Toyboy - Teaser

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domenica 3 aprile 2016

OLTRE I CONFINI DEL TEMPO - SECONDA PUNTATA

CAPITOLO 2


L
a ragazza fissò Nerone con stupore e fece un passo indietro.
– Avanti, sali – la spronò Giulio, sperando di sembrare sufficientemente minaccioso. – Come ti ho spiegato, ho una certa fretta.
     – Tu sei pazzo! Non sono mai salita su un cavallo e non ho intenzione di cominciare adesso.
     La vide saettare lo sguardo da lui allo stallone e indietreggiare ancora. Pareva terrorizzata. – Non sei mai salita su un cavallo?
     – No.
     Giulio era perplesso. Sbuffò, infilando la pistola nella propria cintura, e mosse un passo verso di lei. In un attimo l’aveva afferrata e sollevata per metterla in sella. Nel farlo, la sua mano scivolò inavvertitamente sotto la camicia di Sara.
     Maledizione!
     Quella ragazza lo turbava profondamente. Anche prima aveva dovuto ritrarsi all’improvviso da lei o avrebbe finito per prenderla lì, sulla nuda terra.
     Trattenne il respiro, sforzandosi di mantenere il controllo. Una fastidiosa erezione gli premeva contro i calzoni, ma non aveva intenzione di soddisfare le proprie voglie. Non con i gendarmi alle costole e una femmina recalcitrante che gli avrebbe procurato solo guai.
     Montò in sella dietro di lei e tenne ben salde le redini mentre partivano al galoppo. Sara lanciò un urlo e cominciò a tremare, afferrandosi alla criniera del cavallo.
     Non andava affatto bene.
     – Ehi, ragazza… così lo spaventi.
     – In realtà è lui a terrorizzare me. Dove diavolo mi devo tenere?
     Giulio stentava a crederci. La stessa persona che prima si era mostrata così coraggiosa e lo aveva sfidato, nonostante il fatto che fosse armato, ora si agitava per un semplice cavallo.
     Cercò di parlarle con calma, abbassando il tono di voce. – Ti tengo io, non preoccuparti. Tu rilassati e appoggiati contro di me. Ecco, così. Brava.
     A dire il vero, forse non era stata una buona idea. Adesso la ragazza premeva il fondoschiena contro i suoi lombi, aumentando la sua frustrazione sessuale.
     Giulio si lasciò sfuggire tra i denti un’imprecazione. – Non ci sono cavalli a Firenze? – le chiese per cercare di deviare i propri pensieri verso qualcosa che non fosse la sua pelle morbida e profumata. Erano talmente vicini che si sentiva letteralmente avvolto dal suo intrigante profumo.
Diamine, lo aveva anche nei capelli!
     – Nei maneggi, forse – rispose Sara. – Ma io non sono una patita dell’equitazione. Preferisco tirare di scherma.
     Giulio era sempre più sconcertato. – Tirare di scherma? Fammi capire: vesti come un uomo, sai maneggiare un fioretto, ma non hai mai montato un cavallo?



     Sara si irrigidì e lui fu consapevole di ogni muscolo del suo corpo che si tendeva. – Innanzitutto io non vesto come un uomo. E comunque sì, tiro di scherma, ma non amo i cavalli. Sono due sport differenti dopotutto.
     – Sport? Che significa?
     Lei sbuffò, ignorando la domanda. Giulio si chiese cosa stesse pensando in quel momento la sua bella testolina. La vide guardarsi intorno, come se vedesse quei posti per la prima volta. Come se ne fosse turbata… il che non aveva senso.
     Abbassò ulteriormente il tono di voce, riducendolo a un sussurro roco. – Se vuoi posso insegnarti io a montare – E non si riferiva propriamente ai cavalli.
     Lei parve afferrare il doppio senso e lo guardò in tralice. – Grazie per l’offerta, ma non sono interessata. Non sei il mio tipo.
     Era sveglia, su questo non vi erano dubbi. La maggior parte delle signorine di buona famiglia non avrebbe colto il significato nascosto della sua frase. E, se lo avesse fatto, avrebbe gridato allo scandalo e, nel migliore dei casi, sarebbe svenuta.
     – Sei un’eterna contraddizione – esclamò Giulio, divertito. – Ancora non ho capito chi tu sia e a quale classe sociale appartenga. Sei istruita, questo è chiaro. E i tuoi abiti, per quanto bizzarri, sono di ottima fattura come gli stivali. Eppure mostri una disinvoltura che le fanciulle della buona società non possiedono.
     Nerone nitrì, come se volesse dargli ragione. Giulio lo spronò per farlo andare più veloce.
     – Non capisco a cosa tu ti riferisca – rispose Sara, la voce leggermente tremula. – Io sono una ragazza normale. Sei tu quello strano.
     Giulio rise. – Credimi, mi hanno definito in molti modi, ma mai nessuno ha detto di me che sono strano.
     La ragazza si agitò sulla sella facendo innervosire il cavallo e anche lui.
     Dannazione. Quanto sarebbe durata quella sofferenza? Desiderava, anzi bramava, il corpo nudo di Sara sotto di lui. Beh, non necessariamente. Anche averla sopra poteva avere i suoi vantaggi.
     Imprecò di nuovo fra sé cercando di calmare Nerone. Ormai mancava poco alla loro destinazione. Si augurò di trovare presto il sollievo a cui anelava.

* * * * * * * * * *

Sara era sempre più tesa. C’era qualcosa che non quadrava. Come mai non si vedevano auto o strade asfaltate? E perché Giulio, nonostante la fretta e la paura di essere arrestato, non si era procurato un mezzo più veloce di uno stupido cavallo?
     Per non parlare dei suoi vestiti antiquati e della sua pistola da museo.
     Un dubbio si insinuò con prepotenza nella sua mente. Cercò di scacciarlo, ma si faceva sempre più insistente.
     – Giulio, sai dirmi che giorno è oggi? – chiese con finta innocenza, il cuore che le batteva nelle costole.
     Lui tirò le redini, facendo fermare Nerone davanti a un capanno immerso nella campagna. Il suo sguardo incredulo si posò su di lei. – Prego?
     – Credo di aver perso il senso del tempo. Prima ho battuto la testa, ricordi? Non rammento più la data di oggi.
     Giulio la fissò diffidente. – È il 5 maggio.
     Sara ingoiò la propria saliva, facendosi sempre più nervosa. Come faceva a chiedere di quale anno, senza sembrare una pazza?



     Le venne un’idea. – Pensa un po’. L’anniversario della morte di Napoleone!
     Lui la fissò come se avesse appena pronunciato un’eresia.
     Ti prego, fa che sappia chi è Napoleone!
     – Se ti riferisci all’imperatore dei francesi, mi duole informarti che è ancora vivo e vegeto. Anche se penso che siano in molti a desiderarne la morte.
     Sara quasi si strozzò. Cominciò a tossire, fino a diventare paonazza. Aveva detto che Napoleone era ancora in vita? Questo significava che aveva fatto un viaggio nel tempo e si trovava prima del 1821?
     – Ehi, ragazza… che diavolo ti prende? – La voce di Giulio le parve venire da molto lontano. Per un istante desiderò che quello fosse solo un incubo dal quale si sarebbe svegliata. Ma quando la tosse si calmò e riaprì gli occhi, quell’uomo bizzarro era ancora davanti a lei, la fronte aggrottata e un’aria perplessa dipinta in faccia.
     Un fastidioso sudore freddo le penetrò nelle ossa mentre veniva assalita dalla nausea.
     – Credo di essere sul punto di svenire – disse, la voce ridotta a un sussurro. Giulio la afferrò, per impedirle di cadere dal cavallo.
     Poi fu tutto buio.

* * * * * * * * * *

Quando riaprì gli occhi Sara si sentiva ancora intontita. Sbatté le palpebre, prima di mettere a fuoco
le immagini intorno a sé. Si trovava in una casupola di legno, dalla cui unica finestra filtrava la luce rossastra del tramonto. Non aveva idea di quanto tempo fosse rimasta priva di sensi, ma appariva evidente che la giornata stava volgendo al termine.
D’istinto si volse, cercando con lo sguardo il tizio che l’aveva rapita. Si trovava accucciato a poca distanza da lei, intento a ravvivare un fuoco improvvisato in un piccolo camino di pietra.
     – Dove ci troviamo? – chiese con un filo di voce. I suoi occhi ci misero un po’ ad abituarsi alla penombra che la circondava. In quella capanna l’unica fonte di illuminazione era proprio il fuoco che ardeva nel camino.
     All’improvviso le tornò in mente la gravità della situazione. O quello che l’accompagnava era un pazzo, oppure si trovava davvero in un’altra epoca, senza avere la minima idea di come ritornare indietro.
     Giulio si voltò a guardarla. – Qui siamo al sicuro. È un capanno che veniva usato per la caccia, ma che è inutilizzato da tempo. Vi trascorreremo la notte e ripartiremo domani all’alba.
     La prospettiva non era affatto allettante. Si mise a sedere, accorgendosi solo in quell’istante che era stata deposta su un materasso di paglia su cui giaceva una coperta logora.
     Arricciò il naso e la risatina divertita di Giulio quasi la irritò. – Che hai da ridere?
     – Credimi, la tua espressione è esilarante. Mi spiace non poterti offrire una sistemazione migliore, ragazza. Per questa volta dovrai accontentarti.
     Il suo sequestratore si alzò e si mosse nella sua direzione. – Allora, come ti senti? Hai avuto un mancamento. Per poco non mi veniva un colpo quando ti ho vista crollare come un sacco di patate. Sono riuscito ad afferrarti giusto in tempo, prima che ruzzolassi giù dalla sella.
     Lei lo fissò incerta. – Beh, grazie per esserti preso il disturbo.
     – È stato un piacere.
     Il suo sguardo era penetrante. Sara si chiese se si fosse limitato a sorreggerla o se ne avesse approfittato per allungare le mani. Decise di non pensarci, perché solo l’idea la faceva avvampare.
     – Cosa intendi farne di me? – chiese, invece. Aveva la sensazione che non si sarebbe liberata facilmente di quel ladro. E anche se vi fosse riuscita, dove poteva andare? Se si trovava realmente in un altro tempo, non avrebbe saputo a chi rivolgersi per chiedere aiuto.
     Giulio si sedette sul letto di paglia, al suo fianco, e lei dovette scansarsi per evitare che la sua coscia muscolosa sfiorasse la propria. Si sentiva particolarmente consapevole della vicinanza di quell’uomo e questo la metteva a disagio. Lui la guardava come se indosso avesse avuto solo la biancheria intima!
     Lo vide aggrottare la fronte, pensieroso. – Ancora non ho deciso.
     Le rivolse un’altra intensa occhiata e Sara provò un brivido che non aveva niente a che fare con la temperatura all’interno di quella casupola.
     – Sto morendo di fame – disse, per rompere il silenzio. – E tu?
     Giulio scrollò le spalle. – Sono abituato a restare un’intera giornata senza mettere qualcosa sotto i denti – Si alzò, andando a frugare in una sacca che aveva lasciato in un angolo, accanto alla sella. Poi si voltò nuovamente verso di lei. – Mi spiace, ma non ho cibo con me. Tutto quello che ho da offrirti è un po’ d’acqua.
     Le porse una vecchia borraccia che lei rifiutò. – Non preoccuparti. Ho dei panini nel mio zaino – Lo cercò con lo sguardo, trovandolo sul pavimento proprio sotto di lei. Dopo averlo sollevato e aperto, tirò fuori due panini, foderati nella carta stagnola. – Ecco qui. Ne ho uno al prosciutto e uno al formaggio. Quale preferisci?
     Giulio sgranò gli occhi. – Che diavoleria è quella cosa?
     Sara impiegò un istante a capire che si riferiva alla stagnola. – Ehm, è solo un involucro per conservarli meglio – Li scartò in fretta e furia e gliene porse uno. Lui l’afferrò esitante, quasi temesse che volesse avvelenarlo.
     Lei roteò gli occhi. – Coraggio, mangia. Ti assicuro che sono buoni.
     Per incoraggiarlo scartò il proprio panino e lo addentò. Con la fame che aveva ne avrebbe mangiati anche dieci di fila, ma si sarebbe accontentata di quell’unico che le era rimasto. D’altra parte non poteva sfamarsi senza dividere il proprio cibo con lui. Era un ladro e un sequestratore, ma le era stato insegnato a essere gentile col prossimo e non sarebbe stato affatto carino nutrire solo se stessa.
     Finalmente anche Giulio si decise a prenderne un boccone. Masticò voracemente e le rivolse un sorriso di gratitudine che le riscaldò il cuore. Era bello quando sorrideva. Incredibilmente bello.
     – È davvero buono. Sei sicura di non volere un po’ d’acqua? Ti aiuterà a mandarlo giù meglio.
     Sara tentennò. All’idea di bere da quella borraccia le veniva la nausea. Ma non poteva tirare fuori la sua bottiglietta di plastica. Aveva già avuto problemi a spiegare la carta stagnola.
     Inarcò un sopracciglio. – Sei sicuro che si possa bere?
     – Certo. L’ho riempita prima, al fiume.
     Come sospettava. Sarebbe stato troppo pretendere dell’acqua minerale come si deve? Decise tuttavia di accontentarsi e afferrò la borraccia. Aveva la gola talmente secca che il primo sorso le parve la cosa più divina che avesse mai assaggiato. Forse l’acqua del fiume non era poi così male.
     Solo dopo essersi dissetata per bene gliela restituì lasciando che bevesse a sua volta. – Ehm… io dovrei andare in bagno – disse, infine. Era da parecchie ore che non svuotava la vescica e non ne poteva proprio più.
     Giulio la fissò di nuovo con una vena di perplessità. – Vuoi fare un bagno? Adesso?
     – No, non fare un bagno… andare in bagno!
     Si accorse che lui non riusciva a capirla dalla sua fronte aggrottata. A volte le pareva che parlassero due lingue completamente differenti. Si grattò la testa alla ricerca di un’illuminazione. – Ehm, usare la latrina? Così è più chiaro?
     Giulio rise piano. – Non penserai che ci sia una latrina in un capanno per la caccia? Sua signoria dovrà accontentarsi di urinare all’aperto.
     Con suo grande sgomento, indicò la porta. Sara annuì, incerta se mettersi a piangere od ostentare indifferenza. Non si poteva beneficiare neppure di un cesso da quelle parti? Che sciagura!
     Si alzò con gambe tremanti, subito imitata dal suo sequestratore. – Ehi, cosa hai intenzione di fare? – Gli rivolse un’occhiata piena di sdegno. – Non ho bisogno della balia. Sono in grado di fare da sola.
     Lui rise di nuovo. – Non ho dubbi. Ma non voglio correre il rischio che tu te la dia a gambe levate, approfittando della situazione. Non sono un ingenuo. Quindi, ti scorterò fuori. Che tu voglia o no.
     Merda.
     Esisteva qualcosa di più imbarazzante che calarsi le braghe di fronte a uno sconosciuto?
     Il respiro le morì in gola mentre uscivano all’aria aperta. Le parve addirittura che le gambe le fossero diventate di piombo. – Non è affatto da gentiluomini però…–  si lamentò, gli occhi che sprigionavano lampi di indignazione.
     – Taci e cammina. Laggiù ci sono dei cespugli. Puoi fare lì i tuoi bisogni, io resterò a distanza di sicurezza.
     – Giurami che non guarderai.
     Lui inarcò un sopracciglio. – Lo giuro. Va bene così?
     Sara si avviò. Ormai era sceso il buio e l’aria era diventata più fresca. Rabbrividì, anche se non era certa che fosse a causa della temperatura esterna. Prima di nascondersi dietro al cespuglio lanciò a Giulio un’ultima occhiata ammonitrice. – Se sbirci ti taglio le palle.

     La sua risata risuonò nel vento e Sara alzò il dito medio. Non sapeva se in quell’epoca quel gesto avesse lo stesso significato che aveva nella sua, ma non le importò.

giovedì 31 marzo 2016

OLTRE I CONFINI DEL TEMPO - PRIMA PUNTATA

CAPITOLO 1


Francavilla Fontana, maggio 2013

S
ara scostò una ciocca di capelli che le era ricaduta sulla fronte e sbuffò, riportando l’attenzione sull’insegnante di storia dell’arte che blaterava da più di un’ora.
– Qui alla vostra destra potete notare i caratteristici trulli: antiche costruzioni in pietra, coniche, di origini protostoriche. Sono tipiche della Puglia centro-meridionale.
     Il suo sguardo tornò a vagare. Non le importava nulla dei trulli. In quel momento tutta la sua attenzione era concentrata su Mario che ridacchiava con Vanessa, a pochi passi da lei.
     Sospirò. Non era mai stata più infelice. Dopo mesi di frequentazione lui l’aveva lasciata per quella smorfiosa! Aveva cercato in tutti i modi di farsene una ragione, ma proprio non riusciva a dimenticarlo. Mario era stato il suo primo amore e il suo cuore batteva ancora per lui, nonostante tutto.
     – Ferrari vuoi degnarci di un po’ della tua attenzione? Puoi ripetere ai tuoi compagni quello che ho appena detto?
     La prof le aveva indirizzato uno sguardo spazientito, sistemandosi gli occhiali sulla punta del naso, come era solita fare quando si innervosiva.
     Questa non ci voleva!
     Si inumidì le labbra secche e cercò di ricordare. – Ehm… stava parlando dei trulli.
     – E cosa sai dirci della loro struttura?
     – La struttura? – si sforzò di prendere tempo, ma in realtà non aveva la più pallida idea di cosa stesse parlando.
     L’insegnante aveva un cipiglio severo e stava battendo il piede sul suolo in terra battuta. – Avanti, Ferrari. Non abbiamo a disposizione tutto il pomeriggio – disse con voce stridula. Poi si rivolse ai suoi compagni: – Chi di voi sa rispondere alla domanda?
     Vanessa alzò la mano, facendo ondeggiare le sue lunghe chiome bionde. – Il trullo presenta una pianta di forma approssimativamente circolare, sul cui perimetro si imposta la muratura a secco, di spessore molto elevato.
     La prof annuì con un sorrisino. – Brava, Bianchi! Almeno tu sei stata attenta.
     Sara avrebbe voluto strozzarle entrambe. Ma come faceva Mario a sopportare quella gatta morta? Più ci pensava, meno riusciva a darsi una risposta. Lo guardò di sbieco mentre la Baldini riprendeva la sua spiegazione. Adesso si era allontanato dal gruppo, senza essere visto.
     Dove aveva intenzione di andare? Se la prof di arte lo beccava, una bella lavata di capo non gliel’avrebbe levata nessuno!
     Finse di ascoltare con la dovuta attenzione, continuando però a tenerlo d’occhio.
     – Dove sta andando Mario? – le chiese in un sussurro Francesca, la sua migliore amica.
     Lei scosse le spalle. – Non ne ho idea.
     – Probabilmente non ne può più di quella secchiona di Vanessa. Cosa stai aspettando? Vai a riprendertelo, Sara. Quello non vede l’ora di tornare con te!
     Magari fosse vero!



     Si mordicchiò il labbro, indecisa sul da farsi. Infine scattò in quella direzione, tanto la Baldini era troppo concentrata sul suono della sua stessa voce per accorgersene. Mosse qualche passo, fino a raggiungere la parte posteriore del trullo. Le era sembrato che Mario fosse andato a nascondersi proprio lì, eppure non lo vide. Le parve tuttavia di scorgere un’ombra sulla sommità del trullo, proprio dove si trovava una piccola apertura, una specie di finestra a cui si aveva accesso da una scaletta ricavata nel paramento esterno.
     Deglutì.
     Provava un po’ di timore ad arrampicarsi sulla scala, ma voleva a tutti i costi riuscire a parlare da sola con Mario. Avevano ancora tante cose da chiarire, almeno secondo lei. Col cuore che le batteva a mille cominciò a salire e, raggiunta la finestra, sbirciò all’interno. Era troppo buio per riuscire a scorgere qualcosa.
     – Mario, sei lì? – chiese con un filo di voce. Non rispose nessuno, ma lei non si diede per vinta. Radunando tutto il suo coraggio, si intrufolò all’interno della cupola. Per fortuna riuscì a trovare un basamento su cui appoggiare i piedi e, da lì, non fu difficile scendere, aiutandosi con le pietre che sporgevano. Evidentemente era portata per le scalate!
     Una volta all’interno della costruzione in pietra si rese conto di essere sola. Nessuna traccia di Mario e una sensazione strana si impadronì di lei.
     Rabbrividì.
     Un bizzarro ronzio parve provenire dalle pietre intorno a lei, come se un alveare fosse nascosto in qualche fenditura nella roccia. Ma non c’erano alveari. Solo pietre.
     Sarà cominciò a sudare freddo. Fece un passo in direzione della porta del trullo, chiusa dall’interno. Non le importava se uscendo da lì sarebbe finita dritta nelle braccia della Baldini. Sapeva unicamente che doveva fuggire via. Subito.
     Affrettò il passo, ma inciampò in una pietra più sporgente delle altre, rovinando a terra. Intanto i suoni erano aumentati, facendosi più distinti. Le parve di udire dei cavalli al galoppo e delle voci. Forse quel trullo era infestato dai fantasmi? Solo il pensiero le procurò un brivido lungo la schiena.
     Si tirò su, barcollando, il cuore che sembrava impazzito. Ora era circondata dai rumori. Erano sempre più forti, al punto da rimbombarle nelle orecchie.
     Sara si sentì svenire. Le gambe le cedettero e si ritrovò di nuovo a terra, con la testa che le scoppiava.
     Infine fu tutto nero.

* * * * * * * * * *

Francavilla d’Otranto, maggio 1813

Una luce accecante la colpì, non appena riaprì gli occhi. Adesso si trovava all’esterno del trullo, ma tutto intorno a lei era deserto. Non vi era traccia della prof di arte né dei suoi compagni di classe.
     Sara scosse la testa con violenza, come per schiarirsi le idee. Non riusciva a ricordare. Si era sentita male all’interno del trullo. Ma come era uscita? E perché nessuno l’aveva soccorsa? Dove erano andati tutti?
     Calma. Non devo lasciarmi prendere dal panico!
     Si alzò in piedi e afferrò il proprio zaino, alla ricerca disperata del telefonino. Eccolo! Fece per accedere alla rubrica, ma solo allora si accorse che non c’era campo. Maledizione! Uno smartphone ultimo modello, pagato dai suoi una discreta cifra, e non riusciva a prendere il segnale!
     Era in preda alla nausea e alle vertigini, ma si impose di mantenere la calma. La cittadina di Francavilla era a poca distanza. Poteva raggiungerla a piedi, dopotutto era un’ottima camminatrice. Lì il cellulare avrebbe avuto campo a sufficienza per chiamare la sua amica Francesca o l’insegnante, magari entrambe per essere più sicura.
     Ripose il telefonino nell’apposita tasca, richiuse lo zaino e se lo mise in spalla. Non sapeva quanto tempo fosse trascorso da quando aveva perso i sensi, ma dalla posizione del sole dovevano essere all’incirca le quattro del pomeriggio. Avrebbe raggiunto Francavilla prima che facesse buio.
     Si mise in cammino attraverso i campi. A breve avrebbe dovuto raggiungere una strada asfaltata, magari avrebbe potuto fare l’autostop. Tuttavia, più camminava, più avvertiva qualcosa di strano: non c’era nessuna strada asfaltata nei dintorni e nessuna macchina. Era praticamente immersa nella campagna e davanti a sé riusciva a scorgere solo prati e un agglomerato di ulivi che si intensificava, fino a diventare una fitta boscaglia.
     A un tratto raggiunse un corso d’acqua. Doveva essere il Canale Reale. Ci erano passati davanti anche con la prof, sebbene improvvisamente le sembrasse diverso. Prima le era parso un piccolo fiumiciattolo, pieno di detriti e spazzatura. Adesso era un corso d’acqua vero e proprio, talmente grande da essere addirittura navigabile, per lo meno da piccole imbarcazioni.
     Lo osservò più da vicino mentre un brivido di apprensione le scendeva lungo la schiena. L’acqua era incredibilmente limpida. Veniva quasi voglia di tuffarsi per fare una bella nuotata. Cosa stava succedendo? Perché aveva la sensazione di essere finita in un altro mondo, o addirittura un’altra dimensione?
     Fece un bel respiro, sforzandosi di non cedere al panico. Se si metteva a pensare al fatto di essere sola, in aperta campagna, col telefono fuori uso e nessun punto di riferimento, veniva colta da puro isterismo. Meglio non pensarci, quindi, e andare avanti.
     Decise di seguire il fiume. Prima o poi avrebbe portato a un centro abitato, giusto? E lì avrebbe potuto chiedere aiuto. Una delle sue doti migliori era che non si perdeva mai d’animo di fronte alle difficoltà.
     Coraggio, Sara. Ce la puoi fare!

* * * * * * * * * *

Si era rimessa in cammino da un bel po’, quando lo vide. Era un giovane alto, vestito con una camicia di lino bianca e dei calzoni al ginocchio piuttosto antiquati, chino sul fiume. Pareva intento ad abbeverarsi, come se non nutrisse alcun timore di bere acqua non potabile o inquinata.
     Sara stava per mettersi a correre verso di lui, quando il giovane si voltò all’improvviso, sul viso un’espressione accigliata e diffidente. Solo in quel momento si accorse che le stava puntando contro un’arma: una di quelle pistole antiche che si vedono nei musei.
     – Resta fermo lì, non un passo di più – sibilò, feroce. I suoi occhi percorsero interamente la sua figura, come per studiarne le forme. – Siete una donna – aggiunse, subito dopo. – Vestita in quel modo vi avevo presa per un ragazzo.
     Lo vide aggrottare la fronte e fare qualche passo verso di lei, senza abbassare l’arma. – Non vorrai farmi credere che quella cosa che hai in mano spara? – chiese Sara, indecisa se prenderla sul ridere o irritarsi.
     L’uomo continuò ad avanzare. – Oh, sì che spara. E se non volete ritrovarvi con un bel buco nel cuore, fareste bene a non muovervi.
     Sara trattenne il respiro. Lo sconosciuto aveva un fisico asciutto e agile, indiscutibilmente minaccioso. Le sopracciglia erano ben disegnate e i grandi occhi, color azzurro ghiaccio, la stavano fissando intensamente.



     Deglutì. Aveva senza ombra di dubbio le sembianze di un brigante, uno di quelli che si vedono nei film storici. Persino i capelli gli davano quell’aspetto: erano scuri e lunghi, raccolti in una coda di cavallo con un laccio di cuoio.
     – Ma chi diavolo sei? Un pazzo che si diverte a terrorizzare le ragazze indifese?
     Lui rise. Una risata bassa, gutturale e tremendamente sexy. – Scusate se mi permetto, ma non avete affatto l’aria della ragazza indifesa. Per quale motivo siete vestita come un uomo?
     Sara abbassò lo sguardo. Indossava una camicia, un paio di leggings e stivali. – Non sono vestita da uomo! – sbottò esasperata. – I leggings sono indiscutibilmente un indumento femminile. E la camicia…
     – State cercando di confondermi con un linguaggio bizzarro? Ebbene, risparmiate il fiato. È piuttosto evidente che siete vestita da uomo. Le donne non indossano brache e stivali. Che ne è di corsetto, sottogonne, pizzi e seta?
     Il sorriso dello sconosciuto si fece ironico, ma non fu quello a turbarla. – Corsetto? Sottogonne? Ma di cosa stai parlando?
     – Dell’abbigliamento consono a una fanciulla. E, ditemi, cosa ci fate tutta sola in aperta compagna? Non avete paura di essere assalita dalla banda di Papa Ciro?
     Sara sbatté le palpebre. Si sentiva confusa. – Chi? – che lei sapesse l’ultimo Papa si chiamava Francesco, non Ciro.
     L’uomo inarcò le sopracciglia. – Non avete mai sentito parlare di Papa Ciro e la sua banda di briganti?
     Sara scosse la testa. – Francamente no. Chi sarebbe costui?
     L’uomo si grattò la testa con la mano libera, mentre nell’altra continuava a impugnare la pistola.
– Voi ferite il mio orgoglio. Avete davanti proprio uno dei suoi seguaci, sapete? Ci diamo tanta pena per saccheggiare i dintorni e la gente neppure sa chi siamo! Un vero colpo al cuore.
     Il suo tono era ironico, ma Sara intuì che si sentiva spiazzato. Beh, lei non era da meno.
     – Ancora non hai risposto alla mia domanda. Chi diavolo è questo Papa Ciro?
     – Il suo vero nome è Ciro Annicchiarico. Un tempo faceva parte del clero, ma adesso è diventato il capo di una banda di briganti.
     Sara era sempre più perplessa. – Un prete che ruba? Oddio, meglio che essere pedofilo in fondo.
     Lui aggrottò la fronte. – Pedofilo? Come diamine parlate, si può sapere?
     Brigante o no, la persona che aveva di fronte doveva essere un bell’ignorante.
     Sara alzò gli occhi al cielo. – I pedofili sono quelli che stuprano i bambini.
     Un altro sorrisino ironico fece capolino sul suo viso abbronzato. – Una signora non dovrebbe nemmeno affrontare certi argomenti. Comunque potete star sicura: a Ciro piacciono le donne, non i ragazzini. E anche al sottoscritto.
     Finita la frase, riprese a fissarla lentamente, da capo a piedi, percorrendo con occhi insolenti ogni parte del suo corpo, per poi indugiare lo sguardo sulla scollatura della camicia. Per quale motivo la guardava in quel modo?
     Sara sbuffò. – Quindi derubate la gente? È per questo che mi stai puntando contro quella “cosa”? – indicò quell’arma antiquata, non sapendo come altro definire quel pezzo da museo – Vuoi i miei soldi?
     Aprì lo zaino con gesti impazienti. Ci mancava anche lo scippatore! Quella doveva essere la sua giornata sfortunata. Tirò fuori il portafogli e gettò per terra delle banconote. – Ecco, è tutto quello che ho!
     Il ladro fece una smorfia. – Cosa pensate che dovrei farci con quei pezzi di carta?
     Pezzi di carta? Erano ben cento euro!
     Sara incrociò le braccia sul petto. – Se non ti interessano i miei soldi, allora cosa vuoi da me?
     Lui fece un altro passo verso di lei, gli occhi fissi nei suoi. Sembrava un felino che girava intorno alla preda e un brivido di apprensione la inchiodò al suolo.
     – Domanda interessante – fece il brigante, scostando una ciocca di capelli che gli era ricaduta sulla fronte. – Potrei fare molte cose con voi, ma non ora. Adesso dobbiamo andarcene da qui. Mi stanno alle costole e non ho alcuna intenzione di farmi trovare.
     Sara spalancò gli occhi, inorridita. – Io non vengo da nessuna parte con te!
     Si voltò di scatto, cominciando a correre all’impazzata. Era senza fiato, ma continuò ad andare avanti, facendosi strada fra gli olivi che circondavano il letto del fiume e ignorando i sassi e le buche nel terreno che la facevano sbandare.
     Gocce di sudore le imperlavano la fronte. Non avrebbe resistito a lungo, ma non poteva cedere. Nella sua mente c’era un’unica certezza: doveva fuggire via da quel pazzo. Poi un pesante colpo a un fianco la fece cadere a terra. Il dolore fu lancinante e le tolse il poco fiato che le era rimasto. Un paio di mani l’afferrarono, girandola bruscamente, finché non si ritrovò a fissare gli occhi glaciali del brigante, o quello che era.
     – Dove diavolo credete di andare? Se pensate che vi lasci libera di correre a denunciarmi, vi sbagliate di grosso.
     Sara sputò qualcosa per terra. Forse sangue. Nella caduta si era rotta il labbro inferiore che sanguinava copiosamente. La testa le girava come in un vortice.
     – Non ho intenzione di denunciare nessuno – disse, non appena ritrovò un po’ di fiato. – Voglio solo tornare a casa.
     Lacrime di frustrazione le offuscarono la vista mentre lui la afferrava per le braccia, impedendole i movimenti.
     – Pensate che vi creda?
     – Ti prego, lasciami andare.
     Il corpo del brigante la schiacciava sotto al suo peso, togliendole il respiro. Inaspettatamente riprese a fissarla in un modo strano.
     – Chi diavolo siete?
     Con la mano le sfiorò il labbro sanguinante, per poi scendere con esasperante lentezza lungo la guancia e sul collo.
     – Cosa diavolo stai… – Sara era sempre più turbata. Non voleva pensare alle sensazioni provocate da quelle carezze. Non ora. – Toglimi le mani di dosso!
     Lui la ignorò. Continuando a tenerla inchiodata a terra, le afferrò il mento. Sara cercò di divincolarsi, ma l’uomo aveva dita d’acciaio. – Avete la pelle di una gran dama – riprese, come se stesse riflettendo ad alta voce. – E un ottimo profumo, di certo costoso. Non ne ho mai sentito uno uguale.
     Sara si sentì il cuore in gola. Cosa intendeva farle? Cercò di respirare normalmente, ma era difficile con lui che muoveva quella mano su di lei con una disarmante familiarità.
     Si ritrovò a fissare i suoi occhi di ghiaccio con sguardo supplice. Ma lui non la lasciò andare e continuò la sua esplorazione, insinuando una mano sotto la sua camicetta.
     All’improvviso lo sentì imprecare sottovoce. – Diamine, non indossate biancheria intima?
     Sara trattenne il fiato. Le sue dita ora le stavano accarezzando l’addome, fino a raggiungere l’ombelico. Avrebbe dovuto scalciare, lottare in qualche modo, invece si sentiva come paralizzata. Perché non aveva indossato una canotta sotto la camicia?
     Finalmente il brigante la lasciò andare. Con un movimento fluido si alzò in piedi, sollevandola di peso. Sembrava sofferente. Forse nella caduta si era ferito a sua volta, sebbene non mostrasse lacerazioni evidenti.
     Una volta in piedi, Sara lo fissò sospettosa. – Mi lascerai andare?
     – Niente affatto. Voglio sapere chi sei e da dove vieni.
     Finalmente aveva smesso di rivolgersi a lei con quel fastidioso “voi”. Forse al sud era considerato normale, ma Sara lo trovava decisamente antiquato.
     Sospirò. – Mi chiamo Sara Ferrari e vengo da Firenze. Sono qui in gita scolastica.
     – Gita scolastica? – Il brigante inarcò un sopracciglio.
     – Sì, ma mi sono persa e devo assolutamente ritrovare la mia insegnante e i miei compagni.
     – Non sei un po’ troppo grande per andare ancora a scuola?
     Lei alzò gli occhi al cielo, sbuffando. – Ho diciotto anni. Quest’anno prenderò il diploma e poi conto di iscrivermi all’università. Qualcosa in contrario?
     Lui fece una risatina. – Le donne non vanno all’università!
     Sara cominciava a irritarsi. Mise le mani sui fianchi, fissandolo con aria battagliera. – Ah, no?
     Lui ricambiò lo sguardo con ardore. – No. Qui da noi si sposano e mettono al mondo dei figli. È questo il loro dovere.
     – Fottiti.
     Il brigante rise più forte. – Sei proprio una ragazza bizzarra! Hai l’aspetto di una signora, ma imprechi come una lavandaia.
     Sara aprì la bocca e la richiuse di scatto, indignata. Come si permetteva? – Senti tu, maschilista dei miei stivali, non ho intenzione di restare qui un minuto di più, in tua compagnia. Ho cose ben più importanti da fare.
     Le labbra dell’uomo si incurvarono in un ghigno diabolico. – Temo di doverti contraddire, Sara. Dovrai sopportare la mia presenza ancora per un po’. Non ho alcuna intenzione di lasciarti andare – i suoi occhi azzurri la scrutarono con un’intensità disarmante. – A proposito, il mio nome è Giulio Guadalupi. Lieto di fare la tua conoscenza.
     Sara avrebbe voluto rispondergli che non le importava come si chiamasse, ma lui non le lasciò il tempo. Si mise due dita in bocca e fischiò. Un attimo dopo un cavallo dal manto nero corvino spuntò dal bosco di ulivi e si fermò proprio accanto a loro.
     Sara deglutì. – E questo da dove arriva?
     – Ti presento Nerone, il mio cavallo – rispose Giulio, con un sorriso sghembo.

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domenica 31 gennaio 2016

TUTTO DI TE - UNA NUOVA RECENSIONE

Ragazze, stavolta è il blog "Sognando tra le righe" a recensire TUTTO DI TE. Curiose di scoprire cosa ne pensa Charlotte di Eva e Brian? Andate a questo link, allora!

http://sognandotralerighe.blogspot.it/2016/01/tutto-di-te-laura-gay-recensione.html


lunedì 25 gennaio 2016

TUTTO DI TE È ONLINE!

Ragazzi, finalmente "Tutto di te" è online. Eva e Brian vi aspettano per raccontarvi la loro turbolenta e appassionata storia d'amore.

Se cliccate sul banner in alto verrete indirizzati al link d'acquisto su amazon.

Buona lettura!



sabato 23 gennaio 2016

TUTTO DI TE - COUNTDOWN

RICORDO AI LETTORI
CHE DA LUNEDì PROSSIMO


E


VI ASPETTANO 
su amazon e i principali
store online
con


NON PERDETELO!!!

giovedì 21 gennaio 2016