domenica 2 ottobre 2011

Estratto da "Ovunque sarai"



Roma, gennaio 1500
Cristiano e Alfonso si addentrarono all’interno della fitta boscaglia. Aveva preso a nevicare e il gelo penetrava nelle loro ossa come la lama di un coltello. Anche camminare si era fatto complicato. Non si vedeva nulla ed i piedi erano blocchi di ghiaccio, ormai.
Chi me l’ha fatto fare? Pensò Cristiano in un moto di sconforto, sentendosi subito colpevole. Alfonso non aveva detto una parola da quando avevano lasciato i Palazzi Vaticani, ma dimostrava uno stoico coraggio e una soglia di sopportazione elevata. Non un lamento. Non un’imprecazione.
E se fossero morti congelati, prima di varcare i confini dello Stato della Chiesa? Allontanò quel pensiero fastidioso dalla mente e proseguì, facendosi forza.
Se non sbagliava, a pochi passi da lì doveva trovarsi il vecchio capanno di caccia dove si era rifugiato con Elisa, molto tempo prima. Sembrava trascorsa un’eternità e quel ricordo quasi gli procurò un senso di stordimento.
In quel capanno avevano fatto l’amore la prima volta. L’aveva tenuta stretta fra le braccia per ore, memorizzando persino il battito del suo cuore.
Ma non poteva pensarci ora. Non doveva.
A un tratto la voce di Alfonso lo fece trasalire.
“C’è una casupola laggiù in fondo!”
Cristiano annuì. “E’ il capanno che stavo cercando. Lì potremo ripararci un po’ dal freddo e riposarci.”
“Dio sia lodato!”
Solo in quel momento il duca lasciò trapelare la propria stanchezza e il proprio sconforto. Dunque non era un essere soprannaturale, pensò Cristiano con una punta di malignità.
Poi aprì la porta del capanno con un calcio ed esaminò l’interno, sforzandosi di non lasciarsi sopraffare dai ricordi. Per fortuna c’era della legna accatastata in un angolo, di fianco a un rudimentale camino. La neve non era penetrata all’interno e quindi non era bagnata. Con l’aiuto di un acciarino avrebbero potuto accendere un bel fuoco.
Stava per mettersi al lavoro, quando vide Alfonso irrigidirsi e tendere l’orecchio.
“Cosa c’è?” chiese allarmato, voltandosi verso la porta.
“Non senti questo rumore?”
Cristiano si mise in ascolto. Effettivamente, c’era un rombo sempre più forte.
“Cavalli al galoppo.”
Alfonso annuì, sempre più teso, e si accostò all’unica finestra per dare un’occhiata.
Un convoglio di carri e cavalieri in armatura passò sotto i suoi occhi attoniti. Erano le truppe di Cesare, di ritorno dal campo di battaglia. Un brivido di puro terrore gli percorse la schiena, mentre si allontanava velocemente dalla finestra per non essere scorto.
Cristiano ebbe l’impressione che il suo cuore smettesse di battere, non appena intuì la pericolosità della situazione. Se ai soldati fosse venuto in mente di trovare rifugio presso il capanno non avrebbero avuto scampo! Cesare avrebbe avuto la vita del cognato su un piatto d’argento e la sua pure.
Per fortuna, velocemente come era arrivato, il convoglio si allontanò nella notte.
Parevano avere molta fretta.
“Evidentemente messer Cesare vuole arrivare al più presto in città”, bisbigliò Cristiano con un sospiro di sollievo.
Alfonso riprese a respirare normalmente e rispose: “Hanno fretta perché riportano a Roma il cadavere del cardinale Giovanni Borgia. È una delle vittime di Cesare, ma grazie a lui noi siamo salvi!”
Cristiano si lasciò cadere sul freddo pavimento. Sentiva che le forze stavano per abbandonarlo.
“Grazie a Dio!” esclamò in un sussurro.

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