece si sentirsi lusingata per il
complimento, lei lo incenerì con lo sguardo. – Per forza! Faccio molta
attenzione a quello che mangio. Ma voi non mangiate sempre così, vero?
Giulio stavolta si lasciò sfuggire
un’aperta risata. – Certo che no. Se diamo un ricevimento le portate aumentano
considerevolmente. E, a proposito di pranzi natalizi, il nostro prevedeva ben cinque
entrate, quattro antipasti, tre primi piatti con altrettanti contorni e quattro
dolci.
Sara rimase a bocca aperta per un
interminabile attimo. – Alla faccia del colesterolo e dei trigliceridi! Non
avete intenzione di campare a lungo, vero?
Giulio era perplesso. Cosa aveva detto? –
Temo di non seguirvi. Talvolta parlate in una lingua che a me sembra del tutto
sconosciuta.
La vide agitare una mano per aria. – Non
ha importanza. Andiamo avanti con la cena. Non sia mai che a causa mia siate
costretti ad andare a dormire a stomaco vuoto!
Giulio si sforzò di non badare al suo tono
ironico e lo stesso fece sua madre. Ma di sicuro lei non le avrebbe perdonato
quella stoccata. Era una donna estremamente rigida e rancorosa.
*
* * * * * * * * *
Sara
si appoggiò allo schienale della sedia, gli occhi pesanti per il troppo cibo e
la stanchezza. La cena era durata quasi tre ore! E a sentir loro era una cena normale, come quella di tutte le altre
sere.
Le veniva da vomitare.
Sollevò uno sguardo stremato su Giulio che
si stava alzando. Era l’ora! Fece per seguirlo, ma la voce stridula della
contessa madre la bloccò. – Desidero scambiare due parole con voi, Sara. Così
mio figlio sarà libero di ritirarsi nel suo studio per bere il suo solito
brandy, prima di raggiungerci nella sala della musica.
Sala
della musica?
Volevano torturarla? In realtà lei sognava
di buttarsi sul letto e dormire fino a tarda mattina. E prima, avrebbe bevuto
volentieri anche lei un bicchierino di qualcosa di forte come digestivo. Non
era carino che nessuno si fosse premurato di offrirgliene. Forse si erano
offesi perché aveva criticato le loro abitudini alimentari.
Trattenne a forza uno sbadiglio. – Come
desiderate, contessa.
Accompagnò con lo sguardo Giulio che, dopo
essersi congedato, uscì dalla stanza. Gliel’avrebbe fatta pagare per averla
lasciata sola con quell’arpia, questo era certo! Poi tornò a fissare quella
donna arcigna, vestita di nero. Sembrava una cornacchia.
– Desidero informarvi che se avete delle
mire su mio figlio, sarebbe meglio per voi lasciar perdere – disse l’arpia.
Sara aggrottò la fronte. – Mire di che
genere?
La contessa sbuffò, tirando fuori da non
so dove un ventaglio – nero anch’esso – e cominciando a sventolarlo con foga. –
Mire matrimoniali, che altro?
Lei restò di nuovo a bocca aperta. Quella
donna doveva essere completamente pazza. Lei e Giulio si conoscevano da appena
due giorni!
– A parte il fatto che sono un po’ troppo
giovane per sposarmi – le rispose, stringendo convulsamente fra le dita il
tovagliolo. – Dubito che sceglierei come consorte vostro figlio. Non so
praticamente nulla di lui.
La donna aggrottò la fronte, studiandola.
– Quanti anni avete?
– Diciotto, signora contessa.
– Allora non siete affatto troppo giovane.
Avete l’età perfetta per essere presentata in società.
Sara la fissò, cauta. – Non voglio essere
presentata a nessuno, signora. Sul serio, non desidero sposarmi adesso.
L’arpia cominciò a giocherellare con le
posate. Pareva nervosa. – E cosa contate di fare della vostra vita? A quanto mi
sembra di capire siete sola al mondo, senza un tutore e senza mezzi di
sostentamento. Sbaglio, forse?
Non sapeva dove volesse arrivare, ma quel
discorso non le piaceva. Avrebbe voluto dirle che aveva una famiglia che
l’amava e attendeva con ansia il suo ritorno, ma non era esatto. Lì, in quel
tempo e quel luogo era realmente sola
e senza mezzi di sostentamento. Un brivido le scese lungo la schiena. – Non
sbagliate, no.
– Ebbene, se in quella vostra testolina
vi siete messa in testa di incastrare mio figlio per farvi sposare e mantenere,
sappiate che non ve lo permetterò nella maniera più assoluta. Farò qualsiasi
cosa in mio potere pur di impedirvelo, mi avete capito bene?
Sara era furiosa. Come si permetteva? Si
alzò di scatto, facendo quasi rovesciare la sedia. – Vi ho già detto che non
desidero sposare vostro figlio. Siete sorda, per caso?
La donna trasalì. Evidentemente non era
abituata a un linguaggio tanto schietto, ma lei non se ne curò. Era stata
oltremodo offensiva con quella storia delle mire matrimoniali e via dicendo. Ci
mancava che l’accusasse di essere una escort in cerca di un protettore!
– E ora vi prego di scusarmi – disse,
avviandosi verso la porta. – Sono molto stanca.
*
* * * * * * * * *
Invece
di salire al piano di sopra, dove le era stata preparata una stanza, Sara
chiese a uno dei servi dove fosse lo studio del conte. Non sapeva se raccontargli
delle farneticazioni di sua madre, ma non se la sentiva di ritirarsi per la
notte con la cena sullo stomaco. Decisamente aveva bisogno di un digestivo.
Bussò alla porta e attese che lui la
invitasse a entrare. Quindi infilò la testa all’interno.
– Disturbo? – chiese, cercandolo con lo
sguardo. Era sprofondato su una poltrona, con un bicchiere in una mano e l’aria
meditabonda.
Vedendola, si alzò di scatto. – Prego,
accomodati. È accaduto qualcosa di spiacevole? Mia madre ti ha aggredita o
rimproverata o…
Lei entrò nella stanza, chiudendo la porta
alle sue spalle. – Non desidero parlare di tua madre. Posso avere qualcosa di
forte da bere? Un brandy andrà benissimo.
Giulio la osservò come se avesse appena
detto una cosa indecente. – Vuoi un brandy?
– Beh, non è quello che stai bevendo tu?
– Certo. Ma io sono un uomo.
Sara roteò gli occhi. Di nuovo con quella
storia del maschilismo. Non ne poteva più. – Sono abituata agli alcolici e non
mi sentirò male, se è questo che temi.
In realtà si era anche sbronzata una volta
o due, in compagnia dei suoi amici. Ma non lo disse. Aveva la sensazione che un
uomo di quell’epoca non potesse capire. Si limitò a prendere il bicchiere che
lui le porgeva e si accomodò a sua volta su una poltrona, piegando le gambe in
modo da rannicchiarcisi sopra. Con tutte quelle sottane fu un po’ difficile, ma
alla fine riuscì a trovare una posizione sufficientemente comoda.
Giulio intanto la fissava coi suoi occhi
da predatore. – Non credo che trovarci da soli in questa stanza, a bere, possa
giovare alla tua reputazione. Se mia madre lo scoprisse andrebbe su tutte le
furie.
Sara scrollò le spalle. – Oh, non ho dubbi
in proposito. Penserebbe che io voglia sedurti.
– Di solito è il contrario.
– Come?
Giulio si portò il bicchiere di brandy
alle labbra, senza distogliere lo sguardo da lei. – Di solito si è portati a
credere che sia l’uomo a voler sedurre la donna.
Sara rise. – Beh, non tua madre. Credimi,
è terrorizzata all’idea che io ti irretisca.
– Prego?
Con una sorsata Giulio finì di svuotare il
proprio bicchiere e lo posò su un tavolino rotondo, alla sua destra. Poi
allungò le lunghe gambe muscolose, alla ricerca di una posizione più comoda.
Sara era, suo malgrado, affascinata da lui. Bevve un po’ del suo brandy mentre
Giulio tirava fuori da una tasca un sigaro, accendendolo con studiata lentezza.
– Non dovresti fumare, sai? È dannoso alla
salute.
Lui inarcò un sopracciglio, in un gesto
che le era ormai familiare. – Questo dove l’hai sentito dire?
– Lo so e basta.
Giulio ignorò il suo avvertimento e prese
una boccata di fumo, gli occhi sempre fissi su di lei. – Sembri ossessionata
dalla salute. Il troppo cibo, il fumo… c’è qualcosa di piacevole che secondo te
non faccia male?
Lei ci pensò su un istante e sorrise. – Il
sesso, per esempio. Si dice che quello faccia benissimo.
Giulio cominciò a tossire. Aveva le
lacrime agli occhi e dovette mettere da parte il sigaro. Quando si fu ripreso,
le lanciò un’occhiata talmente penetrante che Sara sentì le farfalle nello
stomaco. – Ti stai addentrando in un terreno pericoloso, Sara. Vuoi provocarmi?
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